IAI
Contraddizioni tra rinnovabili e carbone

Clima: la Cina, gli accordi di Parigi e un nuovo Black New Deal

6 Dic 2019 - Pietro Quercia - Pietro Quercia

Nel 2015 sono stati firmati gli accordi di Parigi, il più importante trattato internazionale sul clima, che indica gli obiettivi nazionali per la riduzione delle emissioni inquinanti che contribuiscono al riscaldamento globale e quindi ai cambiamenti climatici. La Cina, il Paese con maggiori emissioni al mondo, ha indicato il 2030 come anno di inizio della riduzione delle proprie emissioni. Un obiettivo ambizioso, ad ora difficilmente raggiungibile.

La corsa di Pechino verso il carbone
La fame di energia elettrica del quasi miliardo e mezzo di abitanti della Cina è impressionante e per questo il Paese si sta affidando pesantemente al carbone come fonte energetica, la più inquinante tra le fonti fossili. Solo nell’ultimo anno (da gennaio 2018 a giugno 2019) ha aumentato la produzione di elettricità da carbone di circa 43 Gw, pari a 16 volte la centrale italiana più potente. Contemporaneamente, però, il resto del mondo ha diminuito di 8 Gw la propria dipendenza da questa fonte.

Purtroppo, la situazione sembra destinata a peggiorare. Secondo un recente studio del Global Energy Monitor, una Ong che monitora i progetti energetici a fonti fossili, Pechino ha in cantiere ulteriori 148 Gw di capacità a carbone, praticamente pari all’intera flotta di centrali a carbone di tutta l’Unione europea.

Le due facce della medaglia
Paradossalmente però, la Cina si piazza al primo posto anche per gli investimenti in energia pulita. Dal 2010 ha investito la cifra eccezionale di 758 miliardi di dollari, superando il volume complessivo dell’Unione europea, che si piazza seconda con 700 miliardi, e staccando di gran lunga il rivale asiatico, ossia l’India, ferma a 90 miliardi.

Questi risultati “a due facce” evidenziano la situazione unica di un Paese che negli ultimi 10 anni è cresciuto ad una media di quasi il + 8%, una cifra inarrivabile per i Paesi occidentali. Negli ultimi mesi, però, Pechino ha rallentato e chiuderà il 2019 con la crescita più bassa degli ultimi 25 anni (un comunque rispettabilissimo + 6,1% secondo le previsioni). Ad ottobre, l’industria cinese, la spina dorsale dell’economia di Pechino, ha diminuito i propri profitti del 9,9% rispetto allo stesso periodo di un anno fa. La guerra commerciale con gli Stati Uniti e una moderata crescita della domanda interna stanno impattando pesantemente l’economia cinese.

Proprio questo ‘rallentamento’ economico, secondo alcuni, non giustificherebbe la creazione di ulteriore capacità energetica a carbone, visto che già ora diverse centrali lavorano a singhiozzo. I nuovi progetti avrebbero infatti lo scopo di stimolare la crescita economica, la creazione di posti di lavoro e la produzione di materie prime necessarie. La Cina non è difatti nuova a giganteschi investimenti infrastrutturali mirati principalmente ad impiegare la manodopera.

La strada europea
Se da una parte il carbone cinese resiste e prospera, la situazione sta radicalmente cambiando nel Vecchio Continente. Nonostante i Paesi dell’Est Europa rimangano fedeli al carbone, tre quarti delle centrali non sono più redditizie, ma hanno anzi subito perdite finanziarie per oltre sei miliardi di euro solo nell’ultimo anno.
Secondo Carbon Tracker, un gruppo di ricerca che studia la transizione energetica in Europa, la produzione di elettricità dalla combustione del carbone è scesa di quasi il 40% nel 2019.

Le cause di questo declino sono varie: l’abbassamento costante del prezzo per le rinnovabili, un maggior efficientamento energetico, l’incremento del gas come fonte fossile, ma soprattutto l’aumento negli ultimi due anni del prezzo della Co2 stabilito dal mercato europeo delle emissioni.

Dopo diversi anni di calma piatta, infatti, l’Emissions Trading Scheme – il sistema di quote che dà un prezzo ad ogni tonnellata di Co2 emessa, specialmente dal settore elettrico – ha iniziato a ingranare ed ora il costo si aggira intorno ai 25 euro per tonnellata, notevolmente maggiore rispetto ai pochi euro di qualche anno fa. L’attuale prezzo rende semplicemente non più conveniente bruciare carbone in Europa.

Una prospettiva diversa
Se su questo fronte l’Europa guida la decarbonizzazione, in altri insegue i concorrenti. La Banca europea per gli Investimenti – che tra l’altro ha recentemente annunciato lo stop dei finanziamenti a progetti energetici basati su fonti fossili – ci ricorda come l’Unione europea investa troppo poco in tecnologie pulite. Secondo un rapporto di pochi giorni fa, nel 2018 la Ue ha speso l’1,2% del Pil in investimenti per la mitigazione dei cambiamenti climatici, assai meno della Cina (3,3%) e pure degli Stati Uniti (1,3%).

Nel giudicare questi dati bisogna sempre ricordare che l’Europa si vuole porre alla guida della transizione energetica e climatica, facendo da modello al resto del mondo.

Se da un lato bisogna essere preoccupati per alcune scelte energetiche da parte della Cina, dall’altro non possiamo negare le nostre responsabilità, soprattutto passate, nel riscaldamento globale. D’altronde cosa possiamo veramente dire ad un Paese, la Cina, che solo nel 2018 ha fatto uscire dalla soglia di povertà oltre 13 milioni di persone? Certamente il clima non guarda in faccia a niente e a nessuno, ma se invece di considerare le emissioni totali iniziassimo a ragionare in emissioni pro capite e, soprattutto, nell’inquinamento creato dai nostri consumi e prodotti, il giudizio complessivo sui Paesi occidentali e sui Paesi in via di sviluppo muterebbe notevolmente.