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Democrazia in Europa: è l’ora della trasformazione

8 Set 2019 - Sofia Ingrande - Sofia Ingrande

Il panorama europeo è costellato dalla secolare contrapposizione tra cittadino della koinè e barbaro, da intendere come strumento per rendere omaggi ai concetti di sovranità e indivisibilità nazionale. Questa manichea distribuzione politica viene modellata pedissequamente dalla routinizzazione della democrazia rappresentativa. Laddove la principale arma di attività e dissenso politico è “il voto”, inteso come catartica e pacifica espressione individuale verso la res publica. Ciò che ne segue è l’abbandono della spinta ideologica di partecipazione politica per mezzo della “dimostrazione”.

Tra questi poli, l’elezione è il campo prescelto per il confronto di ideologie differenti, dove ogni cittadino difende a spada tratta il partito che meglio rispecchia la propria idea di politica. O la vittoria o l’astio sarà la conclusione; non c’è spazio per la serena accettazione dell’altro. Infatti, le ritualistiche opposizioni, e tra partiti e tra elettori, hanno ormai lasciato nel dimenticatoio il concetto di confronto come unica parte vincitrice: verità sopra la ragione, dibattito pubblico sopra ballottaggi. Quando l’opposto è visto come nemico nessun confronto è possibile e la democrazia si svuota del suo ruolo agonistico. Infatti, è proprio nel confronto agonistico che le idee e i punti di vista si trasformano in concetti politici.

L’Ue e i social leader
Per tutto questo, l’Unione europea dovrebbe intraprendere un nuovo piano di azione comune per risanare il suo ruolo politico di guida civica. Infatti, forte dei suoi incommensurabili traguardi, l’Ue non è un punto d’arrivo, ma un’integrazione in continua elaborazione.

Tuttavia, sembra che i leader forti seguano i sondaggi delle campagne Facebook per trasformarsi nei follower delle pulsioni leviataniche dell’opinione pubblica, rinunciando definitivamente a guidarle, ma aizzando i cittadini gli uni contro gli altri. Caso vuole che siano questi stessi leader forti a delegare all’Ue le responsabilità su riforme ostiche ma indispensabili e nell’interesse dei propri Paesi, così da non dover fare i conti con un costo elettorale troppo alto.

Naturale conseguenza delle politiche nazionaliste di tali leader è la degradazione del sentimento di appartenenza a un territorio europeo comune. In questo scenario, un occhio sull’Atene del V secolo può fornirci utili scorci di comprensione. Nell’Atene di allora, la dialettica aveva il ruolo centrale di tessere i rapporti sociali; oggi, nell’Europa del XXI, è Internet il mezzo prescelto per la comunicazione sociale e politica. Piattaforme sociali assumono le sembianze di agorà virtuali dove ognuno nutre il dovere di opinare su qualsiasi tema. Tramite il “commento”, l’utente risveglia il proprio sentimento di affiliazione alla koinè che esprime il suo stesso grado di “condivisione” verso un determinato indirizzo politico.

Dallo schermo luccicano i sistemi illiberali e autoritari messi in scena dai pantagruelici leader forti europei. Anti- establishment, anti-globalizzazione, anti-immigrazione, anti-Europa: sono gli slogan ormai diffusi non solo nello spettro del blocco di Visegrád, ma in ogni Paese dell’Unione. Pertanto, tali leader forti potrebbero essere citati come anti-uomini. Sono questi che utilizzano le piattaforme sociali per avallare la loro meschina strategia comunicativa fomentata dalla diffusione di fake news e dalle conseguenti post-verità prodotte. Così il successo politico degli anti-uomini nasce dal fallimento delle politiche sociali europee, dalle diseguaglianze di genere e dall’impoverimento della classe media.

Il periodo storico ideale
Ma è così? L’ Ue ci ha condannato alle fiamme della povertà e del fallimento? Penso che il modo più efficace per rispondere a questa domanda sia una nuova domanda: “Qual è il periodo storico ideale in cui vorresti vivere, durante il quale l’umanità ha goduto i migliori stili di vita?”. Non esiste periodo ideale che non sia quello in cui nessun gruppo umano è superiore a un altro e in cui tra cooperazione e conflitto è la prima ad essere eletta.

È questa l’età ideale. Questo periodo storico democratico e libero è il prodotto del lavoro costante di chi si sente affiliato alla koinè europea e non di anti-uomini. Infatti, come insegnava Machiavelli: “La storia è il laboratorio della politica” e basterebbe voltare le spalle per notare che tutti i tentativi di dividere le società in noi e voi sono sfociati in guerre e disastri sociali.

Verso un mutamento effettivo ed efficiente
L’architettura istituzionale dell’Unione europea e i suoi processi decisionali sono spesso considerati così intricati e astrusi da essere incomprensibili. Effettivamente, l’Ue è così complessa perché deve essere effettiva nella pratica ed inclusiva nei confronti degli Stati membri e dei loro interessi. Trovare un compromesso tra le due parti, è il più democratico dei prodotti che il nostro sistema europeo riesca a fornirci. La sua inevitabile complessità delle sue politiche di regolamentazione, rende l’Ue poco affascinante e affidabile agli occhi di molti suoi cittadini.

Questa non è la fine della democrazia, tantomeno il suo inizio. È il momento del suo mutamento. D’altronde se la democrazia non fosse flessibile, ma statica, sarebbe vacua nel contenuto e perderebbe il suo significato. Per questo, democrazia ed Ue camminano di pari passo, per la loro continua spinta verso il compromesso e per la loro abilità di plasmarsi secondo i bisogni sociali. È l’ora di un nuovo momentum perché il sistema democratico europeo si adatti alle nuove sfide globali, elaborando un piano di azione comune e spazzando via la logica populista divide et impera.

Foto di copertina © Xinhua via ZUMA Wire