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L'ambivalenza (tardiva?) di Washington

Libia: cambio di marcia di Trump tra Haftar e Sarraj

26 Dic 2019 - Umberto Profazio - Umberto Profazio

Cambio di marcia degli Usa in Libia. Una delegazione statunitense ha incontrato il 24 novembre il generale Khalifa Haftar, ribadendo il sostegno di Washington alla sovranità e integrità della Libia ed esprimendo serie preoccupazioni per lo sfruttamento del conflitto da parte russa. L’incontro mirava a porre le basi per una soluzione negoziale della crisi, ma le delegazioni hanno anche affrontato i temi scottanti della proliferazione delle milizie, dell’estremismo e dell’equa distribuzione delle risorse. Nonostante i diversi argomenti trattati, la visita aveva il preciso scopo preciso di dissuadere Haftar dal proseguire la sua offensiva a Tripoli, lanciata nell’aprile scorso.

Le ambivalenze di Washington
L’incontro rappresenta un ulteriore segnale del rinnovato attivismo americano sul dossier libico, dopo anni di isolazionismo muscolare caratterizzato esclusivamente dalla lotta al terrorismo. La visita fa seguito al primo incontro dello US-Libya Security Dialogue, tenutosi a Washington il 14 novembre, con la partecipazione di esponenti del Government of National Accord (Gna). L’esplicita richiesta alla Libyan National Army (Lna) di interrompere l’offensiva su Tripoli era già presente nel comunicato di Washington, ma non sembra aver sortito l’effetto desiderato, come evidenziato dal proseguimento degli scontri alle porte della capitale. I dubbi sulle capacità persuasive di Washington, si sommano alla percepita ambivalenza, dovuta dal sostegno al Gna quale governo internazionalmente riconosciuto dalle Nazioni Unite e ai colloqui intavolati con Haftar. In sostanza, il doppio canale aperto dagli Usa solleva notevoli perplessità, anche alla luce delle contraddittorie prese di posizione dell’amministrazione Trump sulla Libia.

Le ambivalenze di Washington sono divenute più evidenti a seguito del lancio dell’offensiva della Lna su Tripoli. Nel giro di pochi giorni il segretario di Stato Mike Pompeo e il presidente Donald Trump avevano lanciato messaggi contraddittori, disorientando non solo le controparti libiche, ma anche gli osservatori internazionali. Mentre Pompeo esprimeva l’opposizione degli Usa all’attacco e chiedeva a Haftar di fermarsi, in una telefonata con il diretto interessato Trump riconosceva l’importante ruolo giocato da Haftar nella lotta al terrorismo e nella protezione delle risorse petrolifere. La vicenda aveva portato alla luce la contraddittorietà della posizione americana, complice anche il ruolo dell’allora consigliere per la Sicurezza nazionale John Bolton, favorevole alla linea pro-Haftar. L’allontanamento di quest’ultimo sembrerebbe aver riportato l’amministrazione Usa sui binari di un sostanziale equilibrio che, tuttavia, sembra giovare più ad Haftar che al primo ministro del Gna Fayez al-Sarraj.

La visione transazionale di Trump e il ruolo della Halliburton
Un’attenta disamina dei temi trattati nei due incontri fa emergere quella che da più parti è stata definita la visione transazionale della diplomazia da parte di Trump. Il tema della distribuzione delle risorse, ad esempio, è strettamente collegato agli sforzi della comunità internazionale di consolidare la posizione della National Oil Corporation (Noc), la compagnia petrolifera nazionale di base a Tripoli.

I recenti tentativi delle autorità cirenaiche di istituire un organo parallelo della controllata Brega Oil & Marketing Corporation (Bpmc) hanno fatto riemergere il pericolo di una separazione, con indubbi risvolti politico-istituzionali. Da sempre opposta a questa eventualità, Washington ha a più riprese ribadito la legittimità della Noc. Tuttavia, l’annuncio a fine agosto da parte della multinazionale statunitense Halliburton della ripresa delle attività in Libia pone seri quesiti sulla coerenza della posizione Usa. L’annuncio è stato infatti dato dopo un incontro con i rappresentanti della Sirte Oil Company (Soc), altra controllata della Noc che ad aprile aveva espresso sostengo all’offensiva di Haftar.

Una serie di altre commesse affidate a compagnie americane nel corso degli ultimi mesi (la Guidry Group per la costruzione di un porto di acque profonde a Susah; la Culmen International per rafforzare le misure di sicurezza agli aeroporti di Mitiga, Misurata e all’aeroporto internazionale di Tripoli; la General Electric per aumentare la capacità di produzione elettrica) sembra confermare l’approccio prevalentemente commerciale, oltre a indicare gli sforzi delle amministrazioni libiche nel guadagnarsi il sostegno di Washington utilizzando strumenti di natura puramente transitiva.

L’Amministrazione Trump alla ricerca del tempo perduto
Sia Mosca che Washington hanno allargato lo spettro degli interlocutori in Libia, nel tentativo dichiarato di facilitare il dialogo, ma implicitamente per non restare spiazzati di fronte agli imprevedibili sviluppi della crisi. La differenza tra le due posizioni sta nel fatto che la diversificazione per Mosca è stato il punto di partenza, dal quale gradualmente estendere la propria influenza utilizzando anche metodi non-ortodossi. L’uso di mercenari e di strumenti volti a influenzare l’opinione pubblica evidenzia la disinvoltura con la quale la Russia persegue la propria strategia in Libia.

Facendo leva sugli ottimi rapporti con importanti attori regionali (Egitto su tutti) e sul costante dialogo con i principali leader libici (compresi outsider d’eccezione come Saif al-Islam), Mosca ha adottato una strategia proattiva che le potrebbe consentire di esercitare un ruolo importante dopo la fine del conflitto, qualsiasi sia il suo esito.

Per Washington invece la diversificazione rischia di essere il punto di arrivo, avvenuto per reazione più che calcolo strategico, frutto di un percorso accidentato, come evidenziato dalle dichiarazioni contraddittorie dello scorso aprile. Completamente assorbiti nella sia pur importante lotta al terrorismo, gli Stati Uniti hanno finito per trascurare la crisi politica, economica e sociale che, oltre a prolungare il conflitto, rappresenta il principale terreno di coltura dell’estremismo.

Il sostanziale disinteresse americano ha contribuito a compromettere non solo la roadmap dell’inviato dell’Onu Ghassan Salameh, ma anche gli sforzi diplomatici profusi da Francia e Italia nel 2018, impedendo una sintesi tra le due posizioni e favorendo la penetrazione nell’area di potenze esterne. Per tale motivo, nonostante la crescente influenza russa in Libia abbia finalmente risollevato di Washington dal torpore, la già posticipata conferenza di Berlino rischia di arrivare oltre tempo massimo.