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Dopo le presidenziali del 12 dicembre

Algeria: il mito di Sisifo e l’elezione di Tebboune

17 Dic 2019 - Francesca Caruso - Francesca Caruso

Il risultato elettorale delle presidenziali algerine ricorda un po’ il mito di Sisifo, condannato a trascinare un enorme masso lungo un ripido pendio di una collina; ma, una volta giunto vicino alla cima, il masso rotolava nuovamente a valle e Sisifo doveva ricominciare da capo. Per l’eternità. Probabilmente gli algerini non dovranno protestare per l’eternità, ma è chiaro che con l’elezione di Abdelmadjid Tebboune a presidente della Repubblica, il loro masso non è passato dall’altra parte della collina. Anzi, è rotolato di nuovo a valle, poco più in là di dove era partito.

Chi è il nuovo presidente, ex premier di Bouteflika
Classe 1945, Abdelmadjid Tebboune, ex primo ministro di Abdelaziz Bouteflika, non rappresenta certo quel cambiamento radicale che centinaia di migliaia di algerini, intorno al movimento ‘hirak’, hanno chiesto per 43 settimane di fila protestando per le strade di tutto il Paese. E infatti, tra i cinque candidati che hanno partecipato alle presidenziali del 12 dicembre, Tebboune era considerato il più vicino a Ahmed Gaïd Salah, attuale capo dell’esercito e deus ex machina del Paese, e a Bouteflika.

Il più vicino, ma non vicinissimo. Perché in Algeria, quando si parla di potere, i superlativi non si possono utilizzare. O meglio, bisogna sempre calcolare che tra i gangli del regime – o dei décideurs – i rapporti di forza cambiano costantemente e chiunque – anche il presidente – è preda di questo dinamismo. E infatti, sebbene Tebboune possa vantare una carriera trentennale all’interno dell’amministrazione algerina, quella da primo ministro è stata effimera.

Il 23 maggio 2017, con sorpresa generale di tutti, Bouteflika lo aveva nominato primo ministro. Ma dopo appena tre mesi dalla nomina, il tecnocrate del Fronte di liberazione nazionale (Fln) venne sostituito da Ahmed Ouyahia, oggi condannato a quindici anni di carcere. Il motivo del rimpasto era dovuto al fatto che Tebboune era apertamente in opposizione a Ali Haddad, presidente della Confindustria algerina e, soprattutto, emblema dell’ascesa fulminea degli oligarchi tra i gangli del potere.

Il peso degli imprenditori fra i décideurs
L’ingresso degli imprenditori tra i décideurs, che storicamente erano generali dell’esercito o politici del Fronte di liberazione nazionale (Fln), era un tratto distintivo dell’era Bouteflika che a molti non piaceva affatto. Tra questi c’era Tebboune che infatti, non appena fu nominato primo ministro, decise di ridurre le importazioni per un valore di più di 40 miliardi l’anno.

L’obiettivo di questa operazione era proprio quello di colpire quella cricca di oligarchi che negli anni aveva beneficiato di prestiti bancari altissimi con interessi irrisori. Ma come insegna la storia, in Algeria l’uomo forte tout-court non esiste e chiunque può cadere da un momento all’altro. E anche Tebboune, dopo appena due mesi e mezzo, fu messo da parte.

Da simbolo anti-corruzione allo ‘scandalo della cocaina’
Per Tebboune, la magra consolazione di questo rimpasto, fu che per un momento fu considerato come un piccolo rivoluzionario in un Paese dove la corruzione aveva raggiunto livelli record. Ma, per un breve momento, appunto, perché qualche mese dopo il suo nome veniva legato allo ‘scandalo della cocaina’, ovvero a un maxi-sequestro di 701 chili di polvere bianca avvenuto nel porto di Orano nel maggio del 2018. L’indagato non è lui, ma il figlio Khaled, che oggi è in detenzione provvisoria proprio perché sospettato di riciclaggio di denaro, nel quadro di quell’affare che ha dato avvio a una serie di arresti a cascata tra le alte gerarchie dello Stato.

Le migliaia di algerini che protestano da dieci mesi chiedendo democrazia, dignità, fine della corruzione e un cambio radicale dell’elite politica, di certo non si sono dimenticati dello scandalo. E infatti, non appena Tebboune è stato proclamato presidente con il 58% dei voti, i manifestanti hanno iniziato a sventolare per aria chili e chili di farina.

Tebboune, conscio della crisi politica che sta attraversando l’Algeria, ha risposto organizzando una conferenza stampa e tendendo la mano all’ ‘hirak’. “Mi rivolgo direttamente all’ ‘hirak’ – ha detto durante la conferenza – per avviare un dialogo serio al servizio dell’Algeria e unicamente dell’Algeria. È il tempo di concretizzare gli impegni presi durante la campagna elettorale senza nessun tipo di esclusione, marginalizzazione o vendetta”.  Ma oltre a tendere la mano, Tebboune è rimasto molto evasivo sul metodo che utilizzerà per avviare questo dialogo e, soprattutto, sul fatto se libererà o meno i 140 prigionieri d’opinione arrestati dal regime tra giugno e novembre. Oltre al dialogo, ha promesso una revisione della costituzione e della legge elettorale, ma non si è espresso sul resto. Non si sa infatti se seguirà le conclusioni del rapporto della Commissione di mediazione e dialogo – creata a giugno dal regime per rispondere alle proteste -, secondo cui subito dopo le elezioni deve esserci un periodo di transizione costituzionale.

I dubbi dell’ ‘hirak’ di fronte alle aperture del presidente
Per molti dell’opposizione, la richiesta di dialogo di Tebboune è un modo per separare l’ ‘hirak’ e vuole dire ammettere la nullità del lavoro della Commissione di mediazione e dialogo, che tutto ha fatto fuorché capire che cosa vogliono realmente gli algerini. Per l’opposizione, invece di chiedere il dialogo, Tebboune dovrebbe prima di tutto avviare la liberazione dei detenuti d’opinione, del campo politico e mediatico, e la fine della repressione verso i manifestanti. Oltre a questo però, l’ ‘hirak’ non sembra avere ancora una strategia vera e propria su come rispondere alla crisi.

Fino ad adesso, il movimento ha dato una grande prova di maturità scendendo nelle strade e manifestando in maniera del tutto pacifica. Ma è anche vero che, se all’inizio il fatto di non avere dei rappresentanti poteva giocare a loro favore, proprio perché il regime non sapeva con chi prendersela direttamente, dopo qualche mese l’assenza di leadership è diventata contro-producente e ha minato la sua ragion d’essere: essere un interlocutore politico.

In questa confusione, c’è anche chi intravede il pericolo del radicalismo dell’ ‘hirak’. È vero che l’esercito algerino ha aumentato la repressione, ma è anche vero che, durante la campagna elettorale e subito dopo, i toni sono peggiorati. Ci sono state anche alcune scene di violenza nei seggi, come per esempio in Francia, perché per alcuni sostenitori dell’ ‘hirak’ chiunque è andato a votare è un traditore.

Ora, se è vero che una delle paure di oggi è che il regime dopo le elezioni aumenti la repressione contro i manifestanti, è anche vero che secondo alcuni algerini – che hanno appoggiato pienamente l’ ‘hirak’ – non si può negare il contributo che l’esercito ha dato per assicurare la calma. Non servono loro molti argomenti per giustificarlo: citano l’Iraq, il Cile, l’Ecuador e paragonano quello che è successo in Algeria, dove in dieci mesi di protesta non c’è stato nemmeno un ferito, mentre nel resto del mondo è bastato un pomeriggio per averne decine. Solo merito dei manifestanti?