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Il voto presidenziale, terzo tentativo

Algeria: verso le elezioni, tra incognite e perplessità

10 Dic 2019 - Caterina Roggero - Caterina Roggero

La terza volta sarà quella buona? Nel 2019 l’Algeria avrebbe dovuto votare il nuovo presidente della Repubblica già in aprile e in luglio, ma entrambe le elezioni sono state annullate. Anche sul nuovo appuntamento elettorale, fissato per il prossimo 12 dicembre, si addensano incognite e perplessità.

Il popolo algerino, un protagonista assente
Il motivo per il quale l’Algeria è in una situazione politicamente instabile e potenzialmente critica da quasi un anno è legato a un aspetto di per sé positivo nella vita socio-politica nazionale. Il popolo algerino – grande protagonista-assente della storia dell’Algeria dall’indipendenza in poi – dal 22 febbraio 2019 si è risvegliato da un torpore apatico che per anni lo aveva tenuto ben alla larga da qualsivoglia partecipazione politica.

Il Decennio nero dell’Algeria (1992-2002 circa), così denominato per la straziante guerra tra lo Stato e gli jihadisti, con milioni di algerini nel mezzo e 200/250 mila vittime, aveva avuto infatti l’effetto collaterale di mettere ben in guardia la popolazione rispetto ai rischi della democrazia. Il colpo di stato militare per bloccare l’avanzata islamista – atto anti-costituzionale e quindi in sé anti-democratico – del gennaio 1992 era stato approvato da chi per la democrazia era sceso in piazza nel celebre “ottobre 1988”.

La fine del ventennio di Bouteflika
A trent’anni da quei fatti e dopo un altro ventennio dominato da un unico presidente, Abdelaziz Bouteflika, e il suo clan, il popolo d’Algeria è ritornato in quelle stesse strade: centinaia di migliaia di persone unite in una marea umana, festante e pacifica, che ha defilato ogni venerdì dal 22 febbraio in poi. La determinazione dell’hirak (“movimento” in arabo) ha portato alle dimissioni e al ritiro della candidatura del presidente uscente Bouteflika e quindi all’annullamento delle elezioni.

Nel rispetto costituzionale, la gestione della Repubblica è passata a un presidente ad interim individuato in Abdelkader Bensalah, già alla guida della Camera alta: uomo vicino a Bouteflika e membro di uno dei due partiti rimasti sempre al governo nel ventennio precedente, il Raggruppamento nazionale democratico (Rnd). Le nuove elezioni previste per il 4 luglio sono state invalidate per mancanza di candidati: nessuno ha osato presentarsi di fronte a un movimento che continuava a richiedere un ricambio ai vertici totale e un processo transitorio affidato a personalità non colluse con il sistema che aveva fatto quadrato attorno a Bouteflika, godendo dei suoi favori.

Il ruolo dell’esercito
In tutto ciò l’esercito, attraverso il capo di Stato maggiore Gaïd Salah, ha avuto un ruolo di prim’ordine: ha deciso di non sparare e non reprimere il movimento, ha obbligato ‘Boutef’ a rassegnare le dimissioni, nell’estate ha imposto a Bensalah uno stop alle trattative con i rappresentanti dell’hirak, liquidando come perdite di tempo le loro pressanti richieste “preliminari” a qualsiasi negoziato (liberazione dei prigionieri politici in primis), ha appoggiato pubblicamente le ondate di arresti per corruzione ai danni del ‘clan Bouteflika’ (dai familiari a importanti uomini di affari oggi sotto processo) e, infine, in settembre, ha ordinato al presidente ad interim di fissare per una buona volta le elezioni per farla finita con la ‘crisi’, accusando quanti si oppongono a una sua immediata risoluzione di essere complottisti e partiti ostili al popolo del quale si sono auto-proclamati portavoce.

Mentre i cortei di protesta in Algeria continuano con una ripresa, nel mese di novembre, della massiccia partecipazione e il fronte del boicottaggio delle elezioni è molto rumoroso, i cinque candidati scommettono su un’ipotizzata maggioranza silenziosa che dalla situazione di scarsa governabilità vuole uscire e che il 12 dicembre dovrebbe portare il tasso di partecipazione a livelli soddisfacenti (nel 2014 per il quarto già contestato mandato di Bouteflika si era arrestato al 51,7% e alle ultime legislative e locali del 2017 era ulteriormente sceso al 38,25%).

La scommessa sul tasso di partecipazione
Le campagne elettorali difficilmente appassionano e i comizi sono spesso accolti da gruppi di contestatori. Sono circa 300 gli arresti nei confronti di manifestanti sia con l’accusa di attentato alla sovranità nazionale per coloro che sventolano la bandiera berbera (sfruttando nuovamente l’identità amazigh come fattore divisivo), sia con motivazioni legate all’ordine pubblico (interpretati dai militanti come reati di opinione).

L’hirak è lungi dall’essere unito al proprio interno ed è piuttosto sintomatico delle diverse anime di una rinnovata società civile che continua però a pretendere l’avvento di una nuova classe politica alla guida della nazione: una caratteristica oggettivamente mancante ai cinque candidati. Due di questi sono ex-primi ministri: Abdelmadjid Tebboune, forse il più legato al vecchio regime, premiato dall’ex presidente con vari ministeri e incarichi nel corso del ventennio, e Ali Benflis, storico competitor nelle scorse presidenziali, che ha cercato sino all’ultimo un dialogo con l’hirak. Anche Azzedine Mihoubi è stato uomo di governo di Bouteflika, ma più come uomo di cultura (è scrittore e poeta) prestato alla politica, raggiungendo oggi la carica di segretario del Rnd. Abdelkader Bengrina è stato parte del sistema – Bouteflika avendo ricoperto la carica di ministro del Turismo: rappresenta l’ala islamista che dal 1995 partecipa attivamente alla vita politico-istituzionale del Paese.

L’unico candidato a non aver ricoperto incarichi precedentemente è Abdelaziz Belaïd, il più giovane (56 anni) che vanta dalla sua dieci anni come deputato del sempre vivo Fronte di liberazione nazionale (Fln, insieme a Rnd partiti al governo dell’era Bouteflika) dal quale si è poi distaccato nel 2012. I programmi non sono troppo distanti l’uno dall’altro e le promesse sono quelle che il popolo attende da qualche decennio: lotta alla corruzione, diversificazione dell’economia per sganciarla dalla rendita proveniente dagli idrocarburi, grandi opere infrastrutturali. Sarà questa la strada giusta perché il più esteso Paese africano si trasformi anche in una grande potenza continentale?