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La remunerazione dei fallimenti

Economia: Thomas Cook, Atlantia e i principi etici perduti

8 Ott 2019 - Alfredo Roma - Alfredo Roma

Il recente fallimento della Thomas Cook e le attuali vicende di Atlantia, anche in relazione al salvataggio di Alitalia, impongono alcune considerazioni sulla nostra società civile e i suoi principi etici, compresi quelli di natura economica e fiscale.

La società Thomas Cook è fallita perché il management non ha capito per tempo com’era cambiato il mercato del turismo, ma questo non ha impedito che lo stesso management incassasse negli ultimi anni milioni di sterline per emolumenti di vario tipo. Solo l’amministratore delegato svizzero Peter Fankhauser, in carica dal 2014, ha incassato oltre 8,3 milioni di sterline, incluso un bonus di quasi 2,9 milioni nel 2015.

Giovanni Castellucci ha guidato Atlantia per molti anni senza accorgersi che, a quanto risulta dalle prime indagini, la manutenzione di strade e viadotti non veniva fatta col rigore richiesto dal contratto di concessione con lo Stato italiano. Malgrado questo ha lasciato la società ricevendo un compenso di oltre 13 milioni di euro.

Giancarlo Cimoli uscì da Alitalia con alcuni milioni di euro di liquidazione per poi essere condannato nel 2015 a otto anni di reclusione per bancarotta, avendo causato perdite per oltre quattro miliardi di euro alla compagnia di bandiera.

Negli ultimi vent’anni c’è stata un’escalation nei compensi di molti top manager di grandi imprese, compensi che hanno raggiunto cifre iperboliche, alimentando quell’aberrazione della società odierna rappresentata dalle disuguaglianze sociali.  Quella società che Paolo Ercolani, nel suo libro ‘Figli di un io minore’, definisce società ottusa, come evoluzione della società aperta. Una società dominata dalla finanza e dalle tecnologie, dove l’essere umano non è più al centro del sistema ma diventa solo una ruota dell’ingranaggio.

Le teorie liberiste degli Anni Ottanta
Il dominio della finanza è iniziato negli Anni Ottanta con le politiche di Margaret Thatcher e Ronald Reagan, convinti che non si dovessero mettere vincoli al mercato perché esso era capace di autoregolarsi. Il mercato si è regolato favorendo la finanza speculativa e la concentrazione della ricchezza in mano a pochi, creando così una situazione di disuguaglianze sociali che rappresenta una delle principali cause della mancata ripresa dell’economia mondiale, soprattutto dei Paesi industrializzati, dopo la crisi iniziata nel 2007 e non ancora finita.

In questo contesto si sono persi alcuni principi etici fondamentali dell’attività economica; tra questi il principio che un’impresa privata è un’entità sociale che non appartiene solo agli azionisti, liberi di disporne a loro piacimento per i loro interessi particolari. Un’impresa è un fatto sociale che appartiene a tutti gli stakholders che comprendono, si, gli azionisti, ma anche tutti quelli che vi lavorano, i fornitori, le banche e lo Stato al quale si pagano le giuste imposte che verranno impiegate per i servizi ai cittadini. La sua patologia è la patologia di tutta la società che vi ruota attorno. Il fallimento delle Thomas Cook ha coinvolto hotel, resort e tutti quei servizi che negli ultimi anni avevano collaborato con il tour operator britannico per attrarre viaggiatori.

E’ allora chiaro che anche gli alti emolumenti al top management dimostrano che si è persa la dimensione sociale dell’impresa e dei suoi valori etici.

Principi etici e aspetti fiscali
In relazione a tutto questo non possono mancare alcune considerazioni di carattere fiscale, molto attuali in questo momento in Italia. Negli Anni Settanta, al tempo dei due shock petroliferi, in Gran Bretagna la progressione dell’imposizione sulle persone fisiche raggiungeva l’83%. Questo, in parte scoraggiava le retribuzioni eccessive e, nel caso venissero concesse, faceva in modo che una buona parte andasse allo Stato. Anche ai giorni nostri, in alcuni Paesi del Nord Europa, la tassazione personale raggiunge aliquote ben più alte della massima vigente in Italia.

Penso che i due principi etici stabiliti dall’articolo 53 della nostra Costituzione – capacità contributiva e criteri di progressività – rendano giustificabile una progressività delle aliquote sui redditi delle persone fisiche che possa raggiungere, se non l’80%, almeno il 60%. Ovviamente si parla di emolumenti superiori al milione di euro. Forse in valore assoluto non si tratta di una somma elevatissima incassata dallo Stato, ma almeno si persegue il giusto principio dell’equità sociale. Solo ignorando la Costituzione si può proporre una flat tax sui redditi delle persone fisiche perché una tale tassa piatta rappresenta un’ingiustizia sociale e potrebbe favorirebbe l’evasione fiscale se proposta nei termini in parte già attuati.

Il problema fiscale è enorme e deve essere risolto a livello dell’Unione europea. Idealmente si dovrebbe avere una legge fiscale europea valida per tutti i Paesi dell’Unione (magari con qualche margine di flessibilità), eliminando lo scandalo dei paradisi fiscali come il Lussemburgo, le Channel Island per la Gran Bretagna, le Antille Olandesi per l’Olanda, Andorra per la Spagna, Monaco-Montecarlo per la Francia, Liechtenstein per la Germania e San Marino per l’Italia. Un tale sistema (che per ora appare utopico) eliminerebbe quelle distorsioni della concorrenza rappresentate da aliquote fiscali diverse, praticate per attrarre le attività o le sedi legali e fiscali delle società verso un Paese piuttosto che un altro. Come ha fatto la Fca spostando la sede legale in Olanda e la sede fiscale in Gran Bretagna.

Liberalizzazioni, privatizzazioni e ritorno a Keynes
Infine, un altro disastro provocato dal liberismo sono state le privatizzazioni e le liberalizzazioni dei servizi pubblici, nelle quali ci si è buttati dopo gli anni ottanta, senza assicurarsi, almeno in Italia, che i privati che acquisivano le società di Stato avessero fondi sufficienti per l’acquisto e per i futuri investimenti. Basta citare le privatizzazioni di Telecom e di Aeroporti di Roma consegnati a privati che avevano solo un intento speculativo. Infatti acquistarono facendo debiti che furono poi addossati alle società privatizzate. I mancati investimenti negli anni successivi alla privatizzazione sono stati la conferma di questo. Senza dimenticare il disastro di Alitalia ceduta ai famosi “capitani coraggiosi” che l’hanno distrutta in pochi anni.

Rispetto alla grande crisi del 1929, la crisi iniziata nel 2007 è stata meglio controllata grazie ai sistemi di comunicazione in tempo reale, evitando così le tragedie umane che si verificarono soprattutto negli Stati Uniti dopo il 1929 con molti suicidi. Tuttavia, anche in considerazione di quanto brevemente esposto in precedenza, molti economisti cominciano a chiedersi se non si debbano rispolverare i testi di John Maynard Keynes col suo liberismo che deve coniugarsi con la giustizia sociale. Per Keynes lo Stato deve intervenire a sostegno dell’economia per assicurare l’equilibrio del mercato. I principi di Keynes segnarono la ripresa dei Paesi europei dopo la seconda guerra mondiale, assicurando un lungo periodo di sviluppo economico che ha permesso la creazione di uno stato sociale che tutto il mondo ci invidia.