IAI
Gran caos mediorientale

Lo scontro Usa-Iran alla prova del diritto internazionale

13 Gen 2020 - Natalino Ronzitti - Natalino Ronzitti

Il raid statunitense che ha ucciso il generale Qassem Soleimani il 3 gennaio scorso e la successiva risposta iraniana sono stati oggetto di molteplici commenti nella stampa italiana, ma nessuno si è occupato di valutarne in modo approfondito la legalità, al contrario dei blog stranieri specializzati che hanno effettuato ampie valutazioni giuridiche.

Le conclusioni non sono però unanimi. Taluni hanno affermato la legalità dell’azione Usa e l’illegalità della reazione iraniana. Altri si sono pronunciati per la violazione, da entrambe le parti, delle regole del diritto internazionale. Il solo punto di consenso riguarda la illegalità della risposta iraniana.

Come stanno le cose? Occorre distinguere tra due serie di regole: quelle che legittimano il ricorso alla forza armata, da una parte, e quelle che disciplinano la scelta degli obiettivi, che appartengono al diritto dei conflitti armati, dall’altra.

La legalità del raid americano…
Prescindendo da una valutazione della legittimità del comportamento di Donald Trump di ordinare l’azione bellica senza l’autorizzazione del Congresso degli Stati Uniti, occorre determinare se l’azione americana sia giustificabile in base alla Carta delle Nazioni Unite. Questa proibisce l’uso della forza armata, tranne che in legittima difesa (e altre cause di giustificazione che qui non interessano). In effetti gli Usa hanno affermato che l’azione militare era giustificabile in virtù della legittima difesa, come hanno poi ribadito l’8 gennaio in una lettera al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (Cds). La legittima difesa è esercitabile dopo che si sia verificato un attacco armato o nell’imminenza dello stesso (ma in questo secondo caso non si tratta di opinione da tutti condivisa).

Altro punto fondamentale è la distinzione tra violazioni meno gravi del divieto della forza armata, che non darebbero luogo alla legittima difesa, e violazioni più gravi che danno ovviamente diritto a reagire in legittima difesa. Ma occorre tenere presente che ripetute violazioni di minori entità concretizzano complessivamente un attacco armato (è la cosiddetta teoria dei continui colpi di spillo).

Prima della reazione americana, l’Iran si era reso responsabile di una serie di violazioni, tra cui l’abbattimento di un drone americano nello spazio internazionale (ma avvenuta secondo gli iraniani nel loro spazio aereo) e l’attacco all’ambasciata Usa a Baghdad, il 31 dicembre 2019, da parte di manifestanti appartenenti alle milizie sciite, che operavano sotto il controllo “coperto” del generale Soleimani. Nel blitz sono rimasti uccisi, oltre al generale iraniano, anche il leader delle milizie sciite. Gli Stati Uniti, per giustificare il raid, hanno precisato che l’Iran stava per scatenare un ulteriore attacco, senza però fornirne le prove.

È quindi giustificabile il raid Usa? Direi di sì, benché tale conclusione non sia scevra da difficoltà dovute all’impossibilità di procedere in questa sede ad una precisa ricostruzione dei fatti. Anche a prescindere da ogni valutazione circa l’attacco imminente, l’attacco all’ambasciata e i precedenti “colpi di spillo” bastano a giustificare il raid. Ovviamente occorre partire dal presupposto che l’operato delle milizie sciite, composte da cittadini iracheni, sia imputabile all’Iran poiché Teheran esercita uno stretto controllo sulle stesse.

L’uccisione di Soleimani rientra nella ben nota prassi delle uccisioni mirate (targeting killing) tanto cara alle amministrazioni americane. In tempo di pace, le uccisioni mirate sono contrarie al diritto e costituiscono un omicidio. In occasione di un conflitto armato (in corso o allo stadio iniziale), le uccisioni mirate sono ammesse dal diritto dei conflitti armati, purché dirette contro un obiettivo legittimo, quale indubbiamente è un militare.

Ricorso alla forza armata e regole che disciplinano i conflitti armati obbediscono a due distinte branche del diritto, con la conseguenza che non costituisce una violazione del diritto internazionale la violenza bellica contro un obiettivo legittimo, benché il ricorso alla forza armata sia illegale. E viceversa. Per cui non si possono colpire siti culturali iraniani (come ha minacciato Trump, poi immediatamente corretto dal Pentagono), per quanto il ricorso alla forza armata sia stato intrapreso in legittima difesa.

… e della reazione iraniana
Il 7 gennaio l’Iran ha reagito con un tiro di missili contro due basi americane in Iraq, senza provocare vittime. Una base militare è un obiettivo legittimo e l’azione non suscita perplessità sotto il profilo del diritto dei conflitti armati. Ne suscita invece sotto quello del ricorso alla forza armata. L’azione iraniana non può essere qualificata un atto di legittima difesa, come ha preteso Teheran nella sua comunicazione al Cds, ma piuttosto come una rappresaglia armata. Il raid americano si era ormai concluso e non era prevedibile nessun attacco imminente. Del resto, la stessa dirigenza iraniana ha parlato di “vendetta”. Le rappresaglie armate sono vietate dal diritto internazionale

La posizione dell’Iraq
L’Iraq si è trovato, suo malgrado, coinvolto nel conflitto, avendo subito una violazione della sua sovranità territoriale a causa delle operazioni “coperte” iraniane. Gli Stati Uniti, d’altro canto, non hanno chiesto il consenso iracheno per compiere un’operazione partita dal Kuwait, ma conclusasi in territorio iracheno. Washington potrebbe invocare la teoria secondo cui la violazione della sovranità territoriale dell’Iraq era giustificata perché questo Stato “non era in grado o non voleva” impedire che si consumasse l’attacco armato nei loro confronti.

Ma si tratta di giustificazione labile. Prova ne sia che l’attacco all’ambasciata Usa è stato respinto grazie agli iracheni. L’Iraq può in qualsiasi momento ritirare il proprio consenso ed impedire che il suo territorio sia usato come base di operazioni. La risoluzione votata dal Parlamento iracheno sul ritiro delle truppe straniere, anche se non ha avuto per ora un seguito, costituisce un monito in questo senso.