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La difficile sfida del riscaldamento globale

Clima: Accordo di Parigi, Usa lasciano, Ue e Cina per leadership

8 Nov 2019 - Nunzio Scalera - Nunzio Scalera

Come risaputo in politica ogni promessa è debito e sembra che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump mantenga tutte le sue promesse. Lunedì scorso, a un anno esatto dall’Election Day di Usa 2020, il 3 novembre, Trump ha presentato la notifica formale di recesso dall’Accordo di Parigi sul clima. La notizia, che porterà inevitabilmente a una polarizzazione del dibattito elettorale attorno alle tematiche climatiche, apre un vuoto di leadership a livello globale nella lotta ai cambiamenti climatici.

Il ritiro dall’Accordo di Parigi
Il presidente Trump non ha voluto attendere oltre il primo giorno utile per notificare alle Nazioni Unite l’uscita degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi sul clima. L’intesa – entrata in vigore il 4 novembre 2016 e che al momento conta 187 Stati firmatari all’interno della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici – fissa come obiettivo a lungo termine quello di limitare l’aumento della temperatura globale media al di sotto dei 2 gradi Celsius rispetto ai normali livelli pre-industriali.

Trump, già nel giugno del 2017, aveva annunciato la volontà di abbandonare l’accordo, definito ‘unfair’, perché dannoso per l’industria statunitense dei combustibili fossili. La notifica di ritiro dall’intesa entrerà, però, in vigore solo a partire dal 4 novembre 2020, il giorno successivo alle prossime elezioni presidenziali negli Stati Uniti, nelle quali Trump corre per il rinnovo del mandato.

La lotta ai cambiamenti climatici si candida così a divenire un tema centrale nelle prossime presidenziali imponendo agli elettori statunitensi una scelta binaria tra due modelli antitetici. Da un lato Trump, che nel corso del suo mandato ha progressivamente iniziato a smantellare le misure federali dell’era-Obama volte alla limitazione delle emissioni di gas serra. Dall’altro lato, il futuro candidato democratico che sicuramente farà del ‘Green New Deal‘ una bandiera della sua campagna: un elemento che potrà dimostrarsi fondamentale specialmente negli Stati del Midwest che nel corso dell’ultimo anno sono stati fortemente colpiti da violente alluvioni. Nel caso in cui vincesse il candidato democratico, il nuovo presidente avrebbe bisogno di soli 30 giorni a partire dall’Inauguration Day del 20 gennaio 2021 per riportare gli Stati Uniti nell’accordo.

Stati, comunità e settore privato Usa riempiono vuoto leadership federale
Sebbene la mancanza di un serio intervento statunitense a livello internazionale in materia climatica abbia messo in dubbio la capacità degli Stati Uniti di continuare a ricoprire il ruolo di leader nella lotta ai cambiamenti climatici, l’ambiziosa resistenza green di singoli Stati, comunità locali e settore privato sembra potere fare fronte al vuoto di leadership a livello federale.

Una ferma condanna della decisione del presidente Trump di abbandonare l’accordo di Parigi è giunta dalla US Climate Alliance, un gruppo composto da 25 governatori bipartisan costituitosi nel 2017 su iniziativa di tre Stati California, New York e Washington. Questa coalizione di Stati, impegnata nell’attuare “politiche che promuovano gli obiettivi dell’Accordo di Parigi, con il fine di ridurre le emissioni di gas a effetto serra”, comprende circa la metà della popolazione statunitense e si fonda sullo scambio di buone pratiche e iniziative come la modernizzazione delle reti elettriche, le green banks e la gestione integrata dei soft costs connessi ai progetti nel campo dell’energia solare.

Guardando invece al livello locale, anche la coalizione dei Climate Mayors, una rete di oltre 400 comuni che raggruppa sindaci di diversi schieramenti politici, è impegnata nel perseguire gli obiettivi fissati nell’Accordo di Parigi sul clima. Tra le iniziative principali del gruppo di sindaci vi è lo sviluppo della mobilità elettrica tramite il piano denominato ‘Electric Vehicle Purchasing Collaborative’, un piano per ridurre i costi dei veicoli elettrici e dell’installazione delle infrastrutture di ricarica tramite offerte collettive di acquisto per grandi quantità di veicoli.

In più, la green wave americana non può prescindere dal settore dell’imprenditoria privata. Nonostante le politiche dell’Amministrazione Trump, le emissioni di gas serra prodotte dalle imprese statunitensi hanno segnato un progressivo calo grazie alle nuove tecnologie disponibili e al miglioramento dell’efficienza e alla riconversione dei sistemi produttivi privati. Tuttavia, alcuni elementi strutturali come le crescenti tensioni tra Cina e Stati Uniti, che coinvolge anche il settore delle tecnologie energetiche, e la sempre più ampia disponibilità di gas naturale a basso prezzo grazie all’utilizzo delle tecnologie shale rischiano di rallentare la transizione del settore privato verso fonti energetiche pienamente sostenibili.

Unione Europea: una leadership in divenire
Se gli Stati Uniti dell’Amministrazione Trump si mostrano ben disposti a spogliarsi del ruolo di leader, l’Unione europea appare ben volenterosa di raccogliere lo scettro. Questa aspirazione globale si è ulteriormente accentuata con la nomina di Ursula Von der Leyen come presidente della Commissione Europea. Uvdl ha fatto del Green New Deal europeo l’asse portante del suo progetto per i prossimi cinque anni.

L’Unione europea, seppur pronta per la leadership, deve però condividere i riflettori con la Cina del presidente Xi Jinping. Il tandem euro-cinese sembra uscire rafforzato dalla visita del presidente francese Emmanuel Macron in Cina conclusasi con la firma di un documento congiunto che sancisce l’irreversibilità dell’Accordo di Parigi sul Clima. Il presidente francese, giunto a Shanghai per sottoscrivere 40 accordi commerciali con la Cina e assicurarsi l’accesso privilegiato allo sconfinato mercato cinese, ha colto ancora una volta la mancanza di voci autorevoli europee per ergersi a portavoce dell’Unione. Macron e Xi hanno riconfermato il ”loro deciso sostegno all’Accordo di Parigi, che considerano un processo irreversibile e una bussola per un’azione forte sul clima”.

Tuttavia, le ambizioni di Cina e Unione Europea sembrano ben maggiori delle loro reali potenzialità. La Cina resta al momento il maggior produttore mondiale di Co2 e, sebbene sia impegnata con forti investimenti nel settore delle rinnovabili e della mobilità elettrica, il ricorso ai combustibili fossili continua ad occupare una fetta significativa nella produzione di energia elettrica soprattutto in vista di un possibile rallentamento economico.

D’altro lato, l’Unione europea pur raggiungendo l’obiettivo di climate neutrality fissato per il 2050 contribuirebbe solo marginalmente alla riduzione globale di Co2, rappresentando le emissioni europee solo il 10% di quelle complessive a livello mondiale. Nonostante queste criticità, l’Ue potrebbe essere un’ottima candidata per far fronte al progressivo disimpegno statunitense nella lotta ai cambiamenti climatici, sfruttando le sue capacità persuasive per stimolare iniziative più ambiziose a livello internazionale.

Conseguenze future
Il recesso degli Stati Uniti – al secondo posto tra i Paesi più inquinanti al mondo – dall’Accordo di Parigi sul clima rischia di minare gli sforzi internazionali della lotta ai cambiamenti climatici. I dati pubblicati dalla Banca Mondiale, secondo cui “l’impatto dei disastri naturali estremi equivale a una perdita globale di 520 miliardi di dollari nel consumo annuo e costringe ogni anno circa 26 milioni di persone alla povertà”, mostrano come le sfide climatiche necessitino di un approccio multilaterale e non possano incentrarsi su risposte semplicistiche e nazionali.

Le nuove tecnologie risultano pronte ad indirizzare gli attuali paradigmi energetici e produttivi in una direzione realmente green. Tuttavia, tali dimensioni non possono prescindere da una forte leadership politica in grado di superare le divergenze geografiche e ideologiche. Senza Stati Uniti questo vuoto di leadership, anche se potrà essere colmato, è destinato a farsi sentire.