IAI
Futuri sviluppi della geopolitica globale

Ue/Onu: comparse, comprimari o protagonisti del 2020?

26 Dic 2019 - Diego Bolchini - Diego Bolchini

In una recente analisi per l’Osservatorio Iai/Ispi sulla politica estera italiana, l’ambasciatore Giancarlo Aragona si chiedeva se e a quali condizioni l’Ue sia da considerare un attore o uno spettatore dei fatti del mondo. Che cosa dire, allargando il discorso al concetto di multilateralità in senso lato?, che ruolo e quali capacità assegnare nel complesso oggi alle organizzazioni internazionali, ponendo come traguardo il 2020? Un rapido sguardo al passato (spesso dimenticato) può aiutarci a meglio focalizzare il presente.

Tra Società delle Nazioni e Nazioni Unite
Al termine della Prima Guerra Mondiale il professore universitario e presidente statunitense Thomas Woodrow Wilson, cui oggi è dedicata la omonima scuola di alti studi negli Usa (Woodrow Wilson School of Public and International Affairs di Princeton) discettava di trasparenza e autodeterminazione. Invocava il passaggio concettuale da ‘equilibrio di potere’ nel concerto europeo (evidentemente fallace per l’Europa del tempo) a ‘sicurezza collettiva’ (ovvero comunanza di potere), in cui la pace doveva essere considerata come nuovo bene indivisibile.

Oltre l’idealismo di Wilson, l’inglese Martin Wight segnalava rispetto alla esperienza dell’Onu il nuovo realismo moderato del modello P5 (permanent five) del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, contemperando modelli ideali e principio di realtà. Oggi purtroppo il centro decisionale onusiano appare sempre più spesso paralizzato. Ma non bisogna certo per questo buttare a mare il buono che l’organizzazione multilaterale per eccellenza ha pure creato negli scorsi decenni, anche in termini di moral suasion, nell’interazione sistemica tra diritto internazionale (sovrastruttura) e geopolitica (realtà).

Vischiosità della tela e spazi differenziali islamico-cinesi
Secondo una tradizione di pensiero liberale, le istituzioni e le organizzazioni sono essenziali in quanto tempererebbero in qualche modo l’esercizio di forza internazionale. Celebre è l’immagine della vischiosità dei cosiddetti regimi internazionali di John Ikenberry, rispetto ai quali è proprio la densità di rapporti che impedirebbe azioni specifiche in capo a singoli attori statuali.

L’analisi di casi empirici offerta da Paesi quali Siria, Iraq o Yemen ci mostra tuttavia una progressiva perdita di capacità di trattenimento di violenza, che scivola sempre più a livello sub-statuale, così come una parallela difficoltà nel catturare portati realmente globali. Si pensi in tal senso alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, salutata come un successo dall’Onu (laddove la Società delle Nazioni aveva fallito).

Ma già nel 1981 fu emessa una parallela Dichiarazione islamica dei diritti, sulla base di specificità storico-sociologiche proprie, come ci ricorda Sebastiano Maffettone – ordinario di filosofia politica presso la Luiss  – in un volume intitolato emblematicamente “La Pensabilità del Mondo”. In parallelo a ciò e in relazione ai ‘contenitori’ e non ai contenuti valoriali, si consideri infine l’attuale corsa a nuove istituzioni multilaterali perseguita dalla Cina (come l’istituzione finanziaria internazionale Asian Infrastructure Investment Bank, creata nel 2014).

Puntare ancora sulla Ue? Tra potenziale e concretezza
In questo quadro di scomposizione di sistemi e nuova creazione multilaterale, un esercizio ardito di sviluppo organizzativo risiede ancora oggi in capo all’Unione europea. Nel caso europeo è particolarmente importante riflettere sul concetto stesso di istituzione: oltre la struttura, essa è anche ‘pratica istituzionale’, attraverso contrattazioni reali e pratiche integrate.

A 10 anni dal Trattato di Lisbona, che doveva disegnare un’Ue più centralizzata ed efficiente, vi è ancora prevalenza di processo intergovernativo su quello sovranazionale. Il processo è lungi dall’essere concluso.

Ciononostante, è bene ricordare che l’Ue possiede sulla carta più strumenti di altre alleanze/organizzazioni transregionali, come la stessa Nato, che è fortemente e sapientemente caratterizzata in senso politico-militare e ha appena brindato a Londra (pur se tra luci e ombre) ai suoi 70 anni di vita con la Regina Elisabetta II, ma non dispone della cassetta degli attrezzi multidimensionali dell’Ue.

L’auspicio per il 2020, al netto del trauma Brexit, è che l’Unione europea impari a meglio utilizzare tali attrezzi in modo integrato, per essere più efficace e auspicabilmente creare effetti migliorativi sull’estetica imbruttita del nostro mondo incerto (e secondo alcuni già a-polare): In Search of Poetry in the Politics of Power, come recitava un libro del 1998 di George Liska, politologo di origine cecoslovacca emigrato negli Stati Uniti, in fuga da una Europa al tempo ancora pre-europea.