IAI
Anniversari: 30 anni fa

Muro di Berlino: Eurocomunismo e dottrina Sonnenfeldt, un ricordo

8 Nov 2019 - Cesare Merlini - Cesare Merlini

I miei primi incontri con Helmut Sonnenfeldt ebbero a che fare con l’Eurocomunismo e non furono facili. Come è noto, l’Eurocomunismo sorse nei primi Anni Settanta nei partiti comunisti dell’Europa occidentale come reazione alla sanguinosa repressione della Primavera di Praga, compiuta dai carri armati sovietici nel 1968 (reazione che era mancata, invece, 12 anni prima, a seguito dell’analoga repressione in Ungheria) e perseguì una maggiore autonomia politica dall’influenza da Mosca. In più vi era l’esigenza di riconciliare l’ideologia marxista con società che ormai avevano acquisito una ricchezza invidiabile in sistemi liberali, verificata nelle molteplici – e a volte riuscite – esperienze di governo locale.

Tutto ciò fu vero in particolare per il più grande di questi partiti, quello italiano, guidato da Enrico Berlinguer. Il Pci era stato a lungo la principale forza di opposizione, mentre la Democrazia cristiana condivideva il potere di governo con un gruppo di partiti laici minori, inclusi i socialisti, che avevano rotto la loro precedente alleanza con i comunisti. La prospettiva di un’intesa tra le due forze tradizionalmente contrastanti del cattolicesimo e del comunismo, che apriva a quest’ultimo la possibilità di entrare nella maggioranza, prese il nome di “compromesso storico”.

Enrico Berlinguer con Aldo Moro

Personalmente, non ero un sostenitore di tale prospettiva, perché ritenevo che essa potesse irrigidire la democrazia italiana in uno stato privo di alternative politiche. Allo stesso tempo, però, seguivo con interesse il dibattito interno al Pci riguardo alla possibilità di prendere come modello l’evoluzione della socialdemocrazia tedesca, dopo il suo congresso riformista del 1959 a Bad Godesberg. Peraltro l’ostilità del Cremlino nei confronti di Berlinguer, incluso un sospetto tentativo di assassinarlo, era di per sé significativa. Di conseguenza, fui favorevole ad incoraggiare le visite dei membri e intellettuali comunisti, che fossero aperti al cambiamento nei Paesi occidentali, Stati Uniti inclusi.

L’affaire Segre e l’inflessibile politica dei visti
All’inizio del 1975, il Council on Foreign Relations (CFR) e l’Istituto Affari Internazionali (IAI), di cui ero all’epoca direttore, si accordarono per tenere una conferenza congiunta a New York, prima della fine dell’anno, con partecipanti provenienti da Italia e Stati Uniti e rappresentativi delle rispettive realtà politiche, economiche e culturali. Entrambe le parti giudicarono opportuno includere un parlamentare comunista nella delegazione italiana e al Council erano ottimisti sul fatto che un visto d’ingresso potesse essere rilasciato in via eccezionale.

Nella tarda primavera partecipai ad una conferenza sullo stato dell’Alleanza atlantica a Ditchley Park, nel Regno Unito. La lista dei partecipanti includeva Helmut Sonnenfeldt, allora consigliere del Segretario di Stato americano, Henry Kissinger; un giovane Joseph Nye; un meno giovane Paul Nitze; il professor Ralf Dahrendorf; Etienne Davignon dalla Commissione europea; il fondatore dell’International Institute for Strategic Studies (IISS), Alastair Buchan; lo storico Michael Howard; e vari altri. Uno dei temi che vennero discussi fu il cambiamento politico nel sud Europa, anche in relazione alle elezioni regionali e locali italiane che si sarebbero tenute di lì a una settimana.  Fu in quell’occasione che conobbi Sonnenfeldt, per gli amici Hal.

A luglio un commento apparso sul New York Times, in cui Zygmunt Nagorski del CFR consigliava agli Stati Uniti “una politica positiva nei confronti dei ‘rossi’ italiani” fu ampiamente citato dalla stampa italiana, senza distinguere, come al solito, le notizie dalle opinioni. Dal rumore che ne seguì emerse l’imminente evento IAI-CFR a New York e la possibile partecipazione ad esso del parlamentare Sergio Segre, capo delle relazioni internazionali del Pci. Tuttavia divenne anche chiaro che gli organizzatori americani non potevano assicurargli l’esenzione dall’esclusione del visto per entrare negli Stati Uniti riservata ai visitatori comunisti.

Durante l’estate, quindi, scrissi a Hal per richiamare le nostre conversazioni a Ditchley e per commentare brevemente le recenti elezioni italiane, nelle quali il Pci era arrivato a due punti percentuali dalla Dc. Alla luce di un tale stato di cose e del rinvigorirsi del dibattito sull’Eurocomunismo in Italia, suggerii che potesse valere la pena considerare un mutamento nella politica di visti del governo statunitense, magari iniziando con la nostra conferenza, della quale il mio interlocutore era ormai ben al corrente.

La risposta fu cortese ma inflessibile. Disse che anche altre università americane avevano provato ad ottenere simili eccezioni, nei mesi passati, ma alla fine non era stata fatta alcuna domanda e dubitava che i nuovi avvenimenti avrebbero fatto cambiare linea al Dipartimento di Stato. L’assunto, a Washington, era che una qualsiasi apertura ai comunisti europei, seppure limitata agli scambi accademici, si sarebbe potuta leggere come un lasciapassare alla loro partecipazione a coalizioni di governo. Al che contribuiva la posizione rigida dell’ambasciatore americano in Italia, John Volpe.

In conclusione, non fu fatta alcuna domanda al consolato di Roma per il visto del partecipante in questione e la conferenza venne posticipata a data da stabilirsi.

Che ruolo internazionale per il Pci (e il contributo dello IAI)
Una volta divenuti di dominio pubblico questi passaggi sotto l’etichetta “l’affaire Segre”,  Hal mi invitò ad andare a trovarlo durante il mio successivo viaggio a Washington. E così feci, per avere con lui una conversazione di quelle che i diplomatici chiamano “franche”. Contribuì all’atmosfera, in un certo qual modo, il fatto che, per pura coincidenza, proprio in quegli stessi giorni, avesse luogo lì una visita del capo del partito neo-fascista italiano, compreso un incontro di basso livello al Dipartimento di Stato. La cosa naturalmente non passò inosservata in Italia.

Nell’anno seguente ricordo almeno un’occasione nella quale mi ritrovai con Sonnenfeldt: un seminario sull’Arms control ad Aspen, in Colorado. Due temi dominarono le conversazioni: il difficile stato dei negoziati del SALT II, naturalmente, ma anche le future elezioni negli Stati Uniti. Che furono vinte dai democratici. L’Amministrazione Carter ereditò la questione dell’Eurocomunismo e del ruolo che il Pci avrebbe potuto giocare sulla scena politica italiana. Ma niente di nuovo accadde per oltre un anno, eccezion fatta per una serie di incontri confidenziali tra il nuovo ambasciatore Richard Gardner e il leader emergente dell’ala riformista del Pci, Giorgio Napolitano, che fui lieto di ospitare.

Nel frattempo, lo IAI si fece promotore in Italia di una serie di dibattiti riguardo la situazione internazionale, con la partecipazione di leader politici. L’intento era di agevolare un nuovo sviluppo nel Parlamento italiano, che si verificò a metà del 1977: l’approvazione di una risoluzione che riaffermava le linee guida della nostra politica estera, in particolare gli impegni nell’integrazione europea e nell’Alleanza atlantica, con la quasi unanimità dei voti, inclusi quelli del Pci.

Henry Kissinger con il ministro degli Esteri sovietico Andrej Gromyko. Alle loro spalle, Helmut Sonnenfeldt.

Più o meno nello stesso periodo, i coniugi Sonnenfeldt vennero a Roma e trascorremmo una piacevole serata assieme, in segno della perdurante amicizia, nonostante le passate divergenze. Circa un anno più tardi, aprile 1978, quell’architetto della politica estera Usa, divenuto (con riluttanza?) accademico, fu ospite dello IAI, anche se in un contesto diverso: un incontro della European Study Commission (ESC), l’iniziativa promossa dall’IISS per coltivare gli scambi Oriente-Occidente a livello di think-tank. Oltre a lui, molti altri erano presenti, compreso Sergio Segre.

(L’incontro, sia detto per inciso, si svolse nell’atmosfera drammatica della prigionia di Aldo Moro, rapito dalla Brigate Rosse, con gli italiani profondamente divisi sull’ipotesi di trattare con i terroristi. Fu proprio la convergenza dei segretari della Dc, Begnigno Zaccagnini, e del Pci, Enrico Berlinguer, insieme al repubblicano Ugo La Malfa, ad impedire un negoziato che avrebbe creato, a mio avviso, un grave precedente, rischioso per il futuro delle istituzioni democratiche italiane.)

Il giudizio sulle prospettive future dell’Unione sovietica
Successivamente Hal sviluppò il suo intervento alla riunione della ESC in uno dei quaderni Adelphi, scritto con William Hyland. Ne cito un passaggio: “Per quanto ci riguarda, non crediamo la leadership sovietica trabocchi di ottimismo in merito alla prospettiva futura dell’Urss, in relazione a Stati Uniti, Occidente in generale, Cina e altri. […]. I suoi progetti economici, e non solo, richiederanno sforzi e sacrifici per gli anni a venire”.

Gli anni a venire diranno qualcosa sui sacrifici per la popolazione russa e sul pessimismo tra i leader a Mosca. Nel corso di essi Sonnenfeldt venne più di una volta allo IAI, mentre l’Unione sovietica perveniva a un collasso, la cui profondità andò ben oltre ogni previsione. Vista ex-post la fine della Guerra fredda è stata l’evento più drammatico di quella frazione di storia in cui ci siamo trovati a vivere (con la sola eccezione della fine della “guerra calda”, quando il giovane Hal si era appena trasferito in America e l’ancor più giovane io ero testimone della Liberazione di Torino).

Negli anni seguenti potemmo ancora beneficiare della competenza di Sonnenfeldt anche nelle riunioni del Consiglio per le relazioni tra Italia e Stati Uniti, discutendo del nuovo ordine europeo, che avrebbe dovuto trasformare l’inaspettata fine della divisione geopolitica fra i due blocchi in una “sorta di unità”, per dirla con le parole di Churchill. A quel tempo gli Stati Uniti erano favorevoli ad una tale trasformazione.

Per chiudere ancora sull’Eurocomunismo: il Pci cessò di esistere un paio di anni dopo la caduta del Muro di Berlino e prese il nome di Partito democratico di sinistra. E nel 2006, Giorgio Napolitano divenne presidente della Repubblica, carica che mantenne per quasi un decennio, esercitando un’influenza stabilizzante sulla scena politica italiana, in particolare sulla continuità nella politica estera.

Questo articolo è tratto da un capitolo del libro collettaneo appena pubblicato dalla Brookings Institution di Washington per ricordare Helmut Sonnenfeldt, che fu Consigliere del Dipartimento di Stato, molto vicino a Henry Kissinger allora Segretario, e in seguito studioso della Johns Hopkins University nonché esperto della Brookings stessa. L’originale in inglese è reperibile come IAI Commentary.