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Strada in salita per Ursula von der Leyen

Ue: Commissione cercasi, le difficoltà del progetto europeo

5 Nov 2019 - Gianni Bonvicini - Gianni Bonvicini

E’ difficile ricordare tempi così deprimenti e complicati, sul piano politico-istituzionale europeo, all’avvio di una nuova legislatura. A esserne colpita è innanzitutto la Commissione europea che ha dovuto, per la prima volta nella storia dell’Unione, rinviare di almeno un mese il proprio insediamento. La causa, come è noto, è la bocciatura da primato, da parte del Parlamento europeo, di ben tre candidati commissari e la reticenza dei governi, che li avevano indicati, fra cui quello francese, ad accettare il diktat di Strasburgo proponendo rapidamente altri nominativi. Non è davvero questo un buon inizio per Ursula von der Leyen, che è costretta a rinviare i progetti che aveva a cuore, con il rischio di perdere parte dello slancio iniziale, appena eletta presidente.

La scarsa legittimazione parlamentare
In attesa che il nuovo governo di centro-destra romeno fornisca il suo nuovo nominativo, aggiungendosi alle seconde scelte già annunciate da Ungheria (Oliver Varhelyi) e Francia (Thierry Breton), si cominciano a valutare le difficoltà che il dialogo fra le istituzioni incontrerà nei prossimi mesi ed anni. Tutto ha naturalmente inizio con le elezioni del Parlamento europeo. I quasi-festeggiamenti di scampato pericolo per non avere assistito, come s’era temuto, a un’affermazione maggioritaria delle forze nazionaliste sono durati ben poco.

Già l’elezione della von der Leyen con una risicatissima maggioranza (solo nove voti) ha fatto scattare un primo campanello d’allarme sulla tenuta dei partiti pro-europeisti, usciti fortemente ridimensionati dall’ultima tornata elettorale. La controprova si è avuta qualche settimana dopo nel corso di un voto parlamentare sulla risoluzione in favore dell’apertura dei porti alle navi delle Ong, respinta anche se con un margine ristretto di soli due voti. Ciò significa che i sentimenti nazionalisti non sono confinati nell’arco dei movimenti dichiaratamente tali, ma che su alcune questioni, come l’immigrazione, il fronte pro-europeo è facilmente penetrabile. Al contrario, i sovranisti, anche se divisi fra di loro, riescono a trovare una forte coesione allorché si affrontano battaglie anti-europee.

Il conflitto tra Parlamento e Consiglio sui candidati
A complicare ulteriormente il quadro politico futuro è lo scontro aperto fra il Parlamento e il Consiglio. Il rifiuto appena ricordato dei tre candidati di Francia, Ungheria e Romania ne è il primissimo segnale. La ragione, oltre che per le questioni specifiche relative ai tre casi in questione, è da ritrovare nella quasi unanime decisione dei governi dell’Unione di non utilizzare la procedura dei cosiddetti ‘spitzenkandidaten‘ che avrebbe dovuto, come nel caso precedente di Jean-Claude Junker, ‘obbligare’ il Consiglio europeo ad accettare il capolista del partito più votato dagli elettori (Manfred Weber del Ppe).

Fra i contrari a questa procedura, in prima linea è apparso il presidente francese Emmanuel Macron. Facile quindi sospettare che nella bocciatura del suo primo candidato, Sylvie Goulard, abbia pesato anche lo ‘sfregio’ patito dal Parlamento. Teoria magari un po’ estrema, anche perché Manfred Weber era poco apprezzato dalle stesse forze dell’attuale maggioranza parlamentare (Ppe, S&D, Renew Europe).

Tuttavia questo inizio di braccio di ferro fra Parlamento e Consiglio non è una buona notizia, anche perché esso sarà difficilmente sostenibile in futuro, proprio alla luce della frammentazione partitica uscita dalle recenti elezioni e della conseguente difficoltà di mettere assieme solide maggioranze. Si aggiunga poi la minore legittimazione politica della stessa Commissione, che ha visto il nome della propria presidente uscire dal cilindro di un accordo imposto dall’alto, con ‘un’operazione di palazzo’ come si direbbe dalle nostre parti, dettata ancora una volta dalla coppia franco-tedesca.

Le difficoltà di un’Unione frammentata
Il dialogo inter-istituzionale si profila quindi come particolarmente complesso, certamente più difficile di quanto non sia stato negli anni passati. Malgrado gli avvisi di interdizione sulle nomine lanciati dal Parlamento, appare infatti abbastanza evidente da queste prime mosse che l’agenda politica verrà essenzialmente dettata dal Consiglio europeo.

Una Commissione indebolita politicamente e un Parlamento meno coeso avranno vita molto difficile nel costruire un fronte unito e propositivo verso i capi di Stato e di governo. Sembra davvero che le tendenze verso un’Unione sempre più intergovernativa non siano destinate a modificarsi nella prossima legislatura. I primi segnali in questa direzione si avranno a breve con la grande battaglia sul futuro bilancio comunitario.

Il fatto che la precedente Commissione Junker non abbia avuto la forza di chiudere un accordo prima dell’insediamento della nuova lascia una patata bollente nelle mani della von der Leyen. Su questo tema specifico assisteremo infatti al solito balletto delle contrapposizioni fra i governi dell’Ue, largamente basate sulle singole analisi dei costi e benefici nazionali, a scapito di una visione d’assieme.

Il rischio, quindi, è che la nuova Commissione si trovi schiacciata fin dall’inizio dalla volontà del Consiglio, dovendo confrontarsi con un bilancio largamente intergovernativo dove lo spazio per le sue dichiarate ambizioni di politiche comuni finisca per essere ridotto ai minimi termini. Ma un’Unione sempre meno ‘comune’ e sempre più intergovernativa non potrà avere un grande futuro. Sarebbe quindi più che mai necessario un forte contrappeso da parte di una Commissione autorevole, sostenuta con decisione dal Parlamento: ma questo è uno scenario che, alla luce dei primissimi passi della nuova Commissione, è davvero difficile intravvedere.