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Dalla WhatsApp Tax alla fine del settarismo

Libano: da Joker a Bella Ciao, volti e cori della piazza

23 Ott 2019 - Lorenzo Manca - Lorenzo Manca

A nove anni di distanza dalla Rivoluzione dei Gelsomini che vide protagonista il popolo tunisino contro la corruzione del governo di Ben Ali, le nuove generazioni libanesi diventano protagoniste indiscusse di una protesta storica che, partendo dall’esasperazione sociale, potrebbe segnare uno spartiacque nella storia del Paese dei cedri.

Reduce da una settimana di violenti incendi che hanno causato al Paese danni inestimabili dal punto di vista economico e ambientale, il Libano torna a essere in questi giorni al centro della cronaca in Medio Oriente. A partire dalla sera del 17 ottobre, infatti, migliaia di giovani libanesi di differente credo religioso ed estrazione sociale, si sono riversati nelle piazze di Beirut e delle altre città per manifestare uniti contro la classe dirigente del Paese. Bersaglio principale dei manifestanti è l’élite politico-istituzionale del Paese.

Ad accendere la collera è stata la tassa su WhatsApp, per un totale di 6 dollari (5,38 euro) al mese, nonostante lo Stato tragga già ingenti profitti dalle tariffe telefoniche nazionali. Questa ennesima imposta, insieme agli aumenti sui carburanti, il pane e il tabacco, ha contribuito ad alimentare a dismisura il carovita della già vacillante economia libanese, peraltro pesantemente danneggiata dai numerosi incendi scoppiati nel corso della scorsa settimana. Secondo una stima ufficiale della Banca mondiale, più di un quarto della popolazione del Paese vivrebbe sotto la soglia di povertà mentre la classe politica libanese, quasi del tutto immobile dall’epoca della guerra civile terminata nel 1990, detiene un quarto della ricchezza del Paese. Il premier e leader del movimento sunnita Tayyar Al-Mustaqba (Movimento il Futuro) Sa’ad al-Hariri, nell’occhio del ciclone, è il principale oggetto di accusa di corruzione e clientelismo da parte dei giovani manifestanti.

Cronache dalla piazza
L’epicentro della manifestazione è il centro di Beirut, più precisamente fra le piazze dei Martiri e di Riad el-Solh, vicine alla sede del governo e del Parlamento libanese.

La mattina del 18 ottobre, all’indomani della prima giornata di manifestazioni, l’atmosfera a Beirut è ben lontana da quella decantata nei testi di Fairouz. Nuvole di fumo denso, causate dai numerosi pneumatici bruciati dai manifestanti, oscurano il cielo della capitale del Paese dei cedri. Due operai siriani hanno perso la vita a causa di uno dei tanti incendi dolosi appiccati dai manifestanti e, secondo l’Agenzia Nazionale di Informazione, il numero di feriti sarebbe di circa sessanta persone. Nelle piazze, migliaia di giovani, di differente credo religioso e ceto sociale, hanno animato le arterie principali della capitale libanese sventolando con orgoglio la bandiera col cedro e alternando le note dell’inno nazionale a quelle di “Bella ciao” e di “Baby Shark”.

La risposta dei militari è stata pronta e decisa, a partire da venerdì 18. Le vie d’accesso al palazzo del Parlamento, bloccate dai manifestanti, sono state sbloccate con l’utilizzo di gas lacrimogeni. A ciò vanno aggiunti i circa 70 arresti di manifestanti – accusati di sabotaggio, incendio doloso e atti di sciacallaggio- da parte delle forze di polizia. Tuttavia, come reso noto da un comunicato dell’Agenzia nazionale d’informazione, a partire dal pomeriggio di sabato 19, tutti i prigionieri sarebbero stati prontamente rimessi in libertà. Attraverso un comunicato ufficiale, lo stesso giorno, i vertici dell’esercito libanese si sono rivolti ai dimostranti nelle piazze invitandoli a manifestare in maniera pacifica e non violenta.

A otto giorni dall’inizio delle proteste, la partecipazione alle manifestazioni è in continua crescita e la contestazione sta avendo un tale peso da poter essere paragonata alle primavere arabe che, a partire dal 2011, avevano infiammato numerose piazze in Medio oriente e in Nordafrica. Per la seconda volta dal 2005, la comunità cristiana si ritrova a fiancheggiare quella musulmana (sia questa di credo sciita o sunnita) e quella drusa con l’unico obiettivo di rinnovare una classe dirigente che è rimasta essenzialmente immobile dagli anni Novanta.

Le proteste che, come già detto, hanno inizialmente raggiunto il loro culmine nella capitale, cominciano da qualche giorno a diffondersi anche nelle altre grandi città del Paese, in particolare a Tripoli, nel nord del Libano, e nei due grossi centri di Nabatieh e Tiro, nel sud.

Il dietrofront del governo e le reazioni della classe politica
A seguito dell’inatteso successo alle proteste, la maggioranza di governo ha dichiarato che la tassa su WhatsApp, causa scatenante dei disordini, sarebbe stata ritirata. Il premier Sa’ad Hariri, particolarmente contestato dai manifestanti scesi in piazza, ha tuttavia escluso la possibilità di sue dimissioni garantendo, al contempo, di voler venire incontro alle richieste dei manifestanti attraverso una serie di riforme da implementare nel 2020, anno in cui “i libanesi non pagheranno alcuna imposta supplementare”. Altri punti del programma sarebbero un consistente aumento delle tasse per le banche e il taglio degli stipendi della classe politica libanese.

Tali misure, tuttavia, non hanno sortito l’effetto sperato. Il disperato dietrofront di Hariri non ha fatto altro che infiammare ulteriormente l’animo delle migliaia di giovani manifestanti. Slogan rivoluzionari continuano a reclamare la caduta del governo di Beirut e cominciano a palesarsi nuove istanze, sino a qualche tempo fa impensabili per il contesto libanese, come la pretesa di uno Stato non-settario che mette in discussione l’intero sistema politico confessionale.

Varie le reazioni degli altri attori politici libanesi: il partito cristiano-maronita al-Quwwāt al-Lubnāniyya (Forze Libanesi) di Samir Geagea, ha annunciato, nel terzo giorno di manifestazioni nel Paese, di lasciare la maggioranza di governo. Hassan Nassrallah, il capo del movimento sciita Hezbollah ha per il momento dichiarato di essere contrario all’eventuale caduta dell’esecutivo, attirandosi – fatto senza precedenti –  numerosi malcontenti da parte della stessa comunità sciita.
La situazione non è stata ignorata da parte dei numerosi libanesi della diaspora. A farsi sentire, infatti, sono stati anche i cittadini del Paese dei cedri residenti nelle varie città dell’Europa e del mondo. Importanti manifestazioni in sostegno ai manifestanti di Beirut hanno avuto luogo anche a Parigi, Washington e Milano.

Uno dei disegni di Nouri Flayhan

La maschera di Joker e i disegni di Nouri Flayhan
A partire da lunedì, la manifestazione ha cominciato a prendere una propria fisionomia caratterizzata da simboli e linguaggi che contraddistingueranno d’ora in avanti le dimostrazioni. Il nuovo volto della protesta, infatti, sembra essere quello del Joker interpretato da Joaquin Phoenix e attualmente nelle sale cinematografiche dopo la vittoria del Leone d’Oro al Festival di Venezia. La sua caratteristica maschera è comparsa sul volto di migliaia giovani manifestanti libanesi.

Non a caso, i colori della maschera ben si prestano alla protesta in atto: rosso, bianco e verde, con un cedro all’altezza degli occhi permettono a molti manifestanti di nascondersi dietro un travestimento che riprende i colori della bandiera nazionale, analogamente a quanto era successo in Tunisia durante le proteste del 2011 con la maschera di Guy Fawkes, il membro più noto della congiura della polveri che tentò di far esplodere la Camera dei Lord nel 1605, resa immortale da “V per Vendetta”

La disegnatrice libanese Nouri Flayhan, designer della casa di moda Gucci, ha dato il suo contributo alla protesta postando, sulla sua pagina Instagram, tre disegni che, nel giro di poco tempo, hanno spopolato in rete e sono diventati un vero e proprio simbolo della manifestazione antigovernativa libanese.

Foto di copertina © Marwan Naamani/DPA via ZUMA Press