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Quarant'anni di guerra

Afghanistan: Natale 1979, l’attacco senza fine dell’Urss

29 Dic 2019 - Marco Petrelli - Marco Petrelli

Mezz’ora di raid per 40 anni di guerra. La campagna sovietica in Afghanistan cominciava quattro decenni fa e, negli intenti dell’Urss, sarebbe dovuta essere un colpo di mano per mettere fuori gioco un alleato divenuto troppo ingombrante. E invece tutto andò diversamente, con ripercussioni che si avvertono ancora oggi.

L’antefatto
Il legame fra Afghanistan e Urss risale agli Anni 20 del XX Secolo e si era rafforzato nel secondo dopoguerra con accordi commerciali e diplomatici.

Fra il 1964 e il 1978 tre golpe destabilizzano l’Afghanistan: l’ultimo di essi, noto come ‘Rivoluzione di Saur’, vide salire al potere il Pdpa (Partito Democratico Popolare di Afghanistan, di ispirazione sovietica). Ne nasce la Repubblica Democratica di Afghanistan presieduta da Nur Mohammad Taraki, il quale sarà rovesciato l’anno dopo da un quarto colpo di stato, ordito dal rivale Hafizullah Amin.

Kabul, 24 dicembre 1979
L’Urss di Leonid Brezhnev segue con apprensione le vicende afgane, poiché gli investimenti russi nel Paese sono cospicui. Inoltre i tentativi di modernizzazione adottati dal Pdpa hanno provocato una frattura con le aree rurali, nelle quali l’autorità dei clan è superiore a quella del governo di Kabul, e l’opposizione tribale ha alimentato un duro conflitto intestino.

A dicembre la situazione precipita. Mosca decide un intervento diretto. Inizia l’Operazione Štorm 333: le forze speciali Spezgruppa Alfa e Spezgruppa V del Kgb assaltano il palazzo presidenziale di Kabul, liquidando il presidente e l’intero suo gabinetto. Il raid dura 30 minuti; ne seguirà una guerra lunga 10 anni.

1979-1989, la guerra
Conquistata Kabul e occupati tutti i ministeri, i sovietici pongono a capo dello Stato dapprima Babrak Karmal (capo dell’ala moderata del Pdpa) e poi nel 1986 Mohammad Najibullah, più vicino alle posizioni russe. L’esercito locale è addestrato, armato ed equipaggiato per sostenere la guerra con un fronte anti-sovietico che, sin dai primi anni dell’invasione, ha mostrato di essere una spina nel fianco delle autorità locali e dell’Urss.

Per stroncare la resistenza nemica si ricorre a spietate tecniche di ‘contro-banda’: uso di napalm, aggressivi chimici, abbattimento del bestiame, avvelenamento delle scorte d’acqua, mine anti-uomo destinate ai più piccoli (le micidiali Pfm-1 ‘Pappagalli verdi’), deportazione ed esecuzione di civili. Sono cinque milioni i profughi ammassati nei campi di accoglienza pakistani, circa tre milioni quelli interni.

Afghanistan 1989-2015
A distanza di tre decenni dal ritiro sovietico, il Paese reca ancora su di sé i segni di una guerra fra le più crudeli della seconda metà del XX Secolo. Il ritiro dell’Urss, infatti, non ha voluto dire pace e stabilità e neppure crescita: partiti i russi l’Afghanistan è finito dapprima nella spirale della guerra civile, poi sotto il duro regime dei talebani a loro volta in guerra con l’Alleanza del Nord.

Nell’ottobre del 2001 ci fu l’intervento americano, seguito il 20 dicembre dello stesso anno dalla Missione Nato Isaf (International Security Assistance Force) e, dal gennaio 2015, da Resolute Support – ancora in corso -: un contingente di 14 mila militari del quale Usa, Germania e Italia sono principali contributori. Progressi ve ne sono stati: un governo stabile, il cui presidente uscente, Ashraf Ghani, è stato riconfermato dalle elezioni del 28 settembre. Nel corso dell’ultimo anno, inoltre, è avvenuta una seconda tornata elettorale per il rinnovo del Parlamento.

Dubbi sul futuro
Nel quarantesimo anniversario della campagna russa restano tuttavia forti dubbi sul futuro del Paese. Durante la visita ai militari statunitensi nel Giorno del Ringraziamento, Donald Trump ha auspicato di potere riuscire a ridurre a 8600 uomini la forza attualmente schierata, aggiungendo che i talebani sarebbero pronti ad un cessate il fuoco. Speranza che potrebbe infrangersi di fronte a nuove azioni condotte contro soldati stranieri, ad esempio l’uccisione di quattro americani il 23 dicembre scorso.

Sul fronte Nato, la previsione di Trump è già stata messa in discussione dal segretario generale dell’Alleanza atlantica Jens Stoltenberg che, lo scorso giugno, parlava dell’Afghanistan come di una “priorità operativa”.

Alla complessità della diplomazia si aggiunge il quadro decisamente poco consolante del rapporto Unama 2019, dal quale risulta che vi sono stati 4087 morti solo per mano talebana e 3000 circa per mano Isis, oltre ad altri causati da ribelli e criminali autonomi.

L’atteggiamento di Mosca 40 anni dopo
Problemi reali di stabilità interna, quotidianità di 33 milioni e mezzo di abitanti e di vecchi nemici … ora amici. La Russia infatti non ha mai perso interesse per ciò che ha rappresentato la più significativa sconfitta militare dell’ex impero sovietico. Già sotto la presidenza Karzai gli incontri diplomatici con Mosca sono stati frequenti: nell’ottobre di due anni fa l’ex presidente ha tentato di coinvolgere la Federazione russa nei colloqui per il ritiro dei militari stranieri dal Paese.

Più di recente, la sospensione dei colloqui voluta da Trump, dopo un attentato contro soldati Usa a settembre, ha spinto i talebani dapprima a Mosca a un meeting organizzato dal diplomatico Zamir Kabulov, poi a Pechino a una tavola rotonda con il governo di Pechino.

Se da un lato non è un mistero che il Cremlino investa in infrastrutture nel Paese degli Aquiloni, dall’altro è difficile comprendere quali siano le sue aspettative: la Nato non si ritirerà a breve, né i talebani accetteranno una tregua tout court e senza garanzie.

E allora? Il fine della diplomazia russa è dimostrare che gli interventi americano e Nato abbiano prodotto più danni che benefici e che la Russia, per vicinanza geografica, rappresenti l’unico interlocutore affidabile di talebani e Kabul per una vera risoluzione del conflitto.

Nodo di Gordio gli equilibri interni, unica cosa che in Afghanistan muta con rapidità. I capitali sono importanti per ricostruire il Paese, ma è da vedere se il governo legittimo e gli studenti coranici saranno disposti a sopportare l’influenza politica ed economica di Mosca. La Storia ci ha già mostrato come è andata nel ’79, ma sembra che non tutti abbiano imparato…