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Verso quarte elezioni in quattro anni

Spagna: Sánchez al bivio tra Podemos e Ciudadanos

22 Set 2019 - Elena Marisol Brandolini - Elena Marisol Brandolini

Cinque mesi dopo, la politica spagnola suggella definitivamente la propria sconfitta, tornando a scaricare sull’elettorato quell’impotenza che ha fatto della Spagna un Paese ad alto tasso d’instabilità: non ci sarà infatti alcun governo a tradurre i risultati elettorali dello scorso 28 aprile, ma un nuovo rinvio alle urne per il prossimo 10 novembre, le quarte elezioni negli ultimi quattro anni.  Finisce così, per il momento almeno, la telenovela della coalizione progressista, mai voluta veramente dai socialisti e che Podemos non ha saputo capitalizzare. E che, all’ultimo momento, con la proposta di Ciudadanos di astensione ad alcune condizioni ‘impossibili’, ha rischiato un finale di segno opposto.

Ma si tratta solo di una dilazione, se è vero che nuove elezioni non scioglieranno il nodo della governabilità, riproponendo una pluralità di partiti senza maggioranza, obbligati ancora a trattare tra loro. E se la mobilitazione dei cosiddetti poteri forti, che non ha mai smesso di puntare su un’alleanza Psoe-Ciudadanos, avrà allora la meglio su una soluzione progressista della crisi. Con alcune incognite che minano il campo d’incertezza: la probabile smobilitazione dell’elettorato di sinistra e gli effetti della sentenza del processo contro la leadership indipendentista catalana attesa per la prima metà di ottobre.

Campagna elettorale tra rimpianti e profezie
La campagna elettorale, che nominalmente occuperà solo l’ultima settimana, è già iniziata nell’ultima sessione di controllo del governo in funzione nel Congresso. In attesa che si convochino formalmente le elezioni, una volta scaduti i termini costituzionali del 23 settembre, i partiti ridefiniscono le loro collocazioni sullo scacchiere politico. Cambiati i toni del confronto tra Psoe e Podemos rispetto alla campagna precedente, che lasciavano allora preludere alla possibilità di un’intesa post-elettorale, Pedro Sánchez rivendica la libertà di movimento del suo partito nell’occupazione del centro politico, responsabilizza la formazione viola del fallimento del negoziato, accusandola d’inaffidabilità e inesperienza di governo.

“Oggi potrei essere il capo di un governo con pienezza di funzioni se avessi accettato la coalizione proposta da Pablo Iglesias. Ma non riuscirei a dormire la notte se ci fosse un rappresentante di Podemos a gestire il ministero del Tesoro, dell’Energia o delle Pensioni”, è arrivato a dire il capo dell’Esecutivo spagnolo in un’intervista televisiva. Forse ha ragione Pablo Iglesias quando afferma: “Il Psoe preferisce Ciudadanos a Podemos”, assumendo di non essere poi quell’alleato così “preferito” dai socialisti, come questi ultimi hanno voluto dare a intendere in questi cinque mesi.

E suona come una facile profezia per quello che sembra sarà lo scenario futuro, da sempre il più gradito ad una parte del partito socialista, perché il leader di Ciudadanos Albert Rivera non si è mosso all’ultimo momento per salvare questa legislatura ormai esaurita, ma per condizionare la prossima che nascerà col voto di novembre e perciò difendersi dalle critiche interne al partito e dalle pressioni esterne dei poteri che contano. Che avevano puntato fin dal principio sulla formazione arancione, abbandonando il PP, salvo non riconoscersi nella successiva deriva verso l’estrema destra.

Lo sguardo dell’Europa e le peculiarità spagnole
Il resto d’Europa guarda con sbigottimento questo nuovo finale di legislatura nell’unico Paese in cui le elezioni avevano espresso un risultato chiaro con la netta vittoria dei socialisti, la complessiva buona affermazione dello schieramento democratico e progressista e la sconfitta delle destre. Le ragioni sono diverse, alcune del tutto peculiari al funzionamento del sistema politico spagnolo ereditato dalla Transizione democratica: la non accettazione da parte dei due principali partiti, che negli ultimi decenni si sono alternati al governo del Paese, della fine del bipartitismo comporta infatti l’incapacità di costruire coalizioni stabili al livello del governo centrale.

In questo caso, perciò, la responsabilità principale del fallimento è del Psoe e del suo leader Sánchez che, in quanto presidente incaricato, avrebbe dovuto farsi carico in prima persona della soluzione. E, invece, fin dal giorno successivo al 28 aprile, i socialisti hanno cominciato a vagheggiare di un loro governo in solitario come opzione privilegiata. Tuttavia, diversamente dal 2016, questa volta sembrava esistere uno spazio per una coalizione di governo progressista, senza particolari apparenti ostilità dei poteri forti. Il quadro cambia però con le elezioni del 26 maggio: Podemos registra un risultato peggiore nelle amministrative e autonomiche celebrate in quel giorno rispetto alle politiche di un mese prima, offrendo il destro ai socialisti per stoppare l’ipotesi di un governo di coalizione.

Il 26 maggio, però, nei paesi della Ue, si gioca una partita tra la tenuta del progetto europeo e l’avanzata dell’estrema destra continentale, che si conclude con il contenimento di quest’ultima. La successiva configurazione degli assetti comunitari ha effetti su quelli politici di diversi Paesi dell’Unione, anche su quelli della Spagna. Se a luglio i socialisti si vedono obbligati a discutere con Podemos i termini di una coalizione di governo, è solo perché fanno una valutazione sbagliata sulla risposta di Iglesias al veto da loro posto sulla sua personale entrata nel governo. Ma a quella trattativa ci si arriva tardi e male: il Psoe si muove da super-potenza e Podemos non è capace di calibrare la sua proposta sui reali rapporti di forza con il suo alleato/contraente. Il fallimento dell’investitura di Sánchez a luglio segna perciò la fine dell’ipotesi di una coalizione di governo progressista.

Ma c’è un’ultima questione che il Psoe ha agitato da luglio fino ad ora per non realizzare l’intesa con Podemos, quella relativa alla sentenza del processo che vede imputati 12 leader indipendentisti e che si prevede di condanna, con pene di carcere non leggere. Un po’ a pretesto, magari, perché il Psoe preferisce avere le mani libere anche sulle politiche socio-economiche. E’ però vero che il conflitto catalano è quello su cui più distanti sono le posizioni tra socialisti e podemisti: la formazione viola è infatti l’unica, nel panorama politico spagnolo, oltre ai partiti indipendentisti, a sostenere la celebrazione di un referendum di autodeterminazione e a considerare i leader catalani in carcere prigionieri politici. E nessuno conosce, né vorrebbe dovere gestire, la risposta popolare che si determinerà in Catalogna all’indomani della sentenza.