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Miliardario ed ex sindaco di New York

Usa 2020: democratici, Bloomberg candidato last minute

5 Dic 2019 - Lucio Martino - Lucio Martino

Dopo aver più volte dichiarato che non si sarebbe candidato alle elezioni presidenziali del 2020, il miliardario ed ex sindaco di New York a tre riprese Michael ‘Mike’ Bloomberg ha annunciato la sua decisione di partecipare alla corsa alla nomination democratica, che è stata, invece, abbandonata all’inizio di dicembre dalla senatrice della California Kamala Harris.

L’ex sindaco e gli altri democratici
La candidatura di Bloomberg sembra in diretta contraddizione con la preoccupazione, più volte espressa in passato, di non dividere il fronte democratico. Proprio per questo motivo, Bloomberg nel 2016 scelse di non candidarsi e di appoggiare l’ex segretario di Stato Hillary Clinton.

Oggi, la sua mossa non potrà non impattare negativamente sulle candidature dei democratici più moderati, quali quella dell’ex vicepresidente Joe Biden e del sindaco di South Bend nell’Indiana Pete Buttigieg.

Evidentemente, Bloomberg ritiene che le candidature di Biden e Buttigieg non si siano abbastanza forti da evitare che la nomina del partito democratico possa essere andare a candidati progressisti come il senatore del Vermont Bernie Sanders e la senatrice del Massachusetts Elisabeth Warren.

Bloomberg ambisce a essere il 46° presidente
Indebolendo Biden, il candidato a lui più simile ideologicamente, anagraficamente e demograficamente, Bloomberg rischia paradossalmente di facilitare proprio la corsa dei candidati progressisti che intende bloccare. È chiaro quindi che la candidatura di Bloomberg non risponde a logiche di natura tattica volte a favorire questo oppure quel candidato, ma alla sua diretta ambizione di diventare il 46° presidente degli Stati Uniti.

A tal fine, quello di dividere l’elettorato democratico non è il solo problema che Bloomberg dovrà risolvere. Un altro è rappresentato dal momento scelto per annunciare la sua candidatura. A ormai poco più di due mesi soltanto dalle elezioni in Iowa, e dopo oltre sei mesi di campagna elettorale, la stragrande maggioranza dei democratici ha già scelto il candidato che più di ogni altro crede varrà la pena di votare.

In più, la tardiva candidatura gli ha reso impossibile la partecipazione alla prima fase delle primarie, quella prevista per il prossimo febbraio. Bloomberg non potrà partecipare alle elezioni in Iowa, New Hampshire, Nevada e South Carolina. La sua intenzione è di impattare pesantemente sul risultato elettorale del Super Tuesday, in calendario il prossimo 3 marzo, quando andranno al voto oltre ad Alabama, California e Texas altri 11 Stati.

Accadde nel passato
L’ultima volta che un candidato alla presidenza degli Stati Uniti ha ottenuto la nomina del partito democratico saltando la prima fase delle elezioni primarie è stato nel 1972 in circostanze così particolari da permettere al senatore del South Dakota George McGovern di prevalere sull’ex vicepresidente Hubert Humphrey nonostante quest’ultimo avesse conquistato la maggioranza del voto popolare.

È chiaro quindi che per prevalere su una fitta schiera di concorrenti in conformità con una strategia elettorale quantomeno non ortodossa, la candidatura Bloomberg dovrà distinguersi per un carisma che trascende il pensiero convenzionale anche perché Bloomberg sembra personificare tutto quello che non piace alla maggior parte del moderno elettorato democratico, vale a dire i miliardari e il mondo finanziario di Wall Street.

La strategia di Warren e Sanders a discapito di Bloomberg
Non a caso, la Warren e in modo ancora più deciso Sanders hanno costruito la loro intera fortuna elettorale, secondo i più recenti sondaggi pari a circa il 40 per cento della base democratica, proprio attaccando direttamente quell’esigua minoranza la cui ricchezza è dell’ordine di svariati miliardi di dollari.

Sempre agli occhi dell’elettorato democratico, la candidatura di Bloomberg sembra presentare non poche altre vulnerabilità. A suo tempo, Bloomberg ha appoggiato la campagna elettorale del presidente repubblicano George W. Bush, si è dichiarato a favore dell’intervento militare in Iraq ed è sempre stato un forte sostenitore del libero scambio con la Repubblica popolare cinese.

Ancora più in particolare, Bloomberg potrebbe poi pagare duramente la politica per la quale è più ricordato come sindaco di New York: quella cosiddetta stop-and-frisk che consentiva alla polizia di fermare qualsiasi afro-americano e latino semplicemente in base alla sua identità etnica.

Le (molte più di 12) fatiche di Bloomberg
Afro-americani e latinos a parte, Bloomberg dovrà faticare non poco per assicurarsi il gradimento delle donne, l’altra componente fondamentale dell’elettorato democratico. All’epoca del #Metoo sembra esserci davvero poco spazio per la misoginia che ha contraddistinto la vita personale e professionale del nuovo candidato democratico.

La candidatura Bloomberg sembra dunque quasi incompatibile con quella che è stata la strategia fin qui adottata dal partito democratico per sconfiggere Donald Trump. Invece di spingere a sinistra anche al fine di portare al voto un elettorato disilluso e scontento in genere abituato a disertare le urne, Bloomberg sembra scommettere sulla sua capacità di ricreare e occupare vittoriosamente un centro, ‘cancellato’ nella lettura prevalente dall’odierno elevato grado di polarizzazione del sistema politico statunitense.