IAI
Fattori di pericolo e normativa di settore

Dighe in Italia: quando l’acqua nasconde dei rischi

25 Set 2019 - Alexander Virgili - Alexander Virgili

L’edificazione di sbarramenti e dighe è un uso antico che risponde ad esigenze comuni di irrigazione, controllo delle acque e produzione energetica. Essi sono parte normale del paesaggio antropizzato di tutti i continenti; e forse proprio tale ordinarietà ne ha fatto sottovalutare diffusione e rischi.

Solo negli ultimi cento anni i disastri originati da incidenti connessi a dighe e sbarramenti hanno causato circa 300 mila morti, oltre a danni a beni e cose, con oltre 11 milioni di persone che hanno perso l’abitazione. In media, oltre 2mila morti ogni anno, cioè quasi sei al giorno.  Eppure, quando si parla di disastri e catastrofi, si pensa prevalentemente a terremoti, eruzioni, maremoti, incendi, esplosioni o altri eventi; raramente alle inondazioni collegate a dighe e sbarramenti. Gli incidenti ed i disastri, però, ci sono, riguardano tutti i continenti e coinvolgono tanto Paesi ricchi quanto Paesi poveri. Alcune realtà hanno una maggiore diffusione di tali rischi: l’Italia è tra queste, poiché il nostro territorio è costellato di dighe e sbarramenti di ogni tipo. Si va dalle gigantesche dighe che sbarrano i corsi d’acqua per alimentare le centrali idroelettriche alle piccole dighe che creano invasi per uso irriguo o potabile.

Numeri e difformità
In Italia si contano 532 grandi dighe (nel mondo sono oltre 40.000) e circa 10.000 piccole dighe; le grandi dighe sono quelle con sbarramenti alti più di 15 metri e/o con un invaso di oltre 1 milione di metri cubi (i criteri di classificazione sono cambiati nel corso degli anni, nel 2008 si contavano 903 grandi dighe). Purtroppo, secondo i dati attualmente disponibili, delle 532 grandi dighe di interesse nazionale e con vigilanza statale, il 60% ha più di 50 anni, alcune hanno ormai compiuto il secolo di vita ed un centinaio fra esse non sono ancora operative al 100% perché non collaudate in modo definitivo, con tutto ciò che ne deriva.

Inoltre, il 90% è stato costruito prima dell’entrata in vigore delle attuali norme tecniche e il 70% è stato progettato senza prendere in considerazione l’attività sismica, perché al momento della costruzione non esistevano norme in tal senso. Aggiungiamo a questi dati la forte concentrazione demografica del territorio italiano e possiamo intuire l’alto livello di pericolosità, non di rado trascurata, ma anche i segnali di cambiamento climatico in corso – con l’aumentato rischio di piogge improvvise ed estremamente abbondanti -, il disboscamento, la scarsa cura di spazi rurali una volta agricoli e – non ultimo ed altrettanto grave – il fatto che il passaggio alle Regioni del controllo di una parte di tali infrastrutture ha prodotto norme di controllo e sicurezza diverse da un luogo all’altro.

Non solo, alcune Regioni non hanno completato il censimento delle piccole dighe per cui, incredibilmente, il numero esatto non è noto. I nomi di Gleno, Vajont, Molare, Val di Stava – per citare i più noti – si associano in Italia ad eventi abnormi, a danni molto ingenti, a centinaia di morti, ma anche a controlli tecnici non adeguati, a scarsa cura per l’ambiente, a norme di gestione del territorio carenti e poco omogenee (attualmente solo le grandi dighe sono sotto controllo statale).   Il rischio connesso con la presenza sul territorio delle dighe minori è spesso trascurato, ipotizzando che esso sia direttamente proporzionale alla dimensione dell’opera. Tale ipotesi è fuorviante: in territori con alta densità d’insediamenti urbani e/o infrastrutturali sarebbe opportuno prestare grande attenzione anche alle piccole dighe (che aumento di numero), il cui esercizio non è sempre accompagnato dalla raccolta di adeguate informazioni.

Principali cause di collasso
In base alla casistica internazionale si può affermare che le principali cause di collasso sono dovute a: 1) materiali e tecniche di costruzione non adeguati; 2) errori di progettazione; 3) instabilità geologica; 4) cattiva manutenzione; 5) afflusso eccessivo di acqua; 6) scivolamento di grandi masse da pendii circostanti; 7) terremoti; 8) erosioni interne; 9) errori umani. Per definire le strategie operative di azione per allertamento, prevenzione, gestione dell’emergenza e assistenza alla popolazione si formulano dei Piani di emergenza dighe (Ped) che devono prevedere il ventaglio di rischi ed interventi in caso di collasso dell’invaso o di emergenze minori. I Ped differenziano l’area d’impatto in tre zone distinte, secondo la gravità dell’impatto stesso:

La prima zona è la zona di sicuro impatto. È limitata alle immediate adiacenze dell’impianto e caratterizzata dalla maggiore gravità dell’impatto e della probabile mortalità. Tale zona dovrebbe essere interdetta a qualsiasi tipo di insediamento. La seconda zona è la zona di danno. Sono possibili danni a persone che non realizzino le corrette misure di autoprotezione ed alle persone maggiormente vulnerabili. L’intervento di protezione principale dovrebbe consistere nella rapida evacuazione La Terza zona è zona di attenzione. Sono possibili danni, generalmente meno gravi, su soggetti particolarmente vulnerabili e reazioni delle persone che possono determinare situazioni di turbamento tali da richiedere interventi di ordine pubblico; le autorità dovranno prevedere azioni mirate nei punti di aggregazione e concentrazione della popolazione (scuole, ospedali, ecc.) e il controllo del traffico.

Normativa italiana
Con la Direttiva del presidente del Consiglio dei ministri “Grandi Dighe” del luglio 2014, finalmente si è previsto che preliminare alla redazione dei piani di emergenza sia l’aggiornamento di tutti i documenti di protezione civile che governano la gestione delle dighe.  Inoltre, si sono distinte due tipologie di rischio:

  • il “rischio diga“, cioè rischio idraulico indotto dalla diga, conseguente ad eventuali problemi di sicurezza della diga, ovvero nel caso di eventi, temuti o in atto, coinvolgenti l’impianto di ritenuta o una sua parte e rilevanti ai fini della sicurezza della diga e dei territori di valle;
  • il “rischio idraulico a valle“, cioè rischio idraulico non connesso a problemi di sicurezza della diga ma conseguente alle portate scaricate a valle, ovvero con portate per l’alveo di valle che possono produrre fenomeni di onda di piena e rischio esondazione.

Due anni dopo, nel 2016, è stato varato il “Piano di messa in sicurezza delle grandi dighe”. Con il suo aggiornamento, avvenuto nel 2018, sono previsti e finanziati oltre 130 interventi, ma le procedure di attuazione, ad oggi, sono ancora molto lente e poco uniformi nelle varie aree d’Italia.

Foto di copertina © TPG via ZUMA Press