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Dopo le elezioni del 17 settembre

Israele: governo, incarico a Netanyahu (ma con poco tempo)

26 Set 2019 - Nello del Gatto - Nello del Gatto

E’ proprio un déjà-vu: il presidente dello Stato d’Israele Rueven Rivlin ha davvero affidato a Benjamin ‘Bibi’ Netanyahu l’incarico di formare il governo nel Paese. Il primo ministro che detiene il record di durata a capo del governo israeliano con oltre 13 anni, che passa attraverso scandali e accuse e che è dato per morto ogni volta ma come una fenice sempre risorge, è di nuovo lì, nella residenza ufficiale del capo del governo nel quartiere di Rehavia a Gerusalemme, e probabilmente non dovrà fare le valigie.

Fenici e altre sorprese
Nessuno lo voleva, nessuno gli dava credito. Eppure, il suo Likud è stato il secondo partito più votato, 32 seggi, contro i 33 del Blu e Bianco dell’ex capo di Stato Maggiore Benny Gantz, e il premier in esercizio ha ricevuto 55 raccomandazioni per rimanere in carica come primo ministro (a parte il sostegno del Likud, può contare su quello dei partiti di destra Shas con 9 parlamentari, United Torah for Judism e Yamina entrambi con 7) contro ile54 di Gantz. In verità, quelli del generale sono anche di meno, perché bisogna fare i conti con gli arabi.

La Lista araba unita ha compiuto un exploit conquistando 13 seggi e, per la prima volta dai tempi di Yitzhak Rabin nel 1992, durante le consultazioni ha raccomandato al presidente Rivlin di dare l’incarico a Gantz, anche se non in maniera compatta.
Il partito Balad, tre seggi, si è infatti tirato indietro da subito. Gli altri tre partiti che contano dieci seggi hanno sì raccomandato Gantz, ma hanno chiaramente detto che non avrebbero condiviso un governo con l’ex capo di Stato Maggiore, ovvero l’uomo al comando dell’ultima grande guerra contro Gaza nel 2014 e le cui idee sui palestinesi, sulla Cisgiordania e sugli insediamenti, non sono così lontane e diverse dal quelle di Netanyahu.

Il presidente Rivlin, quindi, alla fine ha lasciato che a scegliere fossero i numeri. Lui che non ha mai fatto mistero di non amare molto l’attuale capo del governo israeliano, gli ha consegnato le chiavi del nuovo governo così come aveva fatto ad aprile. Allora Netanyahu, non essendo riuscito a convincere Avigord Lieberman – capo del partito nazionalista russofono Yisrael Beiteinu – ad entrare nell’esecutivo, anziché rimettere il mandato portò alla dissoluzione del governo e allo scioglimento della camera parlamentare rimandando il Paese alle elezioni.

Le alternative a Netanyahu
Oggi, sicuramente spinto dal presidente che ha fortemente detto che il Paese non vuole altre elezioni, Netanyahu ha promesso che se non riuscirà a formare un governo nelle quattro settimane di tempo che gli sono state concesse (con una possibile ma improbabile estensione di altre due), rimetterà il suo mandato. A quel punto a Rivlin si aprono due strade: o dare un incarico a Gantz, che dovrà battagliare più di Netanyahu per trovare i parlamentari necessari mancanti a raggiungere la maggioranza di 61 necessaria a governare, oppure dare un incarico a un altro esponente del Likud. E, questa, potrebbe essere la quadra del cerchio. Già perché Rivlin le ha tentate tutte per far sedere nello stesso governo Bibi e Benny, ma quest’ultimo non ne ha voluto sapere di condividere la poltrona con chi è accusato, tra l’altro di frode.

Il presidente ha suggerito una rotazione (come quella che avvenne negli Anni 80 tra i premier laburista Shimon Peres e quello del Likud Yitzhak Shamir), ma ha anche suggerito cambiamenti legislativi che da un lato aumentino il limite dei 100 giorni nei quali un primo ministro si assenta dall’incarico senza perderlo e che , soprattutto, prevedano la possibilità per lo stesso premier di essere sostituito dal vice-premier in caso di problemi con la giustizia fino a quando questi non vengano risolti.

Nessuno vuole quella poltrona
Rivlin non ha mai parlato delle tre accuse di frode, corruzione e violazione della fiducia che il 2 ottobre vedranno Netanyahu dinanzi al procuratore generale Avichai Mandelblit, ma è chiaro che a queste si riferiva. Gantz ha rifiutato l’offerta di sedere con Netanyahu, non quella di far parte di un governo di coalizione.

Bibi, quindi, deve trovare almeno sei deputati per formare il nuovo governo. L’indiziato maggiore è sicuramente Lieberman, il cui partito di destra conta otto parlamentari. Ma il capo del partito russofono è lo stesso che, dopo avere fatto cadere il governo a novembre, s’è rifiutato di entrare nell’esecutivo ad aprile e ha di fatto rimandato il Paese alle elezioni celebrate martedì 17.

Lieberman ha più volte detto di non volersi sedere in un esecutivo con gli ultra-ortodossi che sostengono Netanyahu. L’ex ministro della Difesa, infatti, si allontanò da Bibi nel momento in cui non riuscì a far passare la sua proposta di obbligare anche gli ortodossi religiosi a svolgere il servizio militare.

Il governo come priorità
In questo senso, se ognuno dovesse rispettare quanto detto, tra veti incrociati e dichiarazioni di sostegno, la scelta di Rivlin verso Netanyahu potrebbe anche avere il gusto del bacio della morte nei confronti del primo ministro più longevo della storia del Paese. Perché in ogni caso (a meno di altre elezioni), il presidente avrebbe vinto comunque: se Netanyahu riuscisse a formare un governo, il presidente, nonostante l’antipatia verso il premier, avrebbe la stabilità governativa richiesta e promessa; se Netanyahu dovesse fallire, o dando l’incarico a Gantz, o dandolo ad un altro del Likud, Rivlin dichiarerebbe la fine politica di Netanyahu che, nonostante abbia mostrato doti da fenice, difficilmente potrebbe risorgere. Anche perché il 2 ottobre è vicino e le accuse non potranno essere rinviate per sempre.