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Democrazia in Europa: urto dei social e corsa contro il tempo

11 Set 2019 - Gianmarco Girolami - Gianmarco Girolami

A 50 chilometri a nord di Cardiff, nella contea di Blaenau Gwent, in Galles, è situata Ebbw Vale, una cittadina di 33mila persone, che trae le sue origini dallo sfruttamento minerale di fine XVIII secolo. La città, a seguito dell’abbandono degli operai e della dismissione delle fabbriche, è sembrata per lungo tempo un museo post-industriale a cielo aperto, almeno sino all’ingresso del Regno Unito nell’Unione europea.

Oggi Ebbw Vale ha visto nascere un college da 33 milioni di sterline, un centro sportivo costato 350 milioni di sterline e un efficiente tratto stradale dal costo di 77 milioni di sterline. Cosa accomuna queste opere? La grossa fetta dei finanziamenti per la costruzione di tali strutture è stata erogata dall’Unione europea. Opere che, per una piccola comunità come Ebbw Vale, rappresentano una radicale trasformazione architettonica e ovviamente socio-culturale che, stando però ai risultati del referendum sulla Brexit, non è bastata a orientare la scelta dei cittadini sul Remain, che tre anni fa si è attestato al 37,9 %, mentre il Leave è stato scelto dal 62% della popolazione: la più alta percentuale del Galles.

Di questo caso mediatico si è occupata la giornalista dell’Observer Carole Cadwalladr, la quale, all’indomani del voto, si è recata nella contea di Blaenau Gwent per ottenere risposte dai cittadini, i quali, nella stragrande maggioranza, hanno individuato la causa di tale risultato nell’ aumento dell’immigrazione e nella necessità di riappropriarsi del proprio territorio, così come ampiamente e insistentemente suggerito dai post di profili e pagine fake su Facebook nei giorni precedenti il 23 giugno 2016. Legittimo, ma non veritiero: la reale influenza migratoria a Ebbw Vale si identifica con una sola donna polacca, almeno secondo quanto riferito dalla stessa alla Cadwalladr e così come è dimostrabile dal censimento del Regno Unito del 2011 che attesta a Blaenau Gwent uno scarso 2% di immigrati, nel complesso di cittadini europei ed extraeuropei.

Allarme educativo
Assumendo i social network come secondo strumento principale d’informazione per la popolazione (dati Agcom), il contesto sociale assume un’importanza rilevante nell’elaborazione dell’identità europea. In virtù del caso Ebbw Vale, considerate le dinamiche sorprendenti, va attribuito al carattere distintivo dell’alfabetismo funzionale un ruolo di primo piano, inteso come passe-partout alla gestione delle “influenze” che possono scaturire da post/comunicazioni corrotte. È giusto riflettere su un dato inquietante: il Galles conosce una percentuale di analfabetismo funzionale pari al 25%, un dato che si discosta di molto da quello dell’Inghilterra: il 16 %.

È sbagliato credere che questo dato possa aver seriamente influito sulla costruzione del consenso del Leave? Non riuscire a comprendere il significato di un testo base significa spingere l’elettore nelle braccia di contenuti “shock”: immediatamente consumabili, semplici, senza alcuna fonte o approfondimento e spesso affiancati da un’immagine decontestualizzata per sostenere la tesi di quell’istante. Possedere gli strumenti interpretativi ma non saperli utilizzare rappresenta una tragica lacuna per diversi Paesi europei. Pensiamo all’Italia, dove il dato si attesta al 28% (fonte: Ocse – Piaac del 2016). Nell’ipotesi improbabile di un referendum con la stessa ratio della Brexit, quali conseguenze potrebbe avere un dato di analfabetismo funzionale così alto?

L’intervento istituzionale a garanzia dell’equilibrio mediatico
Nella ricostruzione dell’iter storico, c’è da chiedersi se l’intervento di un’istituzione a tutela della purezza delle informazioni e utile al contrasto della diffusione di fake news, attraverso una recezione funzionale all’ottenimento di dati personali, avrebbe potuto incidere tanto da modificare l’esito del referendum sulla Brexit. Una domanda da rivolgere in prima battuta al presidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali Antonello Soro.

“È impensabile affidare la gestione dell’informazione globale a società che la veicolano – ha detto Soro a margine di un seminario all’università Gabriele D’Annunzio -. Servono regole e funzioni, come avvenuto per il recente regolamento che affida alla Commissione elettorale e alla Autorità garante un utilizzo del principio di protezione dati come strumento per individuare quando una notizia sia aggressiva. È un processo. È necessario un soggetto che abbia diritti e competenza e che possa essere controllato ed è impensabile lasciare la regolamentazione ai governati”.

La necessità di un intervento del legislatore europeo
Appena pochi giorni prima delle elezioni europee di maggio, Facebook ha oscurato 23 pagine generatrici di fake news. Questo dato ci riporta alla considerazione del presidente Soro: è possibile che gli individui si auto-regolamentino e che la gestione dell’informazione sia lasciata ad un soggetto privato (in tal caso Facebook)? Da sempre, la dicotomia tra la condivisione di notizie altamente confondibili e malleabili e l’applicazione dell’articolo 21 della Costituzione, inerente il principio di libertà nella manifestazione del proprio pensiero, reca dubbi sull’istituzione di un soggetto terzo, qualificato come garante della veridicità della notizia. Restiamo, nuovamente, in questo limbo, nell’amletico dubbio tra repressione della cattiva informazione e libertà d’espressione.

Intanto resta il caso Ebbw Vale (ancora scarsamente conosciuto e su cui l’Unione europea dovrà ancora fare chiarezza) a rappresentare per antonomasia il pericolo che può scaturire da una cattiva gestione dell’informazione tramite le piattaforme social.

Foto di copertina © Budrul Chukrut/SOPA Images via ZUMA Wire