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Vent'anni dopo, ombre e luci

Difesa: donne nelle Forze Armate italiane, numeri e volti

4 Nov 2019 - Gaia Ravazzolo - Gaia Ravazzolo

Le militari italiane che hanno partecipato e partecipano a missioni all’estero sono molte e hanno nomi e volti. Sono donne coraggiose, determinate e pronte al sacrificio e che ricoprono ruoli da protagoniste in diverse missioni: Afghanistan, Balcani, Iraq e Libano. Come il caporale dell’esercito Cristina Buonacucina, ferita nel maggio 2010 a Herat, in Afghanistan, in un attentato. O il maggiore Paola Treglia che annovera la partecipazione in missioni in Afghanistan, in Bosnia con ruolo di comandante di plotone e in Libano come comandante di compagnia. E ancora il capitano Anna Polico, che ha comandato un plotone di 26 uomini in Iraq. Oppure l’esperienza di Carla Angelucci, capitano dell’aeronautica e  istruttrice di volo, che addestra a pilotare elicotteri. Poi Alessandra Melchiorre, tenente di vascello ed anti-sommergibilista esperta. Non soltanto psicologhe e membri del personale medico, ma anche combattenti: queste e molte altre le funzioni rivestite dalle donne italiane nei teatri di conflitto.

La svolta legislativa italiana nel quadro Onu e Nato
Anche nell’ambito militare di appannaggio storicamente maschile, le pari opportunità di genere si affermano con forza, pur non senza ostacoli e difficoltà. Dalla crocerossina della Grande Guerra alla donna soldato in prima linea dei giorni nostri, la strada percorsa è molta.

L’apertura del dibattito in Italia risale al 1963, quando si iniziò a discutere dell’entrata in servizio delle donne nelle forze armate, in risposta a una crescente domanda da parte della società civile che riconosceva in capo ad esse qualità peculiari utili nei conflitti e nelle missioni internazionali. Dopo un iter legislativo lungo e travagliato, il personale femminile ha avuto l’accesso alla carriera militare soltanto dal 2000, con il D.Lgs. n.24 che discende dalla legge n.380 del 20 ottobre 1999.

Nonostante sia stata l’ultima fra i Paesi Nato, l’Italia ha visto accogliere con entusiasmo questa novità; tant’è che nel primo anno di apertura, in tutte le forze armate, più della metà delle domande per accedere ai concorsi provenivano proprio da donne, segno della volontà di queste ultime di compartecipare attivamente alla difesa del Paese. Un mutamento radicale sviluppatosi parallelamente al passaggio dall’esercito di leva a quello professionale: nel complesso, una sorta di rivoluzione per la difesa nazionale.

Sempre nel 2000, sul piano internazionale, viene adottata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu la Risoluzione 1325 su ‘Donne, Pace e Sicurezza’. Le priorità individuate sono chiare: riconoscimento dell’esperienza delle donne nella prevenzione e risoluzione dei conflitti, aumento della loro partecipazione nel peace-enforcing, adozione di una prospettiva di genere e formazione del personale in merito ai diritti delle donne. Il personale femminile è visto come una risorsa fondamentale della nuova guerra non convenzionale, soprattutto nell’approccio con le popolazioni locali e nei compiti di mediazione.

Lo stesso anno, si assiste inoltre alla pubblicazione del ‘Women in the Nato Armed Forces’ che costituisce un altro utile termine di riferimento, questa volta nell’ambito nell’Alleanza atlantica. Ancora oggi è presente  il Committee on Gender Perspectives che opera per integrare una prospettiva gender in tutti gli aspetti delle operazioni Nato. L’Ims Office of the Gender Advisor, invece, fornisce informazioni e linee d’azione direttamente al Direttore Generale dello Staff Militare Internazionale e provvede all’attuazione nei Paesi membri della Risoluzione Onu 1325.

Vent’anni dopo, la situazione oggi in Italia
In occasione del ventesimo anniversario dall’emanazione della legge n.380,  è interessante riflettere su dove si sia arrivati. Sul piano nazionale è l’esercito la forza armata a registrare la più alta percentuale di personale femminile, superando il 6,5%. Certamente un dato ancora da migliorare, ma le statistiche sono in continuo aumento: sempre più donne intraprendono la carriera militare, a partire dalle scuole militari aperte al personale femminile dal 2009. Un cambiamento di rotta dove la parità fra i sessi non pare più essere un lontano sogno da raggiungere, ma un obiettivo in divenire.

Nonostante il ritardo nell’apertura alle donne rispetto agli altri Paesi europei, è importante notare come in Italia questa integrazione sia avvenuta fin da subito in modo completo, anche per gli impieghi a diretto contatto con il nemico. Gli avanzamenti e lo stato giuridico sono disciplinati dalle medesime disposizioni vigenti per il personale maschile (con alcune ovvie eccezioni legate alla maternità) e non sono pregiudicati alle donne ruoli di combattimento, rendendo le possibilità di impiego e di remunerazione paritetiche. In altri Paesi con una storia più antica di donne in uniforme, l’integrazione è stata più graduale. La Germania, ad esempio, ha aperto soltanto nel 2001 la possibilità di reclutamento per ruoli operativi, mentre in Gran Bretagna solo dal 2018 le donne possono fare parte dei corpi speciali.

Uguali no, ma eguali certamente
A livello nazionale si è molto dibattuto in merito alle posizioni di comando ancora per la maggior parte occupate da personale maschile. Da un lato, il tempo trascorso dall’apertura dei concorsi è relativamente poco per una carriera che impiega decenni per arrivare a posizioni apicali, e quindi non ha ancora giocoforza permesso alle donne di raggiungere certi gradi. Si stima che solo fra tre o quattro anni si potranno avere le prime donne a ricoprire il ruolo di colonnello e nel 2028 il grado di generale. Dall’altro lato, vi è anche da considerare l’eredità di resistenze ataviche che vedono ancora il mestiere di soldato come prettamente maschile. Obiezioni sulla presenza femminile in prima linea ve ne sono state molte, ma la volontà politica e dei vertici militari pare andare in una direzione opposta, verso forze miste con integrazione di competenze e lavoro di squadra al fine di garantire un risultato efficace.

La completa integrazione non è ancora un obiettivo raggiunto: basti guardare ai dati che vedono le donne in netta minoranza rispetto alla stragrande maggioranza di uomini in servizio. In questo contesto un’azione costante di monitoraggio, così come auspicata nel Piano Performance 2019-2021, con una relazione annuale sull’integrazione femminile e la valorizzazione del ruolo del Comitato Unico di Garanzia, sono essenziali per analizzare i progressi fatti e le criticità ancora presenti. In questo come in altri ambiti delle forze armate, adeguati strumenti culturali e politici, unitamente a una maggiore consapevolezza, sono la base per attuare al meglio le misure a disposizione, e per idearne e testarne di nuove al passo con una realtà che cambia.