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Il crocifisso e la sua carica divisiva

Religione: simboli di fede tra polemiche e strumentalizzazioni

22 Dic 2019 - Emmanuela Banfo - Emmanuela Banfo

E’ più facile che la fede, spiritualmente intesa, unisca e che siano le religioni a dividere, ancor più i loro simboli. La loro forza attrattiva o repulsiva sopravvive alla secolarizzazione e si fa strumento di propaganda. E’ recente la presa di posizione di una serie di organizzazioni, tra cui il Consiglio nazionale delle chiese cristiane del Brasile (Conic) e la Diaconia luterana (Fld), contro la strumentalizzazione dei simboli religiosi in America Latina. Nel mirino Jeanine Anez, presidentessa ad interim della Bolivia, che ha inserito tra gli atti ufficiali di governo la Bibbia.

Mentre si dava alle fiamme la Whipala, bandiera delle nazionalità indigene, la Bibbia veniva inserita tra gli atti ufficiali del governo. Portarla “in Parlamento e usare violenza contro i poveri e la popolazione indigena in nome del Dio cristiano – sostengono gli oppositori – significa recuperare le pratiche colonialiste del passato. La differenza è che questa volta il colonialismo è neoliberista e il Dio dietro al quale questa pratica si nasconde è quello del mercato, non il Dio amorevole e misericordioso che conosciamo nel Vangelo”.

Reazioni europee ai simboli religiosi
Polemiche analoghe divampano anche nel cuore dell’Europa. In Germania, durante le elezioni  in Turingia, sono riapparsi i manifesti con il faccione di Lutero e la sua famosa frase “Qui sto. Non posso fare altrimenti”, pronunciata alla Dieta di Worms nel 1521 davanti a Carlo V e ai principi tedeschi, per affermare che la fedeltà alla Parola di Dio è più forte di quella al potere temporale.

L’iniziativa di ricorrere a Lutero, inaugurata nella campagna elettorale del 2017 dal partito neonazista Npd, sta facendo proseliti. Correnti xenofobe e antisemite si stanno alimentando dell’uomo-simbolo del protestantesimo, ricorrendo a testi davvero scritti da Lutero contro gli ebrei, ma decontestualizzati storicamente e distorti: “Non si dimentichi – ha dichiarato il sovrintendente della chiesa di Lutherstadt-Wittenberg, Chiristian Beuchel – che Lutero ha riscoperto il cristianesimo della grazia di Dio e, dunque, della pari dignità alla salvezza di ogni essere umano”.

Anche in Italia, dopo le dichiarazioni del ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti secondo il quale sarebbe meglio sostituire il crocifisso affisso al muro delle aule scolastiche con una bella cartina geografica del mondo, si è riaperto il dibattito sui simboli religiosi. La sentenza della Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo del 2011 ha affermato che l’esposizione del crocifisso nei luoghi pubblici è lecita e che non contrasta con la laicità dello Stato. Una sentenza che non convince tutti e che, d’altra parte, lascia gli Stati membri liberi di decidere in materia poiché in gioco ci sono anche le culture, le tradizioni e le sensibilità dei popoli.

Crocifisso e laicità dello Stato
Stati che, a loro volta, nella gran maggioranza, non hanno legiferato affatto. L’esposizione è espressamente vietata in Francia, Macedonia, Georgia; espressamente prevista in Italia, Polonia, Austria, alcuni lander di Germania e comuni della Svizzera. In Italia il Miur nel 2002 ha invitato i dirigenti scolastici “ad assicurare la presenza del crocifisso nelle aule” e il Consiglio di Stato quattro anni dopo ha sostenuto che “deve essere inteso come uno dei simboli dei principi di libertà, eguaglianza e tolleranza e infine della stessa laicità dello Stato”. Ovvero: astratto dal suo significato prettamente religioso, Cristo diventa evocativo di valori ampiamente condivisibili.

Sostanzialmente aderiscono a questo filone interpretativo le chiese cristiane, ma con dei distinguo. Il segretario generale della Cei, monsignor Stefano Russo, nel commentare la frase del ministro, ha dissentito sul fatto che si tratti di un simbolo divisivo o confessionale, bensì di una questione “di civiltà e di appartenenza a una cultura intrisa di cristianesimo e anche di ciò che ne è scaturito in termini di accoglienza e di integrazione”.

Cristo, insomma, è amore e pace e come tale non può essere motivo di discordie. Eppure lo è. Così come lo sono il velo e il turbante per donne e uomini musulmani. Sull’argomento la moderatrice della Tavola valdese, Alessandra Trotta, alla Nev (agenzia di stampa della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia), ha ricordato nei giorni scorsi la loro critica al ‘crocifisso di Stato’ perché “riteniamo – ha detto – che violi il principio di laicità dello Stato e neghi la dimensione pluralista della società italiana. Il crocifisso non è, infatti, un simbolo ‘neutro’ e il suo utilizzo come strumento di identificazione nazionale, sociale o politica è stato spesso, purtroppo, foriero di divisione e conflitti”. Da qui, secondo la moderatrice, la necessità innanzitutto di un dialogo tra le Chiese.

Il pericolo delle strumentalizzazioni
E se le istituzioni europee si sono finora mosse sul piano giuridico per lo più secondo una logica casistica molto prudente e circoscritta ai singoli contesti, è proprio per non esasperare gli animi in una realtà, come quella del continente europeo e delle migrazioni, che tende a estremizzare e a radicalizzare le posizioni. Accortezza imposta anche a fronte di chiare strumentalizzazioni e usi impropri del crocifisso, brandito come un’arma politica e mediaticamente sovraesposto.

In ogni caso una maggiore alfabetizzazione religiosa, una maggior conoscenza dei linguaggi dei diversi credo religiosi, sarebbe d’aiuto, per lo meno a non restare vittime delle strumentalizzazioni.