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Il gas e i suoi risvolti geo-politici

Energia: Cina e Russia, Power of Siberia perno della partnership

17 Dic 2019 - Nunzio Scalera - Nunzio Scalera

Mentre l’Unione europea continua a discutere, senza risultati brillanti, come diversificare le sue fonti di approvvigionamento energetico, l’inaugurazione del gasdotto Power of Siberia spalanca alla Russia le porte dell’affamato mercato cinese.

Lo scorso 2 dicembre i presidenti della Federazione russa e della Repubblica popolare cinese, Vladimir Putin e Xi Jinping, hanno tagliato il nastro della nuova arteria gasifera che connette i giacimenti orientali della Siberia con la provincia cinese dell’Heilongjiang, nel nord-est del Paese. Si aggiunge così un altro tassello alla partnership strategica sino-russa che ora inizia a mettere in allarme l’Unione europea e gli Stati Uniti.

Power of Siberia: un progetto lungo vent’anni
Power of Siberia è una ‘pietra miliare’ nella cooperazione energetica tra Russia e Cina: così il presidente Xi, collegato in teleconferenza con il presidente Putin, ha definito il nuovo gasdotto lungo 3.000 chilometri che trasporterà il gas russo dai giacimenti di Chayanda (Repubblica di Sacha) e Kovykta (Regione di Irkutsk) fino allo stabilimento di Blagoveščensk al confine nord-orientale della Cina. Da qui, una serie di gasdotti si dirameranno in territorio cinese per un totale di altri 3.000 chilometri fino a sud di Shanghai assicurando un approvvigionamento continuo alle province di Jilin e Liaoning.

Il gasdotto garantirà inizialmente cinque miliardi di metri cubi (bcm) di gas naturale al gigante cinese, ma una volta a pieno regime, entro il 2025, la quota di gas esportato dalla Russia salirà a 38 bcm. L’accordo, concluso agli albori della crisi ucraina e dell’annessione russa della Crimea nel maggio del 2014 tra la russa Gazprom e la cinese China National Petroleum Corporation, prevede una fornitura trentennale di gas dal valore di 400 miliardi di dollari.

Power of Siberia, costato 55 miliardi di dollari, è il progetto più significativo intrapreso da Mosca dalla dissoluzione dell’Unione sovietica e si inserisce in contrattazioni lunghe dieci anni. I nodi principali che rallentavano la conclusione dell’accordo erano il prezzo delle forniture e il costo delle infrastrutture. Tuttavia, fattori esterni come la percepita ostilità occidentale dovuta alle sanzioni contro Mosca e la decisione cinese di modificare il proprio mix energetico, riducendo progressivamente l’utilizzo del carbone in favore del gas, hanno accelerato la convergenza d’interessi tra i due Paesi permettendo la quadratura del cerchio.

Una coalizione tra primi della classe
Seppur largamente enfatizzata per i suoi risvolti geopolitici, la cooperazione energetica sino-russa nella realtà risponde a calcoli differenti di natura prettamente economico-commerciale. La complementarietà dovuta alle rispettive posizioni di maggior esportatore di gas e di maggior consumatore di energia a livello globale ha permesso a Mosca e Pechino di mettere da parte le diffidenze che storicamente segnano il rapporto tra i due Paesi dal confine lungo 4.000 chilometri.

La Russia vanta circa il 20% delle riserve di gas mondiale e nel 2018 ha esportato circa 230 bcm di gas. Allo stesso tempo, i profitti derivanti dall’esportazione di idrocarburi, diretti principalmente vero il mercato europeo, rappresentano circa il 40% del bilancio federale russo e rendono Mosca fortemente dipendente da tali ricavi.

Il Cremlino da tempo progetta un indirizzamento del gas siberiano verso il Pacifico per due ragioni: in primo luogo, il progressivo deterioramento dei rapporti con i clienti europei – acuitosi a partire dal 2014 con le sanzioni economiche – ha imposto alla Russia del presidente Putin una valutazione più ampia dei mercati su cui collocare l’oro blu siberiano; in secondo luogo, Power of Siberia permetterà lo sfruttamento dei giacimenti della Siberia orientale finora inutilizzati, avviando anche un progressivo ripopolamento della regione ancora largamente inabitata.

L’inaugurazione di Power of Siberia, a un mese scarso dalla scadenza dei contratti di transito con Kiev, fornisce inoltre al Cremlino un ulteriore elemento di forza da sfruttare nei negoziati commerciali mediati dall’Unione europea.

Dall’altro lato, la Cina è il più grande consumatore e importatore di energia a livello mondiale. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, Pechino nel 2018 ha importato circa 122 bcm di gas, ma nel 2040 si prevede che la quota di gas importato raggiunga 353 bcm. Il fabbisogno cinese di gas ad oggi è soddisfatto dal gasdotto Asia Centrale-Cina che collega il Turkmenistan con la provincia dello Xinjiang e da significative importazioni di gas naturale liquefatto (gnl).

Accanto a Qatar e Australia, tra i maggiori esportatori di gnl in Cina si annoveravano gli Stati Uniti, prima che il braccio di ferro commerciale azzerasse di fatto le esportazioni americane per effetto dei dazi imposti dal governo cinese. Il gasdotto Power of Siberia, liberando la Cina dalla dipendenza del gnl statunitense, permette al dragone di muoversi con più agilità e di assumere una posizione più autonoma nella guerra commerciale che la contrappone agli Stati Uniti.

L’Europa al bivio
I 38 bcm del Power of Siberia sembrano non preoccupare l’Unione europea che nel 2018 ha importato dalla Russia una quantità di gas cinque volte maggiore (200 bcm) rispetto a quella destinata alla Cina. Il mercato europeo, guidato dai consumi tedeschi e italiani, resta ancora il principale mercato di sbocco per il gas russo. La centralità del mercato europeo e il reciproco vincolo di dipendenza che lega Russia ed Europa risulta ulteriormente rafforzato se si considera anche il previsto raddoppio dei flussi verso la Germania tramite il Nord Stream 2 e la potenziale espansione ed estensione di TurkStream anche ai Balcani.

La rottura del rapporto esclusivo tra Europa e Russia impone ciononostante la valutazione di scenari futuri che seppure di improbabile attuazione meritano attenzione. Gazprom, che pensa già a un raddoppio del Power of Siberia, ha rassicurato i suoi clienti sulla capacità di soddisfare congiuntamente il mercato europeo e quello cinese. Tuttavia, nel caso in cui questi due mercati divenissero dipendenti dagli stessi giacimenti ed entrassero per essi in competizione, la Russia, libera di muoversi su due mercati, diventerebbe titolare di un vastissimo e arbitrario potere di definizione dei prezzi.

La tanto auspicata transizione energetica e una concreta diversificazione dei fornitori di energia rappresenta dunque una priorità non più rimandabile per l’Unione europea a fronte di un futuro possibile deterioramento dei rapporti con il vecchio fornitore russo.

Il gas è morto, lunga vita al gas
La cooperazione energetica tra Russia e Cina si manifesta così come il combinato disposto di interessi commerciali ed errori di calcolo altrui. L’Unione europea, vittima della tradizionale narrativa atlantica, incapace di intrattenere con Mosca relazioni scevre da fantasmi del passato, ha spinto la Russia a ricercare nuovi mercati ugualmente ampi ma più affidabili nel lungo periodo.

Gli Stati Uniti del presidente Donald Trump, invece, in nome di uno stantio ‘America first, hanno abdicato al loro ruolo internazionale e hanno dimenticato la regola aurea dell’egemonia geopolitica secondo cui la potenza che intende mantenere lo status di leader mondiale deve evitare che i suoi principali sfidanti si coalizzino fra di loro. Washington non sembra avere fatto nulla per impedire questa coalizione; al contrario, sembra averla incentivata permettendo alla Russia di uscire dall’angolo al quale pareva costretta e alla Cina di cementare i rapporti con un partner strategico di rilievo.

Ancora una volta, il gas di cui tutti vogliono liberarsi ma di cui tutti hanno ancora uno sfrenato bisogno, definisce le strategie geopolitiche e influenza il posizionamento dei più importanti attori globali sullo scacchiere internazionale.