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Osservatorio IAI/ISPI

Governo giallo-rosso: migranti, test cooperazione europea

16 Ott 2019 - Luca Barana, Aslı Selın Okyay - Luca Barana, Aslı Selın Okyay

La politica migratoria è uno degli ambiti in cui si misurerà l’eventuale discontinuità del nuovo governo giallo-rosso italiano – sostenuto dalla coalizione tra Movimento 5 Stelle e Partito democratico – rispetto al precedente esecutivo in cui il M5S era in coalizione con la Lega. La sostituzione nel ruolo di ministro degli Interni di una figura politica e polarizzante come Matteo Salvini con una tecnica, l’ex prefetta di Milano Luciana Lamorgese, ha costituito un primo segnale dell’apparente intenzione del governo Conte-bis di de-politicizzare la questione migratoria.

Allo stesso tempo, l’Italia ha riavviato il dialogo con l’Unione europea. La prima mossa del governo è stata prendere le distanze dalle continue critiche che Salvini rivolgeva all’Ue per la mancata assistenza nella gestione del fenomeno migratorio. Il nuovo approccio ha portato Francia e Germania a mostrare maggiore solidarietà all’Italia. I due Paesi hanno dato disponibilità a partecipare al meccanismo di redistribuzione temporanea dei migranti definito il 23 settembre scorso con Italia e Malta, con l’appoggio della presidenza finlandese dell’Ue.

Rispetto agli anni precedenti, la convergenza di più Stati membri su possibili soluzioni al dossier migratorio sembra oggi avere maggiori possibilità di concretizzarsi. Tuttavia, gli scarni risultati del Consiglio Giustizia e Affari Interni dell’8 ottobre continuano ad attestare quanto sia difficile dar seguito alle intenzioni che animano l’accordo di Malta e creare un sistema genuinamente europeo di gestione dei flussi misti.

L’accordo di Malta
L’intesa raggiunta a Malta rappresenta un primo avanzamento in un settore in cui i vari attori coinvolti erano fermi sulle proprie posizioni da oltre quattro anni. L’accordo ipotizza un “meccanismo temporaneo di solidarietà” basato su un sistema volontario di redistribuzione dei migranti tratti in salvo nel Mar Mediterraneo, entro quattro settimane dal loro sbarco nei porti italiani o maltesi. L’obiettivo è lanciare un meccanismo di redistribuzione più strutturato e prevedibile rispetto alle soluzioni ad hoc adottate nei quattordici mesi di governo giallo-verde, a causa della decisione italiana di non autorizzare lo sbarco alle navi impegnate in operazioni di salvataggio nel Mediterraneo. Il nuovo governo giallo-rosso punta dunque a evitare ai migranti le ulteriori sofferenze provocate dalla politica dei porti chiusi.

Se giudicata dal punto di vista delle responsabilità di cui l’Italia sarebbe sollevata in quanto paese di primo arrivo, l’intesa raggiunta a Malta non costituisce un cambiamento radicale. Infatti, la redistribuzione riguarda solo i migranti salvati da operazioni di ricerca e soccorso in mare, mentre restano esclusi coloro che giungono in Italia attraverso i cosiddetti “sbarchi autonomi” – che, secondo alcune elaborazioni, ammontano al 91% degli arrivi fra giugno 2018 e agosto 2019.

L’accordo individua poi i “migranti” in modo generico, differenziandosi da proposte precedenti che si rivolgevano a rifugiati o coloro provenienti da paesi con un alto tasso di riconoscimento dell’asilo. Tuttavia, il linguaggio ambiguo rende poco chiara la suddivisione delle responsabilità fra lo Stato membro che accoglie il migrante a seguito della redistribuzione e il Paese di primo arrivo.

L’importanza dell’accordo pare dunque risiedere più nel messaggio politico e simbolico trasmesso all’opinione pubblica italiana, agli altri Stati membri e alle forze euroscettiche, piuttosto che nei suoi effetti concreti.

Non si tratta solo di negoziati sulle migrazioni
Il clima politico in cui si è sviluppato l’accordo, il modo in cui è stato comunicato e la sua portata limitata suggeriscono che il principale obiettivo dei promotori sia più che altro quello di imprimere una svolta al dibattito pubblico in materia di migrazione, promuovendo i vantaggi della cooperazione invece di trincerarsi dietro accuse di mancata solidarietà. Non a caso, lo schema di redistribuzione non è rivolto ad altri Stati membri impegnati nell’affrontare una significativa pressione migratoria. Il nuovo meccanismo è invece principalmente dedicato a un Paese, l’Italia, che oggi rappresenta uno dei principali terreni di scontro con le forze politiche euroscettiche, e dove negli ultimi anni i movimenti populisti hanno guadagnato consenso proprio sfruttando le mancanze della governance europea su migrazioni e asilo.

Tuttavia, la posizione di Roma sulla necessità di una gestione più condivisa dei flussi migratori e sull’opportunità della revisione del Regolamento di Dublino – che stabilisce che lo Stato di primo sbarco ha il dovere di gestire la domanda di asilo – resta immutata. A cambiare non è che cosa l’Italia richiede, ma chi e come ne fa richiesta. L’uscita di Salvini dal governo è di per sé un messaggio di distensione all’Europa. Inoltre, il tono adottato dal governo italiano per avanzare le proprie ragioni è cambiato. Non è un caso che, una volta esaurita la retorica antagonistica da parte dell’Italia, Francia e Germania abbiano scelto di sedersi al tavolo negoziale. Le modalità stesse di questo riavvicinamento quindi confermano come le ragioni dell’accordo siano soprattutto politiche.

Il rischio di conseguenze inattese
Pur rappresentando un passo avanti, un’iniziativa così concentrata sull’Italia e sulla rotta del Mediterraneo centrale come primo nucleo per una maggiore solidarietà non riflette lo stato attuale della pressione migratoria ai confini europei. Al momento, infatti, l’Italia non è l’unica e nemmeno la più significativa fonte di preoccupazioni per quanto riguarda gli arrivi in Europa. La Grecia è sottoposta a una pressione maggiore, sia in termini di arrivi che di richieste di asilo. Questa situazione è destinata probabilmente a peggiorare alla luce del nuovo intervento della Turchia in Siria e del repentino deterioramento del quadro dei rapporti tra Turchia stessa e Ue. Anche la Spagna è chiamata oggi a a gestire numeri di arrivi superiori a quelli dell’Italia.

Limitare gli sforzi alla rotta del Mediterraneo centrale  metterebbe a dura prova le capacità di reazione europee in caso di una nuova crisi su altre rotte. La scelta potrebbe poi accentuare ulteriormente le divisioni, invece di favorire una maggiore condivisione di responsabilità. In questo modo si verrebbe a dividere il fronte dei Paesi di primo arrivo, la cui posizione sinora è stata invece solidamente allineata a quella italiana nella richiesta di maggiore solidarietà. Primi segnali in questo senso sono giunti dal Consiglio dell’8 ottobre, dove Grecia, Cipro e Bulgaria hanno promosso una proposta autonoma per la gestione della rotta del Mediterraneo orientale. Se invece i confini nel Mediterraneo fossero davvero considerati come frontiere europee, un meccanismo di redistribuzione dovrebbe includere tutte le rotte migratorie che raggiungono l’Europa.

Il rischio complessivo è dunque quello di dividere ulteriormente il fronte europeo e le risorse della politica migratoria dell’Ue, fornendo nuovi argomenti a sostegno delle forze euroscettiche.

Le opinioni espresse dagli autori sono strettamente personali e non riflettono necessariamente quelle dello IAI, che non prende posizioni istituzionali, o del Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale.