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Il significato dell’attacco

Capodanno a Baghdad: assedio all’ambasciata Usa

1 Gen 2020 - Stefano Silvestri - Stefano Silvestri

Kataib Hezbollah, una milizia filo-iraniana attiva nel nord dell’Iraq aveva condotto, secondo il Dipartimento di Stato americano, ben undici attacchi contro basi militari irachene usate anche dagli Stati Uniti, e alcuni giorni or sono aveva anche ucciso, nei pressi di Kirkuk, un cittadino americano. Per questo, il presidente Donald Trump ha ordinato di bombardarne alcune strutture. Dopo di che, una folla di partigiani di quella milizia (e dell’Iran) ha attaccato l’ambasciata statunitense a Baghdad, e Trump ha per tutta risposta inviato altri 750 marines in Iraq. Truppe che si aggiungono ai circa 14 mila militari che, dallo scorso maggio, sono stati mandati a rafforzare la presenza armata americana sul terreno. Contemporaneamente, Trump ha duramente minacciato Teheran, ma ha anche detto che non c’è alcun rischio di guerra con il Paese. 

Come valutare queste notizie? Spesso gli Stati Uniti, nella loro storia, sono stati una potenza riluttante ad usare la loro grande forza militare. Certamente era riluttante Barack Obama, anche se cercò di fare del suo meglio per mantenere in efficienza il sistema di alleanze multilaterali e bilaterali di Washington, nonché le grandi istituzioni internazionali, considerando a ragione che tutto questo costituisce un forte baluardo per la sicurezza del Paese e la difesa dei suoi interessi globali.

Trump è forse anche più riluttante del suo predecessore, se non altro perché ritiene che i costosi impegni militari degli Usa oltreoceano siano impopolari tra l’elettorato che intende conquistare per assicurarsi la rielezione alla presidenza il prossimo novembre. Inoltre, l’attuale inquilino della Casa Bianca non sembra apprezzare granché il sistema tradizionale di alleanze che ha ereditato dai suoi predecessori né le grandi organizzazioni multilaterali.

Un pugno di velluto in un guanto di ferro
Tuttavia, il presidente non può ignorare che gli interessi americani sono globali e che richiedono quindi l’esercizio di una leadership globale. Volendo semplificare: in passato l’approccio prevalente, quando ci si avvicinava alla necessità di usare la forza, era quello del “pugno di ferro in un guanto di velluto”, anche se a volte questo modo di agire è stato scambiato per debolezza (come accaduto a Obama). Trump sembra aver invertito i termini, usando un pugno di velluto in un guanto di ferro.

Proteste davanti all’ambasciata Usa in Iraq (© Ameer Al Mohmmedaw/DPA via ZUMA Press)

In altri termini, l’approccio verbale del magnate presidente è sempre massimalista e minaccioso, ma il suo comportamento reale appare invece esitante e non consequenziale. Ciò può far nascere alcune difficoltà. L’uso del guanto di ferro (dai bombardamenti “mirati” all’invio di truppe) è comunque offensivo, e suscita forti reazioni negative. Allo stesso tempo, il sottostante pugno di velluto non riesce realmente a contenere e dissuadere gli avversari.

In tal modo l’Iran, più volte minacciato e sottoposto a dure sanzioni economiche, sembra sempre più deciso a perseguire la sua politica in Iraq e in Siria, a rafforzare le sue alleanze con movimenti quali Hezbollah e Hamas, a continuare nel suo impegno in Yemen contro l’Arabia Saudita e persino a raccogliere una sorta di appoggio da parte della Russia e della Cina. Nello stesso tempo la Turchia, più volte aspramente ammonita e criticata, non solo continua nelle sue operazioni contro i curdi in Siria, ma compra armi da Mosca (pur restando nella Nato) ed ora diviene un attore di tutto rispetto in Libia, contro gli egiziani e i sauditi.

Le contraddizioni di una potenza riluttante
Così, malgrado le parole, l’obiettivo di ridurre gli impegni militari americani si allontana. Non solo perché Washington ha inviato altri soldati in Medio Oriente, ma anche perché le trattative con i talebani in Afghanistan sono ad un punto morto. Come del resto quelle con la Corea del Nord.

Nell’insieme, il disordine è in aumento, mentre gli Usa hanno rapporti difficili con i loro alleati. La potenza riluttante è costretta ad impiegare più forza di quanto vorrebbe, senza ottenere i risultati sperati.

Ciò ha molte conseguenze negative anche per gli alleati. Essi, infatti, privati di un chiaro punto di riferimento e di leadership strategica, sono spinti ad impegnarsi direttamente, ma in ordine sparso, con le forze a loro disposizione, per tamponare le maggiori emergenze, come avviene ad esempio in Africa da dove, malgrado la crescente presenza cinese e il forte attivismo delle milizie terroriste, e contro l’avviso della sua stessa amministrazione, il presidente Trump sembra intenzionato a ritirarsi. In tal modo, le esigenze di breve termine prendono il sopravvento sui ragionamenti strategici di più lungo termine, portando ad una crisi della solidarietà fra alleati, alla  frammentazione degli interessi ed a maggiori, ulteriori contraddizioni.

Foto di copertina © Ameer Al Mohmmedaw/DPA via ZUMA Press