IAI
Il confronto del 14 gennaio

Usa2020: il settimo dibattito tra tensioni e mancanza di novità

16 Gen 2020 - Lucio Martino - Lucio Martino

Questa del settimo dibattito, il 14 gennaio, è stata l’ultima volta che gli elettori hanno avuto la possibilità di vedere e ascoltare i principali candidati alla nomina del Partito Democratico per le presidenziali del 2020 prima dell’inizio delle votazioni. Quattro dei sei candidati che hanno partecipato all’evento sono praticamente appaiati nei sondaggi effettuati in Iowa, lo Stato in cui il 3 febbraio si apre ufficialmente una lunga stagione elettorale destinata a culminare prima nelle grandi assemblee di partito in calendario per la prossima estate e poi nel voto del 3 novembre.

Il consolidamento di Biden e l’alternativa Klobuchar
Vincere in Iowa ha un significato che molto trascende il relativamente ridotto numero di delegati che questo Stato porta in dote. In particolare, per il vicepresidente Joe Biden vincere in Iowa equivarrebbe a consolidare subito la sua pesante ipoteca sulla nomina democratica. Del resto, se i suoi rivali non riusciranno a batterlo neppure in Iowa, uno Stato a stragrande maggioranza bianca, come possono sperare di sconfiggerlo altrove, data la popolarità di cui gode tra le varie minoranze che tanta parte rappresentano dell’elettorato democratico?

Eppure, i suoi due più diretti rivali, l’ex sindaco di South Bent nell’Indiana, Pete Buttigieg e il senatore del Minnesota, Amy Klobuchar, hanno evitato di attaccarlo per tutta la sera, concentrandosi invece in una serie di attacchi reciproci dai quali Klobuchar è uscita molto probabilmente meglio di Buttigieg. Tra i due, è stata Kobluchar ha dimostrarsi la più forte alternativa moderata a Biden. Tra tutti, è stata sempre Klobluchar a dare all’elettorato democratico quanto quest’ultimo sembra al momento gradire di più, attaccando a più riprese il presidente Donald Trump.

In realtà, i sei partecipanti avevano bisogno di cose molto diverse. Bassa nei sondaggi e relativamente debole nei finanziamenti, Klobuchar aveva bisogno di una prestazione straordinaria mentre, all’estremo opposto, Biden e il senatore del Vermont Bernie Sanders, non avevano bisogno di molto altro che essere se stessi.

Biden sembra migliorare da dibattito in dibattito e, per quanto non sia risuscito a evitare nuovi momenti d’incertezza e confusione, in questa nuova occasione ha fatto sufficientemente bene da non compromettere le simpatie di cui gode tra l’elettorato democratico. D’altra parte, non ha fatto davvero nulla per guadagnarne di nuove, continuando a giustificare la sua candidatura soprattutto in ragione dell’esperienza acquisita negli otto anni dell’Amministrazione Obama.

Le performaces di Sanders e Warren
Sanders ha sorpreso amici e nemici quando, qualche mese fa, dopo aver sofferto un infarto, ha battuto ogni record di raccolta fondi. Neanche l’attacco a lui da ultimo riservato dal senatore del Massachusetts Elizabeth Warren è stato in grado di riversare questo stato di cose. Anzi, il team Sanders ha riferito di aver raccolto più soldi nella prima ora di questo dibattito di quanto mai avvenuto in occasione di tutti e sei i precedenti. Da notare poi come Sanders, nel tentativo di promuovere la sua eleggibilità, abbia per lui insolitamente ricordato come in passato sia riuscito a collaborare fruttuosamente anche con l’opposizione.

In forte calo nei sondaggi, come Klobuchar anche Warren aveva bisogno di lasciare il segno e in questo è sicuramente riuscita. Suo il momento più memorabile dell’intero incontro, ma l’aver fatto notare come a differenza degli altri presenti solo lei e Klobuchar fossero riuscite a vincere tutte le competizioni elettorali alle quali hanno partecipato, molto difficilmente gli permetterà di riconquistare i consensi persi tra un elettorato progressista che sembra sempre più dominato da Sanders.

La posizione mediana di Buttigieg e quella affaristica di Steyer
Buttigieg ha affrontato il dibattito da una posizione tatticamente intermedia. Certamente non è alla guida del fronte moderato come Biden e ancor meno incarna le esigenze dell’elettorato progressista come Sanders, ma non è neppure alle strette come Warren e Klobuchar. Come già in passato, forte su di una politica estera alla quale è stata dedicata l’apertura del dibattito, Buttigieg è apparso relativamente debole sugli altri temi, forse proprio per via del suo tentativo di gettare un ponte tra uno schieramento e l’altro.

Un discorso a parte merita il miliardario Tom Steyer. Quest’ultimo ha sicuramente tanto la determinazione necessaria per continuare in questa sua avventura, quanto le capacità finanziarie per autosostenerla, ma nonostante i suoi innegabili progressi, non sembra riuscire a convincere l’elettorato del perché anche i Democratici, come nel 2016 i Repubblicani, dovrebbero scommettere su di un uomo d’affari per conquistare la Casa Bianca.

I deficit dei Democratici
Due le considerazioni a questo punto inevitabili: la prima è che le tensioni tra Sanders e Warren sono molto più profonde di quanto finora immaginato. Nel caso in cui, come ormai sembra probabile, dovessero persistere, gli unici ad avvantaggiarsene saranno Biden e Klobuchar; la seconda è che con l’eccezione di Buttigieg, l’unica interessante novità di quest’intera stagione elettorale, il Partito Democratico sembra incapace di produrre nulla di diverso da quanto già visto nella precedente tornata elettorale, quando il lungo scontro tra la componete progressista espressa da Sanders e l’ala moderata all’epoca guidata dall’ex segretario di Stato Hillary Clinton, finì con il favorire la vittoria dei Repubblicani.