IAI
Premio IAI

Democrazia in Europa: l’Italia, la società e le sfide del digitale

20 Set 2019 - Antonella Consoli - Antonella Consoli

L’articolo 1 della Costituzione italiana afferma che il nostro Paese è una “Repubblica democratica” ove le cariche pubbliche sono espressione del consenso diretto o indiretto dei cittadini. La democrazia nasce in Grecia; dopo secoli di eclisse, nella seconda metà del Novecento, si afferma in Occidente attraverso disegni costituzionali che variano da Paese a Paese.

Agli inizi del XXI secolo, si ritrova segnata da tendenze contraddittorie. Da una parte registriamo una crisi della democrazia rappresentativa, che si manifesta in un sentimento diffuso di distacco, di sfiducia verso le istituzioni e le élites di governo: una crisi dell’agorà sempre più disertata da cittadini attratti dalle sirene della società dei consumi, nella crisi dei partiti, nella tendenza all’individualizzazione e al declino delle forme di impegno collettivo, in uno scenario in cui aumentano le insicurezze.

Dall’altra parte, assistiamo allo sviluppo vertiginoso delle applicazioni delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, che stanno modificando profondamente la vita privata e pubblica, consentendo forme immediate e allargate di partecipazione politica consapevole. Il digitale sta influenzando anche il pensiero politico, aumentando le possibilità di rapportarsi con gli altri, creando un clima favorevole per la circolazione delle idee e per l’acquisizione di conoscenze relative ai più disparati aspetti della realtà umana. Mediante il digitale c’è la possibilità di accedere democraticamente alle informazioni, di diffonderle in tutto il mondo, in maniera immediata, di scambiarsi le opinioni senza nessuna censura e di interagire con persone di altre nazioni; da questo confronto e da questa accessibilità alle informazioni può nascere la consapevolezza della forza della democrazia.

Potenzialità del digitale e ambiti di applicazione
Nasce così la possibilità di estendere i propri contatti all’interno di territori virtuali in cui, come dice Pierre Lèvy, “la vicinanza è semantica, non più geografica o istituzionale” e si può andare al di là delle tradizionali appartenenze nazionali o regionali o locali, con l’opportunità di intensificare processi di integrazione politica su scala sovranazionale, come quella europea.

A questo punto, si profila uno scenario interessante, nel quale proprio il digitale potrebbe consentire di rivitalizzare la democrazia, di farla uscire dal suo stato di affanno, a condizione di vigilare sull’accentuazione di questa difficoltà che proprio l’uso distorto degli strumenti del web può provocare. Ci riferiamo sia al fenomeno del leaderismo plebiscitario, nei partiti e nel governo, veicolato un tempo dai mass media tradizionali e ora dai social media; sia alla suggestione di “bypassare” i corpi intermedi (partiti, sindacati, istituzioni) e quindi di introdurre sempre più forme di “direttezza” nelle procedure democratiche. Senza trascurare il fatto che l’efficacia assicurata dalla velocità del web sul piano della partecipazione giudicante e dello scambio di opinioni non si ripropone automaticamente sul piano della decisione, dove devono intervenire tempi più dilatati.

La rivoluzione digitale potrà essere messa al servizio della democrazia per:

a) rafforzare la trasparenza delle istituzioni e l’accountability degli organismi eletti mediante piattaforme digitali, accessibili ai cittadini;

b) incentivare le iniziative popolari, per proposte di legge, mediante una regolamentazione che ne consenta l’attivazione via web;

c) stimolare il cittadino a contribuire alla formulazione dell’agenda politica sia dei partiti, sia delle istituzioni, mediante una partecipazione attiva a forme di “pressione” sui centri decisionali, in modo da favorire la transizione dal cittadino deferente, che si limita all’espressione di voto e a recepire passivamente l’offerta politica organizzata, al cittadino autorealizzato;

d) agevolare l’individuazione di un nuovo modello di partito, che non sia né il vecchio partito identitario di massa, oggi improponibile, né il partito “virtuale”, ma un partito-network di associazioni, gruppi, circoli, ispirato dai valori stessi della rete: libertà, condivisione, partecipazione;

e) sensibilizzare i giovani su tematiche di rilevanza pubblica, promuovendo l’educazione dei “nativi digitali” allo status di “cittadini digitali”, rispettosi di un codice etico che li abitui ad una partecipazione corretta al dibattito pubblico e a vigilare sul pericolo delle fake news;

f) realizzare uno “spazio pubblico europeo”, che consenta di esercitare forme di “pressione” sulle istituzioni comunitarie e di attivare iniziative popolari a livello comunitario.

I limiti all’uso del digitale
Il digitale può essere non solo utile ai processi reali della democrazia, ma anche al conseguimento dei suoi obiettivi ideali, incoraggiando la libera manifestazione del pensiero, consentendo al cittadino di esprimere la propria singolarità nella società e di partecipare al dibattito politico: il cuore pulsante della democrazia, che le impedisce di essere manipolata da poteri invisibili. Infatti è dal confronto e dal dissidio, anche acceso ma corretto, che scaturisce la crescita civile e sociale.

Beninteso, anche la libertà di espressione deve trovare un limite nell’eguaglianza di rispetto, altro cardine della democrazia da salvaguardare nell’era digitale. È implicito, ma è bene ribadirlo, che, se, come ci ricorda l’articolo 3 della Costituzione italiana, bisogna rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale per un’effettiva e universale realizzazione delle condizioni di libertà e uguaglianza tra i cittadini, un’autentica “democrazia digitale” dovrà, innanzitutto, contrastare attivamente e costantemente il digital divide. In presenza di quest’ultimo, infatti, verrebbe meno il presupposto fondamentale di una democrazia digitale: il diritto universale di accesso a Internet, che si aggiunge ai diritti individuali fondamentali.

La speranza di una nuova democrazia
Per concludere sui benefici che la democrazia potrà trarre dall’avvento del digitale, si può fare riferimento alla visione ottimistica del filosofo francese Michel Serres, che vede la generazione dello smartphone, abituata all’orizzontalità della Rete, poco disponibile ad affiliarsi a gruppi omogenei, ad accettare le gerarchie di un tempo. Non c’è bisogno di rimpiangere i tempi andati. I social media contribuiranno ad erodere la struttura asimmetrica e piramidale delle nostre società e del potere, che Serres descrive con la metafora della “Tour Eiffel”, certo non distruggendo le democrazie rappresentative moderne, ma obbligandole a redistribuire il potere tra le istituzioni centrali e quelle periferiche, tra le istituzioni e la società civile.

Scrive Serres: “La base della Tour Eiffel ha la stessa dignità del vertice, il quale scomparirà, lo speriamo tutti. Per fortuna non ne costruiremo più di simili. Non penseremo più le nostre relazioni né la società in quel modo. Non crediamo più a questa politica antiquata né a queste vecchie istituzioni, così statiche che la loro struttura formale, dalle piramidi d’Egitto alla Tour Eiffel, è rimasta immutata, tirannica anche se camuffata da repubblica. Avanza la democrazia; o meglio, nascerà?”