IAI
Negoziati e scambio di prigionieri

Russia-Ucraina: Mar Nero, prove di forza e di negoziato

9 Set 2019 - Giulio Benedetti - Giulio Benedetti

Il 7 settembre i 24 marinai ucraini catturati nel corso di un incidente nel mare di Azov nel novembre del 2018 sono stati liberati in uno scambio di prigionieri tra Kiev e  Mosca. Questo accordo, impensabile sotto il predecessore del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, è stato accolto come il segnale di avvio di più ampi negoziati. Nel prossimo futuro, la situazione nel Mar Nero resta legata a doppio filo all’andamento delle relazioni tra Russia e Ucraina.

L’incidente del novembre 2018 e i successivi sviluppi
Lo scorso novembre due motovedette e un rimorchiatore ucraino venivano speronati e abbordati dalle forze russe nei pressi dello stretto di Kerch: i 24 marinai ucraini venivano catturati in quell’occasione. L’incidente aveva acceso i riflettori sulla silenziosa occupazione russa del Mare di Azov, il cui unico accesso è lo stretto di Kerch e che si estende tra la Crimea, annessa da Mosca, e i territori occupati dai separatisti nel Donbass.

Una lenta occupazione suggellata dal completamento del lungo ponte che, collegando la Crimea alla Russia, riduce l’accesso al mare di Azov a poche decine di metri: una strettoia artificiale sufficiente a fare passare le navi dirette ai porti russi della zona, ma troppo angusta per i vascelli più grandi che servivano i porti ucraini, più profondi. Inoltre, una strettoia saldamente controllata da Mosca: una situazione che Kiev aveva deciso di contrastare inviando le proprie navi nella zona.

Circondate dalle unità russe, le navi ucraine avevano trovato l’accesso al ponte sbarrato da una petroliera, la Neyma. È quest’ultimo vascello che è stato a sua volta sequestrato il 24 luglio nei pressi del porto ucraino di Izmail, nella regione di Odessa, dove era stato condotto per una normale missione commerciale. I marinai russi sono stati rilasciati.

Avanzata russa e contro-mosse Nato
Se l’incidente di novembre aveva attirato l’attenzione sull’avanzata russa nel mare di Azov, il recente sequestro della Neyma è invece avvenuto in un’area nella quale è la Nato a stare incrementando la propria presenza. Nella stessa regione di Odessa infatti, cento chilometri a nord-est della penisola crimeana, gli Stati Uniti stanno finanziando il rafforzamento di alcune infrastrutture navali, allo scopo di fornire supporto logistico alle navi dell’Alleanza atlantica nell’area. Dall’annessione della Crimea in poi, la presenza Nato nel Mar Nero occidentale si è fatta più frequente e massiccia. Quest’anno l’esercitazione navale più vasta, intitolata Sea Breeze, ha coinvolto più di duemila militari e 27 vascelli provenienti da 12 Paesi Nato.

Benché in crescita, le operazioni dell’Alleanza Atlantica sono però condizionate dalla Convenzione di Montreaux del 1936, che limita sia la durata della permanenza nel Mar Nero delle navi di Paesi non rivieraschi,che il tonnellaggio complessivo, che non può eccedere le 30.000 tonnellate. Questo per esempio significa che le portaerei americane ne sono escluse. Inoltre, i tre Paesi Nato della regione (Turchia, Bulgaria e Romania) hanno mostrato approcci relativamente diversi e un grado di determinazione diverso nei confronti della Russia, così che l’impegno dell’Alleanza risulta meno avanzato rispetto all’area del Baltico.

La crescente militarizzazione russa della regione e i costi ucraini
La Russia d’altro canto resta la potenza preminente nel Mar Nero, una posizione che ha riguadagnato con l’annessione della Crimea e i massicci investimenti militari che ne sono seguiti. Oggi la penisola ospita consistenti capacità radar, aeree e antiaeree, che in caso di conflitto permetterebbero all’esercito di Mosca di istituire una anti-access/area-denial zone (A2/Ad) a coprire quasi l’intero Mar Nero. La penisola è difesa da robusti contingenti di truppe di terra, che fonti ucraine stimano a circa 32.000 effettivi. Qui ha la sua base la flotta del Mar Nero, passata in pochi anni dall’essere una forza stazionaria in lotta contro la propria obsolescenza a venire indicata come la flotta russa “di maggior successo dal punto di vista operativo e tattico”. Forti investimenti, nuove unità ed una base sicura hanno infatti permesso alla flotta del Mar Nero di tornare a costituire la rampa di lancio per le operazioni nel Mediterraneo, come l’intervento russo nel conflitto siriano, fino a pochi anni fa ritenuto infattibile, ha dimostrato.

La crescente militarizzazione della regione ha imposto a Kiev dei costi economici e politici, oltre che militari. Il controllo russo della Crimea e dello stretto di Kerch non solo ha precluso l’accesso delle navi più grandi ai porti dell’Est Ucraina, ma permette anche alle forze russe di operare controlli e perquisizioni delle navi in transito, ritardando e infliggendo costi al commercio nell’area. Benché indebolita dalla guerra, l’industria ucraina è tuttora concentrata nell’Est del Paese, e settori chiave dell’export si erano finora serviti dei porti del Mare di Azov, meglio collegati a questa parte del Paese rispetto al porto alternativo di Odessa. Fonti ucraine stimano le perdite dirette e indirette in circa 60 milioni di dollari annui, in aggiunta ai 190 milioni di dollari persi nei due mesi in cui la parte finale del ponte di Kerch veniva assemblata, bloccando il transito commerciale.

Il controllo dello stretto di Kerch permette alla Russia di applicare delle sanzioni implicite sul commercio ucraino: uno strumento di pressione che si aggiunge alle sanzioni già approvate, fino a quelle sui prodotti del petrolio entrate in vigore nel giugno 2019. Unite alle aperture sul prezzo del gas e alla concessione di passaporti russi ai residenti nel Donbass, queste misure fanno parte del margine negoziale con cui Mosca si sta presentando al tavolo dei negoziati sui nuovi contratti per il transito e la fornitura di gas naturale e a quello circa il conflitto nel Donbass.