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Al voto il 24 novembre

Guinea-Bissau: elezioni dopo l’intervento dell’Onu

22 Nov 2019 - Lorenzo D'Ilario - Lorenzo D'Ilario

Domenica 24 novembre si terranno le elezioni presidenziali in Guinea-Bissau, con l’eventuale ballottaggio fissato per il 29 dicembre nel caso in cui nessun candidato dovesse ricevere più del 50% dei voti. Indipendente dal 1974, l’ex colonia portoghese dell’Africa occidentale ha vissuto continue crisi politiche e istituzionali che ne hanno minato lo sviluppo democratico ed economico con conseguenze ben note: tre colpi di Stato consumati, una violenta guerra civile e l’assassinio di un presidente in carica e di un capo dell’esercito.

Dopo aver guidato il Paese negli ultimi cinque anni, l’economista José Mário Vaz è il primo presidente a giungere alla conclusione del proprio mandato dal 1994, anno delle prime elezioni democratiche. Ma la legalità costituzionale è soltanto un miraggio e l’instabilità regna sovrana.

L’ascesa del presidente e gli equilibri tra le forze politiche
In carica dal 23 giugno 2014, Vaz ha diviso persino il partito con cui ha vinto le ultime elezioni presidenziali, il Paigc (Partido Africano da  Independência da Guiné e Cabo Verde). Il presidente uscente, infatti, ha lasciato il Paigc subito dopo la vittoria e, nell’agosto 2015, ha rimosso il primo ministro Domingos Simões Pereira, storico leader del partito. Da allora si è scatenata una lunga lotta di potere tra il presidente e il governo del piccolo Paese che conta una popolazione di circa 1,8 milioni di persone. Dal licenziamento di Simões Pereira alla scadenza del mandato di Vaz, lo scorso 23 giugno, si sono alternati come primo ministro Baciro Djá, Carlos Correia, Umaro Sissoco Embaló ed Aristides Gomes.

Lo scenario politico, già travagliato, è diventato incandescente dopo le elezioni legislative dello scorso 10 marzo, quando Vaz si è rifiutato di rinominare come primo ministro Simões Pereira. La maggioranza della nuova Assembleia Nacional Popular risultava composta dal Paigc, il principale partito del Paese, e dalla coalizione tra Apu-Pdgb (Assembleia do Povo Unido – Partido Democrático da Guiné-Bissau) e Um (União para a Mudança). Dopo settimane di proteste, un compromesso tra il presidente e il Paigc ha riconosciuto come nuovo primo ministro Gomes, già in carica dall’aprile 2018.

Nel frattempo, una volta riconfermato Cipriano Cassamá alla presidenza dell’Assemblea e nominato come primo vicepresidente Nuno Gomes Nabian, si è scatenato un feroce dibattito attorno alla scelta del secondo vicepresidente che spettava all’opposizione. Il secondo partito più votato, il Madem G-15 (Movimento de Alternância Democrática), non è riuscito ad eleggere il proprio leader, Braima Camará, e si è scontrato con l’altro partito d’opposizione, il Prs (Partido da Renovaçao Social), che a quel punto reclamava la seconda vicepresidenza. Il Parlamento è entrato così in una situazione di stallo, che non ha permesso neanche di approvare la nuova legge di bilancio.

Il ruolo della comunità internazionale
Per consentire la ripresa dei lavori parlamentari, tre giorni dopo la scadenza del mandato di Vaz l’Assemblea ha provato, invano, a destituire il presidente ed a sostituirlo con Cassamá, che è stato poi arrestato per “tentata eversione dell’ordine costituzionale”. In seguito Vaz, su pressione della Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale (Ecowas), ha nominato un consiglio dei ministri per la gestione degli affari correnti.

Ma la situazione è nuovamente precipitata alla fine di ottobre quando Vaz, con il pretesto di una nuova crisi politica non meglio specificata, ha sciolto il Consiglio dei ministri e ha destituito il premier Gomes, affidando l’incarico di guidare un nuovo esecutivo a Faustino Fudut Imbali. Gomes si è opposto e l’intera comunità internazionale si è schierata dalla sua parte. Dopo l’ultimatum di 48 ore lanciato dall’Ecowas al termine di un vertice straordinario che si è svolto lo scorso 8 novembre in Niger e la presa di posizione dell’Unione europea che ha definito “illegale” la decisione di Vaz, Imbali è stato costretto a dimettersi per evitare gravi e pesanti sanzioni. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, quindi, ha pubblicato una dichiarazione in cui si riferisce a Gomes come il premier incaricato di condurre la fase di transizione elettorale.

I candidati alla prova delle urne
Dalle prossime elezioni presidenziali la Guinea-Bissau auspica la formazione di un governo in grado di arginare i problemi endemici della nazione, su tutti l’estrema povertà in cui vive la sua popolazione. “Nel nostro Paese la corruzione ed il traffico di droga si sono radicati ai massimi livelli con la collaborazione di molte persone. Avevamo bisogno di fare riforme per combatterli ma le riforme non sono facili”. Così il presidente uscente José Mário Vaz, che correrà come candidato indipendente, ha chiesto di poter dare continuità al proprio operato.

Nelle urne di domenica 24 novembre, il principale sfidante di Vaz sarà l’ingegnere civile ed ex premier (da lui deposto) Domingos Simões Pereira del Paigc che, forte del consenso ottenuto alle ultime elezioni legislative, ha promesso la costruzione di strade, scuole e ospedali migliori nei villaggi e una netta rottura con il passato. “Intere famiglie non hanno nessuno con cui relazionarsi a causa della mancata alfabetizzazione. Questo Paese ha bisogno di un nuovo avvio, di aria fresca”, ha sentenziato Simões Pereira, con il suo inseparabile borsalino color paglia, noto come “Tchon Na Fria”, che in lingua locale significa “cappello dell’aria fresca”.

Tra gli altri dieci sfidanti spiccano il candidato sconfitto al secondo round nel 2014 e portavoce della comunità etnica balanta, Nuno Gomes Nabian (Apu-Pdgb), il leader della seconda forza politica del Paese, Umaro Sissoco Embaló (Madem G-15) e Carlos Gomes junior, detto “Cadogo”, il favorito al ballottaggio che si sarebbe dovuto svolgere nel 2012 prima che un improvviso golpe militare lo costringesse a fuggire in Portogallo. Decisamente meno quotata la candidatura di una figura legata al mondo del calcio, l’ex presidente del Futebol Clube de Safim, Gabriel Fernando Indi. Neanche una donna potrà aspirare a guidare il Paese: la Corte Suprema ha rigettato la domanda della sociologa Nancy Schwarz per vizi formali.

Foto di copertina © Xinhua via ZUMA Wire