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“Cambiamo il Ppe o ce ne andiamo”: l’ultimatum di Orbán

20 Gen 2020 - Massimo Congiu - Massimo Congiu

“La maggioranza del Ppe ci ha tradito, per poco non siamo usciti dal partito”.  Con questa dichiarazione il primo ministro ungherese Viktor Orbán ha commentato, alla radio pubblica, il voto favorevole della maggioranza del Partito popolare europeo (Ppe) – la famiglia politica di cui fa parte il suo Fidesz – alla risoluzione sulla situazione dello stato di diritto in Ungheria e in Polonia. Il premier ha precisato che Fidesz ha preferito aspettare prima di porsi fuori dal Ppe solo perché italiani, francesi e spagnoli l’hanno appoggiato, ma che la situazione deve cambiare.

La sospensione del partito di governo ungherese dal Ppe, avvenuta l’anno scorso, ha avuto luogo per la politica del Fidesz giudicata antidemocratica dai popolari europei, e non tale da rispettare i principi ispiratori dell’Unione europea. La bandiera del cosiddetto sovranismo sventolata dal partito di Orbán contrasta senz’altro con gli orientamenti del Ppe, che grazie a rinnovati compromessi ha finora convissuto a lungo con la principale forza politica magiara. Ora i rapporti tra i due soggetti appaiono tesi, complici le affermazioni del premier di Budapest. Ma non è detta l’ultima.

Per Orbán, il Ppe nei suoi assetti attuali non desta l’interesse del Fidesz. In realtà il primo ministro ungherese ha sempre considerato con cautela l’ipotesi di lasciare i popolari europei preferendo cambiare dall’interno il loro orientamento e spostarne l’asse politico a destra in senso nazionalista. Oggi, forse un po’ per lanciare dei messaggi al suo elettorato e allo stesso Ppe, dichiara di voler dar vita a una nuova forza democristiana europea se non sarà possibile cambiare il gruppo dei popolari (la prima famiglia politica dell’Europarlamento).

Nel corso dell’usuale conferenza stampa di inizio anno il premier aveva affermato che il gruppo guidato dal bavarese Manfred Weber “sta perdendo influenza e cambiando linea”. Un cambiamento che per Orbán sta avvenendo in direzione liberalsocialista, cosa inaccettabile per il suo Fidesz, che fa mostra di guardarsi intorno per cercare una nuova collocazione in ambito europeo. “Il quesito – ha precisato Orbán – è capire se siamo abbastanza forti per modificare la linea sbagliata del Ppe”.

Legge stop-Soros e la Corte di giustizia
Uno dei punti di frizione fra Fidesz e Ppe è la cosiddetta legge “Stop-Soros” che il governo ungherese ha concepito per colpire le Ong attive sul fronte del sostegno a migranti e profughi e riconducibili al magnate americano di origine ungherese; quest’ultimo è considerato dall’esecutivo magiaro un nemico giurato del Paese. Giorni fa, la Corte di giustizia dell’Ue si è pronunciata proprio su questo provvedimento definendolo contrario al diritto europeo sotto diversi punti di vista. Budapest ha reagito rifiutando tale pronunciamento e confermando l’intento di mantenere in vigore la norma. Quest’ultima impone, di fatto, delle restrizioni al finanziamento delle Ong colpevoli, secondo Orbán e i suoi collaboratori e sostenitori, di partecipare al piano, attribuito a Soros, di riempire l’Europa di migranti musulmani con la complicità dei trafficanti di esseri umani e della “tecnocrazia di Bruxelles”. È noto che, dal 2015, il tema migranti è parte centrale della propaganda orbaniana e che la posizione del governo magiaro su questo argomento confligge con quella dei vertici Ue.

Come già precisato, questa legge, che avanza dei dubbi sulla trasparenza delle Ong  e, in generale, delle organizzazioni supposte vicine a Soros o finanziate da quest’ultimo, è tra i motivi che animano il contrasto tra Fidesz e il Ppe. Il primo non sembra voler rinunciare a tale norma e soprattutto al principio secondo il quale ogni governo è padrone in casa propria, e lancia un avvertimento al Ppe per bocca del suo leader storico: se i popolari europei non appoggiano la linea di Fidesz, quest’ultimo cercherà un nuovo approdo in Europa per dare un altro segnale forte a tutti i movimenti sovranisti che guardano a Orbán come a un modello da seguire per un’Europa fatta di nazioni veramente “libere e indipendenti”.

Il responso dei popolari su Fidesz
Per il 4 febbraio è prevista la decisione del Ppe sul caso della forza politica che governa l’Ungheria. La destra del partito guidato da Weber è senz’altro in fermento, ma il rapporto sulla vicenda è stato ultimato e si trova sul tavolo di Donald Tusk, ex leader del Consiglio europeo e oggi presidente dei popolari europei. Orbán è un politico intuitivo e manovriero, che sa aspettare e lavorare su fronti opposti per stabilire una via di fuga da situazioni di crisi salvando la faccia. Il premier ungherese ventila la possibilità di lasciare il Ppe precedendo così in qualche modo il responso delle consultazioni che si avrà all’inizio del mese prossimo. Così la possibile uscita del Fidesz sarebbe presentata all’opinione pubblica di casa come una decisione tutta ungherese e una sconfitta del Ppe che perderebbe, in questo maniera, un alleato forte e influente che indica la strada verso il futuro dell’Europa. È una precauzione propagandistica nel caso la decisione del Ppe fosse a favore dell’espulsione. C’è, però, da considerare che, come già precisato, Orbán non sembra aver rinunciato a restare nel PPE per provare a cambiarlo dall’interno, operazione certo non semplice, specie alla luce dei nuovi fatti.

Se rottura sar,à Orbán cercherà prevedibilmente di dirigere i lavori per la costruzione  di una nuova forza europea; in questo potrebbe avere tra i suoi alleati i polacchi del PiS e la Lega di Matteo Salvini, oggi rispettivamente membri del gruppo conservatore (Ecr) e del gruppo nazionalista Identità e democrazia (Id). Già affratellate da una tradizionale vicinanza e simpatia reciproca, Budapest e Varsavia si sentono oggi ancora più in sintonia in quanto condividono la difesa dalla minaccia dell’attivazione della procedura per violazione dello stato di diritto (prevista dall’articolo 7 del Trattato sull’Ue), e si sono promesse reciproco appoggio in questo senso. Si aspetta ora la data del 4 febbraio per vedere se nel Ppe prevarrà l’opportunismo, come finora avvenuto, o la volontà di sanzionare la politica dei governanti ungheresi.