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Premio IAI

Democrazia in Europa: quei social che isolano e paralizzano l’azione

5 Set 2019 - Roberta Rotolo - Roberta Rotolo

Fino al 24 settembre, giorno della cerimonia pubblica conclusiva della seconda edizione del premio IAI, continuiamo con la pubblicazione su AffarInternazionali dei saggi dei finalisti delle due sezioni del concorso – studenti universitari e liceali – che si sono cimentati con riflessioni sul tema “Democrazia in Europa: fine corsa o nuovo inizio”?. 

L’era globale è caratterizzata da un’integrazione economico-finanziaria che articola le discussioni e le decisioni politiche su spazialità diverse e plurali (quali i social network), ridimensionando il ruolo delle istituzioni e mettendo in crisi i momenti della legittimazione democratico-rappresentativa.

Si afferma una forma di “partecipazione diffusa” alla vita politica sotto certi aspetti più vicina alla democrazia diretta.

I social network sembrano in grado di annullare la distanza tra amministrati e sfera politica, favorendo un modello democratico-orizzontale apparentemente più inclusivo: le informazioni viaggiano velocemente sui fili della Rete, commentate e sottoposte al vaglio di giudizio e ragionevolezza di ciascuno.

Il web risponde all’esigenza di immediatezza che più caratterizza la nostra società di massa: sembra realizzare un ideale che José Ortega Y Gasset chiamerebbe di ‘iperdemocrazia’, in cui la massa, consumatore politico, è incline a preferire all’aspetto qualitativo delle informazioni, la quantità e la velocità.

La partita del dominio, a detta di Zygmunt Bauman, viene giocata tra il più veloce e il più lento. Chi è capace di accelerare in modo da risultare imprendibile, domina. Velocità significa dominio. Quale mezzo più veloce del web?

Questa ‘governamentalità’ – per usare una categoria foucaultiana – dell’era digitale, sembra favorire processi di partecipazione politica e empowerment democratico, ma produce anche il rischio di precarietà e instabilità, vaghezza e disinformazione.

Molto soli, incredibilmente lontani
Sempre più frequentemente si registra la crescente necessità di esternazione del pensiero sul (non) luogo virtuale. Attraverso il web si manifestano richieste ed istanze sociali costruite su strutture ‘reticolari’.

Il paradosso di questo universo omologante è: virtualmente vicini, concretamente lontani. Il soggetto sembra esistere solo se connesso, oggetto passivo, luogo dove vengono scaricate le informazioni. Estraneo tra gli estranei, è insofferente al sistema e snaturato nella propria capacità di relazionalità.

L’Io per eccellenza, vero network, al di fuori della fisicità ma fluttuante tra le fisicità, scomposto nell’iperconnessione, si costruisce più sulla piazza virtuale che nello spazio deliberativo pubblico proprio dell’esperienza della polis greca.

La civiltà che partecipa attivamente alla vita della polis, secondo Hannah Arendt, deve necessariamente fondarsi sull’azione (praxis) e sul discorso (lexis). Oggi Internet sembra facilitare il discorso, ma limitare la sfera dell’azione: come può il singolo ‘correre il rischio’ della propria libertà, se si rivela in una dimensione virtuale e non pubblica, come l’agorà? È la mancanza del momento fisico del ‘faccia a faccia’ a favorire l’isolamento.

L’appeal del web
Non c’è da meravigliarsi se l’individuo diventa ‘il peggior nemico del cittadino’, incline all’indifferenza verso concetti quali il bene comune, la buona società.

L’individualizzazione sfonda le porte della dimensione comunitaria attraverso internet, lasciando via libera all’ingresso di estremismi, populismi e politiche ‘di pancia’ che utilizzano il linguaggio diretto dei media per far leva sull’emotività.

Sono i nuovi leader dalla voce grossa ad infiammare gli animi dei cittadini votanti europei, con le loro politiche estreme del prendere o lasciare, del bianco o nero, del ‘noi’ contro ‘loro’. Mai hanno avuto la possibilità di raccogliere consensi quanto in questa epoca in cui riescono ad entrare nelle case dei privati, nei loro luoghi di lavoro, con un semplice tweet del buongiorno, uno slogan, una frase ad effetto.

Internet ha il dono dell’ubiquità. Nessuno sa resistere al fascino dell’onnipresenza.

Di Brexit, fake news e altro
Oggi più che mai potremmo definire gli stakeholder del web come i nuovi invisibili persuasori occulti di stampo roussoniano, in grado di guidare le opinioni della massa, fino a che punto – viene da chiedersi -, in nome del bene comune.

Si pensi alla vicenda di cui è testimone Carole Cadwalladr, giornalista inglese inviata nel Galles del sud, ad Ebbw Vale, per un reportage sulla cittadina che aveva espresso la più alta preferenza per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea (62% a favore della Brexit). La reporter esprime la sua sorpresa nell’apprendere che un enorme numero di strutture ad Ebbw Vale sono state finanziate dalla stessa Ue, e ciò è conoscibile dai cittadini tramite cartelli affissi in città. Gli stessi cittadini che affermano che “l’Ue non ha fatto niente per loro” e che sono “stanchi degli stranieri”, sebbene il tasso di immigrazione sia tra i più bassi del Paese. Il mistero è presto risolto: colpa della campagna a favore della Brexit diffusa pochi giorni prima del referendum dal social network più popolare del pianeta, che ha scatenato un’ondata di disinformazione. Per di più, i falsi dati divulgati all’epoca risultano oggi inaccessibili.

Un articolo pubblicato da Il Sole 24 Ore riporta i risultati di quello che è stato definito come “il più grande e sistematico studio sulle fake news” condotto dal Massachusetts Institute of Technology (Mit), in collaborazione con Twitter: una storia inventata raggiunge i primi 1500 utenti a una velocità sei volte maggiore di una notizia vera. Una fake news ha il 70% di probabilità in più di essere retwittata di una true news, diventando nelle mani sbagliate un potenziale strumento politico.

Facebook e gli altri social network sono diventati i vettori del meglio ma anche del peggio, della convivialità come dell’odio, di un’informazione di qualità come della peggiore disinformazione e del complottismo.

Salviamo la democrazia
Verso dove stiamo andando? In un’Europa scossa dalla crisi economica, dalla Brexit e dalla crescente difficoltà nel controllare il fenomeno della disinformazione in Rete, è possibile riappropriarsi di una dimensione comunitaria fedele agli ideali di democrazia?

1) Bisogna recuperare una mediazione istituzionale che possa fornire stabilità politica e giuridica alle complesse e più che mai caotiche relazioni delle ‘società globali’.

2) Razionalità. C’è da chiedersi se il prezzo da pagare nell’era digitale sia accettabile. “L’altra faccia della libertà illimitata è l’irrilevanza della facoltà di scegliere”, afferma Leo Strauss. Come combattere l’irrilevanza della pseudo-scelta che può essere compiuta sul web? Attraverso l’educazione critica ad una coscienza digitale, e tale formazione deve avvenire in famiglia e a scuola.

3) bilanciare tra la libertà d’espressione e il diritto ad un’informazione veritiera, o ad un’informazione che controlli se stessa. I siti di fact-checking servono a questo, ma occorre anche un contributo legislativo da parte dei singoli Stati.

La strada è ancora lunga. La fiducia nel futuro della nostra democrazia lo è altrettanto.

Foto di copertina © Alex Edelman/ZUMA Wire