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La questione dell'eredità online

Vita post-mortem sui social: immortalità o trappola digitale?

30 Ott 2019 - Emmanuela Banfo - Emmanuela Banfo

Facebook è un cimitero digitale con almeno 50 milioni di profili di persone decedute. Chi è entrato in questa bolla da dieci anni, ha lasciato dietro di sé migliaia e migliaia di tracce della sua vita, scritti, immagini, commenti e interventi di qualsiasi genere. Con il Digital Ethics Forum, Sloweb ha riunito esperti del digitale al Talent Garden della Fondazione Agnelli, la più grande piattaforma fisica in Europa di networking e formazione per l’innovazione digitale: conta 23 campus in Albania, Austria, Danimarca, Italia, Irlanda, Lituania, Romania e Spagna.

I tre giorni di seminari si sono conclusi con la necessità di affermare in rete la cultura dei diritti della persona, che non si riduce al solo diritto all’oblio. Se le leggi sul fine vita, pur diseguali in Europa, consentono più o meno larghi margini di manovra sulle scelte personali rispetto a malattia e morte, la grande rete vede l’individuo pressoché privo di strumenti per tutelarsi. Davide Sisto, professore di filosofia teoretica, impegnato in Italia in tanatologia, in merito alla riflessione sulla morte nell’epoca dei social, è più propenso, allo stato attuale, a vedere nel web sì uno scrigno tecnologico dei ricordi, ma soprattutto una gabbia da cui è difficile uscire anche quando abbiamo lasciato la vita terrena.

Il problema della successione ereditaria social
Che cosa può fare, ad esempio, un genitore riguardo ai profili social del figlio morto? Una presenza che non soltanto rischia di interferire pesantemente nell’elaborazione del lutto, ma anche sulla memoria del defunto, che continua a vivere virtualmente. “Il problema del diritto all’oblio – aggiunge Sisto – è legato alla nostra incapacità di gestire tutto quello che facciamo online”. Si afferma la necessità di regolamentare la propria eredità digitale, problema che, a sua volta, si connette a quello della memoria.

Con una differenza: l’eredità ha un mittente che decide come e a chi lasciarla; la memoria è patrimonio collettivo che sfugge al controllo di colui o colei di cui si fa memoria. E la memoria è la base della storia che, nella catena delle civiltà, è alla base delle identità dei popoli. Il web ingloba, annacqua, trasforma e immagazzina milioni, miliardi di dati che non fanno memoria e non fanno storia.

Sul primo aspetto, l’eredità digitale, l’Unione europea si è già mossa con la General Data Protection Regulation (Gdpr) dell’aprile 2016, cui l’Italia si è adeguata nel 2018 con un decreto legislativo che consente di lasciare un testamento nel quale indicare la persona incaricata di gestire i propri dati personali digitali. Profilo social, password, post, messaggi sono beni materiali al pari di lettere o diari e come tali vanno trattati. Fa scuola il pronunciamento della Corte di Cassazione tedesca di Karsruhe che nel luglio 2018 ha chiuso un contenzioso durato anni e che ha visto contrapposti la famiglia di una ragazza minorenne deceduta e Facebook. La Corte ha sentenziato riconoscendo il diritto degli eredi a rivendicare l’accesso all’account.

La piattaforma eLegacy prepara un inventario dei nostri beni in digitale, distinguendo ciò che deve rimanere segreto, ciò che va in successione agli eredi e ciò che può essere destinato liberamente. “In passato pensavo che il digitale fosse una questione di tecnologie – ha osservato Pietro Jarre, ingegnere ricercatore, che insieme alla scrittrice Elena Lowenthal, a Riccardo Magi, membro della Commissione Affari Costituzionali, e all’avvocato Alessandro D’Arminio Monforte ha animato un dibattito sulle problematiche connesse al web –, ma sempre più mi convinco che sia un problema di diritti. In merito al fine vita abbiamo diritti sui nostri organi, il nostro corpo, i nostri beni. Con un approccio integrato si possono offrire soluzioni valide e facilmente praticabili in modo da favorire l’esercizio di questi diritti”.

Il ruolo e l’importanza della memoria
L’altro versante, invece, quello della conservazione della memoria, è più complesso. La crescente quantità di dati contenuti in Internet è continuamente a rischio di overdose e ciò non aiuta a conservare e trasmettere la memoria, né agevola i processi di comprensione della storia, collettiva e individuale. La memoria è fatta anche di selezione, di letture incrociate. È scientificamente dimostrato che l’eccesso di ricordi è insano e produce cortocircuito. Che il digitale stia causando una mutazione antropologica è confermato anche dall’attenzione sul tema di esperti di scienze mediche e di scienze umane, di filosofi e teologi, oltre che di storici e genetisti.

Conquistata l’immortalità, magari attraverso cloni virtuali o robotizzati, quanto ancora conteranno le religioni? Sarà un mondo più pacifico? Jarre prevede uno scenario inquietante: “Oggi siamo spiati in continuazione. Alcuni dicono che è il prezzo da pagare per essere più sicuri. Non sono d’accordo – ha detto a Cybersicurity Trends e ha ribadito ad AffarInternazionali – Se oggi si sia più liberi grazie alle spie digitali dovremmo chiederlo agli studenti di Hong Kong. Chiedere loro perché si sono riversati su Telegram dell’esule russo Pavel Durov, lasciando altri social network americani. Dovremmo chiederlo alle prossime vittime dell’olocausto che si consumerà in poche ore grazie ai big data. Quello degli ebrei richiese qualche anno, quello del Ruanda 100 giorni. Oggi con l’uso delle tecnologie digitali il prossimo genocidio si concluderà in poche ore, perché troveranno in pochi secondi figli, genitori e amici. E con una pennellata di fake news tutto sarà dimenticato dopo dieci tweet e quattro like”.

La mutazione antropologica del digitale non sta modificando le pulsioni più recondite di violenza, anzi può favorirle. Spogliata della memoria, l’umanità replica se stessa all’infinito, più di quanto già non faccia. Se la memoria oggi è divisiva – per fare un esempio recente, basta pensare ai contenziosi politici e giudiziari conclusisi il 24 ottobre con il trasferimento della salma di Francisco Franco dalla Valle de los Caidos al cimitero di Mingorrubio El-Pardo – e fa fatica a diventare occasione di riconciliazione, la sua assenza genererebbe mostruosità più grandi.