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Terzo dibattito fra i candidati

Usa 2020: democratici, a Houston vince Obama, che non c’è

17 Set 2019 - Lucio Martino - Lucio Martino

Nonostante le tre ore di durata e alcuni momenti di accese divergenze, il terzo dibattito fra gli aspiranti alla nomination democratica alla Casa Bianca ha fatto ben poco per cambiare le dinamiche di una competizione che sembra ancora sostanzialmente stabile. Del resto, non sempre i dibattiti televisivi si concludono con un chiaro vincitore e un altrettanto chiaro sconfitto. In questo caso, se qualcuno ha vinto il dibattito di Houston questo qualcuno è l’ex presidente Barack Obama. Tutti e dieci i candidati questa volta in scena si sono ritrovati a rivendicarne una qualche eredità, anche a rischio di avvantaggiare Joe Biden, ovviamente il più vicino nella mente di tutti al precedente inquilino della Casa Bianca, di cui è stato il vice per otto anni.

Gli sforzi degli outsider e la tenuta dei favoriti
A onor del vero, il sindaco di South Bend, nell’Indiana, Pete Buttigieg, il senatore del New Jersey Cory Booker e la senatrice del Minnesota Amy Klobuchar hanno fatto del loro meglio. Booker, in particolare, sembra sempre più a suo agio nel partecipare a questo tipo di dibattito e sembra sempre più eloquente su una vasta gamma di questioni. Ma il suo successo sul palcoscenico di Houston non sembra tradursi in una crescita nei sondaggi nazionali.

Neanche Booker sembra in grado di rompere la logica di una competizione fin dall’inizio dominata da altri tre contendenti: l’ex vice-presidente Biden, il senatore del Vermont Bernie Sanders e la senatrice del Massachusetts Elizabeth Warren. Sotto questo punto di vista il 2020 è già molto diverso dal 2016, per non dire dal 2008. A differenza di allora, l’elettorato democratico non sembra in grado di spingere alla ribalta un volto nuovo, un outsider, in grado di rinnovare l’immagine del Partito democratico. Da non trascurare, sotto questo punto di vista, l’esclusione dal palco di Houston delle due candidate che pure avevano dominato il web durante i primi due dibattiti, vale a dire la scrittrice e attivista Marianne Williamson e, soprattutto, la rappresentante delle Hawaii Tulsi Gabbard.

La corsa in testa di Biden, Sanders e la Warren
Come Booker, anche Biden ha fatto del suo meglio, cosa questa che, nel suo caso, è al tempo stesso una buona e una cattiva notizia. Buona perché si è così definitivamente lasciato alle spalle la deludente prestazione del primo dibattito. Cattiva perché, nonostante tutto, non riesce a surclassare i suoi più diretti rivali, la coppia emotivamente sempre molto autentica costituita da Sanders e dalla Warren. In ogni caso, nessuno dei tre principali candidati sembra ancora intenzionato a scoprire le proprie carte. Anzi, Biden, Sanders e Warren sembrano continuare a convergere sull’opportunità di evitare il più a lungo possibile ogni attacco diretto, molto probabilmente al fine di non alienarsi i rispettivi elettorati.

Certo, Biden se l’è molto presa con Sanders e la Warren in merito alla loro intenzione di ristrutturare l’intero sistema sanitario statunitense, abolendo ogni assicurazione privata, e Sanders ha risposto a Biden ricordando l’appoggio da lui offerto a cose apparentemente indifendibili come la guerra all’Iraq del 2003 e i grandi accordi di scambio internazionali, ma il tono è sempre rimasto civile, mentre, da parte sua, la Warren si è ben guardata dal criticare direttamente Biden. Lo stesso non si può dire dell’ex segretario di Obama per l’edilizia abitativa, Julián Castro, che, attaccando ripetutamente e personalmente Biden, sembra essersi giocato ogni speranza non solo dell’investitura democratica, ma anche di essere scelto come vice-presidente.

La sanità, l’immigrazione, le armi, gli scambi
L’evento televisivo di Houston è stato il terzo dibattito consecutivo in cui l’assistenza sanitaria ha dominato la discussione. Tuttavia, a differenza di quanto avvenuto in passato, questa volta più di un partecipante si è impegnato nel tentativo di riportare al centro l’asse del partito, anche a costo di renderne l’agenda molto più imprecisa. Forse anche per questo, nessuno degli aspiranti democratici alla Casa Bianca è arrivato a quest’appuntamento forte di un piano di facile comprensione e plausibilmente approvabile dal Congresso in grado di riformare i meccanismi che regolano l’immigrazione, per quanto proprio sull’elaborazione di un nuovo approccio a questo problema il Partito sembra puntare per indebolire la base repubblicana e vincere le elezioni generali del 2020.

Stesso il discorso per quanto riguarda un altro tema di assoluto rilievo per il Partito Democratico, vale a dire l’intenzione di ridurre, se non completamente eliminare, l’attuale facile disponibilità di armi d’assalto. Non meno indefinita è poi apparsa quella che potrebbe essere la politica commerciale di una eventuale nuova Amministrazione democratica. Tutti e dieci i candidati hanno, in un modo o nell’altro, denunciato le politiche commerciali del presidente Donald Trump, giudicandole come minimo caotiche, ma non si sono dimostrati disposti a rovesciarle prontamente, qualora mai riuscissero a prenderne il posto.