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La condanna dei leader indipendentisti

Spagna: Catalogna, una sentenza che scuote la società

21 Ott 2019 - Elena Marisol Brandolini - Elena Marisol Brandolini

La sentenza del processo alla leadership indipendentista, resa nota lunedì 14 ottobre, che condanna per sedizione i nove imputati e imputate, già in regime di carcerazione preventiva da molti mesi, a pene comprese tra i 9 e i 13 anni di prigione, ha aperto un ciclo di proteste in Catalogna destinato a durare nel tempo. Il Tribunal Supremo ha escluso il reato di ribellione, considerando che non si fosse la violenza necessaria, per dimensione e intensità, a sovvertire l’ordine costituzionale. La severità, però, delle pene comminate a rappresentanti delle istituzioni e dell’associazionismo, per avere celebrato il referendum sull’indipendenza del 1 ottobre 2017, e l’individuazione del reato di sedizione hanno mobilitato non solo l’indipendentismo ma una parte più ampia della società catalana. Preoccupata che un reato contro l’ordine pubblico, com’è quello di sedizione, che il Codice Penale identifica nella “sollevazione pubblica e tumultuaria”, possa d’ora innanzi mettere in questione per tutti l’esercizio dei dirittti fondamentali di espressione, di protesta e di manifestazione.

Mobilitazione permanente
Da una settimana, dunque, la mobilitazione contro la sentenza è permanente in Catalogna, rispondendo agli appelli dell’indipendentismo più tradizionale – Assemblea Nacional Catalana e Òmnium Cultural –, di quello più recente come i Comitès de Defensa de la República, dei sindacati, degli studenti, dell’associazionismo democratico, delle istituzioni catalane. E di piattaforme di cittadini nate per l’occasione e cresciute sui social, come Tsunami Democràtic, anonima nei suoi organizzatori e senza portavoce, seguita ormai da 300.000 utenti su Telegram e contro cui l’Audiencia Nacional ha aperto indagini per terrorismo.

Nei giorni scorsi questa piattaforma ha proposto con successo mobilitazioni, come quella dell’occupazione temporanea dell’aeroporto di Barcellona, che s’inquadrano nella pratica di azioni dirette nonviolente e che sono state paragonate all’iniziativa ‘liquida’ del movimento di Hong Kong. Pratiche difficili da contenere per rapidità e sorpresa, tanto che il ministro dell’Interno spagnolo Fernando Grande-Marlaska ha assicurato che i servizi segreti riusciranno a venirne a capo, individuando “chi ci sta dietro”.

La comparsa della violenza
Ma quello che ha più occupato l’attenzione dei media nazionali e internazionali, ultimamente, è stata l’improvvisa comparsa della violenza. Che spunta sempre in tutti i Paesi quando si danno grandi movimenti di massa e che non rappresenta una novità nella storia recente di Barcellona, basti pensare agli anni della crisi tra il 2011 e il 2012. Ma che stupisce, se collegata in qualche modo al movimento indipendentista, che ha mostrato sempre negli anni, e continua a farlo in questi giorni, un’attitudine pacifica e nonviolenta. E se si manifesta con l’intensità e la continuità viste negli incidenti notturni della scorsa settimana, a Barcellona e nelle altre città catalane.

Il bilancio è di quasi 600 feriti, di cui due molto gravi, un agente della Policía Nacional e una minorenne; quattro con lesioni al globo oculare, uno al testicolo. E il fermo di 200 manifestanti, di cui 100 a disposizione del giudice e 28, incensurati, in prigione senza cauzione per disordini pubblici. Incidenti che hanno visto un intervento delle forze dell’ordine spesso sproporzionato, con l’uso di pallottole di gomma, proibite in Catalogna, lacrimogeni e cariche violente sui manifestanti.

E, dall’altra parte, l’azione vandalica di 1000, 2000 giovani, successiva agli appuntamenti di massa, dando fuoco ai cassonetti, alzando barricate col mobilio dell’arredo urbano, divellendo marciapiedi per ricavarne oggetti da tirare alla polizia. Un gruppo di giovani eterogeneo, tutti locali, sicuramente con alcuni infiltrati e con frange dell’estremismo anti-sistema già note. Per la gran parte, però, fatto da ragazzi senza prospettiva personale né politica, magari senza lavoro, magari figli del referendum dell’1 ottobre che non credono più nella via pacifica, ragioni in cui si mischiano condizioni sociali, frustrazione e mancanza di rappresentanza politica. E’ come se la sentenza avesse stappato tutto il malessere sociale e politico. Anche per questo la protesta si va estendendo ad altre città della Spagna. E perciò il problema non si risolve trattandolo come una questione di ordine pubblico.

La necessità di uno scatto della politica
Ci vorrebbe uno scatto della politica, che in questo momento non sembra alle viste, né in Catalogna né in Spagna. Complice anche la celebrazione di nuove elezioni il prossimo 10 novembre, che sposta a destra tutto il quadro politico, con il Pp e Ciudadanos a chiedere un nuovo commissariamento delle istituzioni catalane e i socialisti tesi a evitare una foto congiunta tra Generalitat e governo spagnolo.

La sentenza – che i socialisti considerano giusta e proporzionata – allontana il dialogo comunque e sarà difficile riprenderlo con i leader indipendentisti in carcere. I sondaggi per il momento non sembrano premiare la scelta di Pedro Sánchez di un ritorno alle urne; anzi, la crescita del Pp che si prevede rischia di rappresentare un viatico per un rilancio del bipartitismo.

La politica catalana, dal canto suo, mostra una divisione all’interno dell’indipendentismo sulle strategie da seguire, dopo la sentenza, oltre alla richiesta della libertà per i leader in carcere, sempre più patente e che potrebbe portare a un anticipo di elezioni in Catalogna. Il conflitto catalano, con la soluzione che si è cercato di dargli attraverso i tribunali, ha aperto una crisi verticale nello Stato spagnolo tra le più gravi negli ultimi decenni. Con esiti, ad oggi, imprevedibili.