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Il cinema e la disfatta sovietica

Russia: Bratstvo, memoria della disfatta afghana ai tempi di Putin

8 Ott 2019 - Marco Petrelli - Marco Petrelli

Bratstvo di Pavel Lugin è l’ultimo di una lunga serie di film che il cinema russo dedica alla storia recente del Paese. Se il kolossal Stalingrad (2014) celebrava la prima, decisiva, vittoria sovietica della Seconda Guerra Mondiale, Bratstvo riporta invece lo spettatore alle ben meno gloriose atmosfere dell’Afghanistan degli Anni Ottanta. Uno scenario completamente diverso da quello della guerra contro i nazisti: in questo caso le forze di invasione indossano l’uniforme dell’Armata rossa e la resistenza dei mujāhidīn, combattivi benché male armati, suscita ammirazione internazionale e spinge, a partire dalla metà del decennio, Stati Uniti e Arabia Saudita a massicci stanziamenti in denaro e armi per aiutarli a sconfiggere i russi.

Rispetto ad Apocalypse Now e Platoon, il verde rigoglioso della giungla vietnamita cede il passo al terreno afgano, brullo e arido, mentre a The End ed a Run trough the jungle si sostituisce Everything is going according to plan di Igor Letov, canzone critica verso la perestrojka e sottofondo che accompagna in Bratstvo lo sgretolarsi delle certezze sul campo di battaglia e nella vita quotidiana dei cittadini dell’Urss.

‘Afgantsy’, Putin e le loro reazioni
Pavel Lugin dichiara di essersi affidato alla consulenza di Nikolai Kovalyov, ex direttore dell’Fsb (1996-1998) e generale d’Armata, nonché alla sua esperienza di soldato al fronte, sulla quale in fondo si basa la pellicola. Figura importante Kovalyov, soprattutto fra gli ‘afgantsy’, come in Russia chiamano i veterani del conflitto. Nel 1999, in occasione dei dieci anni dal ritiro, l’agenzia Reuters gli chiede un parere sul legame fra criminalità e veterani; e lui, pronto, risponde: “C’è una diffusa convinzione che tutti i veterani dell’Afghanistan siano gangsters. Ma le nostre stime mostrano che solo l’1% di loro è coinvolto in attività illecite, molto meno dunque che in altri gruppi sociali”.

I profondi cambiamenti che interessarono la Russia dopo il 1991 portano gli ‘afgantsy” a sentirsi isolati in un paese a metà fra la mancanza di risorse e l’inizio di una nuova era, segnata dal libero mercato. Inoltre, le sconfitte in Cecenia e la perdita di prestigio internazionale di Mosca, nonché la diffusa crisi economica hanno ripercussioni pesanti sui reduci, che non trovano lavoro, sono ghettizzati, in quanto simboli della sconfitta, e costretti a sopravvivere con magri guadagni.  Sempre Kovalyov, infatti, sottolinea: “Considerato il mio stato di ufficiale, ricevo una pensione di 40 dollari”, lasciando intendere che un soldato semplice, allora, ne ricevesse molti meno.

Con l’era di Putin e delle sue politiche di ‘ricostruzione’ della Russia in ambito economico, politico ed internazionale, gli ‘afgantsy’ trovano nuova linfa ed un posto decisamente più decoroso nella società. Le associazioni hanno maggiore peso sulla scena nazionale, potendo contare anche su ex combattenti entrati nella Duma e in altri importanti organi statali. Fra loro Igor Morozov, deputato e segretario del Consiglio federale per la Scienza e la Cultura e a capo del gruppo ‘afgantsy’ ‘Battle Brotherood’, al quale il film di Lugin non è piaciuto perché “incapace di ricostruire l’atmosfera intorno ai combattimenti sostenuti in Afghanistan”.

A maggio The Moscow Times (quotidiano in lingua inglese vicino alle posizioni del Cremlino) descriveva Bratstvo come realistico, ricordando anche che l’autore è parte dell’establishment russo: “Lugin è uno dei più blasonati registi russi, direttore fra gli altri di ‘Taxi Blues’ vincitore a Cannes nel 1990 (…) Ha anche fatto parte del gruppo di artisti che firmò la lettera in sostegno di Putin nel 2014 dopo l’annessione russa della Crimea”. Malgrado Bratstvo abbia sollevato qualche malumore, specie perché programmato il 9 maggio, giorno della Vittoria nella Grande Guerra Patriottica, come i russin chiamano la Seconda Guerra Mondiale, la pellicola è finita in sala e su YouTube, dove è disponibile in lingua originale insieme ad altri prodotti made in Russia.

Bratstvo è un tassello in più di un già consistente filone cinematografico sul tema, ben rappresentato da pellicole quali La 9° Compagnia e Cargo 200, e che ora trova nuova linfa con un film di un regista vicino al Cremlino ma che, assicura lui, ha prodotto un’opera “che è contro la guerra”.

L’Afghanistan nella politica estera russa
Se l’Afghanistan sovietico è un ricordo (fresco) con il quale si continuano a fare i conti dal punto di vista sociale, culturale e storico, sul piano della diplomazia e della sicurezza internazionale l’attenzione verso il Paese centro-asiatico non è mai venuta meno. Trattandosi di una nazione instabile lungo i confini delle repubbliche uzbeka e tagika, già dal 1991, poco prima della sua dissoluzione, l’Urss schiera la 201° Divisione fucilieri che, secondo gli accordi siglati nel 2012 a Dushanbe fra il Cremlino e il governo tagiko, resterà attiva fino al 2042.

E’ dall’Afghanistan d’altronde che arriva l’eroina che invade Europa e Russia, un flagello per i soldati russi in servizio fino al 1989, il 20% dei quali è tornato dal fronte tossicodipendente. A queste misure vanno aggiunti i tentativi di aiuti e di sostegno in chiave anti-talebana avanzati dapprima all’Alleanza del Nord nel 2001, poi al governo di Kabul nel 2005 e proseguiti con incontri diplomatici e vendita di armi leggere (2016), poiché parte dell’armamento locale è ancora fatto di armi sovietiche.

Anche i contatti con i taliban e gli investimenti per la ricostruzione sono un segno dell’attenzione che Mosca nutre per l’Afghanistan, pur consapevole che la presenza Nato, dal 2015 con la Missione Resolute Support, e la memoria della guerra degli afgani siano ostacoli importanti. In tal senso è perciò più probabile che, come già accade in Africa e in Medio Oriente, sia l’apparato industriale russo a muoversi, tentando di modernizzare il Paese con infrastrutture e collegamenti.

La storia ha insegnato che l’Afghanistan ha bisogno di molto tempo per potere cambiare e che ogni tentativo di trasformazione svolto in tempi troppo brevi può provocare malcontento e divisioni, oltre che portare a nuove crisi. Al momento l’ultimo atto, pubblico, della Federazione Russa nei confronti dell’Afghanistan è stata l’inaugurazione del nuovo Centro di Cultura a Kabul, che ha sede nello stesso edificio costruito negli Anni Ottanta. Un modo, forse, per rivisitare il proprio passato. Tuttavia i segni del conflitto, e in particolare le milioni di bombe e di mine impiegate dai sovietici, sono un’eredita troppo drammatica, che difficilmente potrà essere barattata con un centro culturale, una stretta di mano e qualche investimento…