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Priorità e scelte del nuovo governo

Conte bis: economia, bene la fiducia, ma serve la discontinuità

16 Set 2019 - Paolo Guerrieri - Paolo Guerrieri

I mercati e gli investitori hanno contribuito a creare in queste ultime settimane un rinnovato clima di fiducia nel nuovo governo formato da Pd e M5S, il Conte bis. Lo spread ha registrato un netto e costante calo. Fortemente ridimensionato appare anche il rischio politico dell’Italiacosì temuto in questi mesi in Europa. Sono tutte condizioni positive che rappresentano una forte spinta per ripartire. Ma non dureranno a lungo, in assenza di un progetto chiaro e azioni coerenti da parte del nuovo governo. A partire dall’economia che, unitamente ai problemi dell’immigrazione, rappresenterà un terreno decisivo per misurare il grado di successo e la capacità di durare della nuova coalizione.

In un lungo intervento in Parlamento il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha presentato il programma delle cose da fare, ottenendo la fiducia. Una fitta e articolata lista di obiettivi, largamente condivisibili, con una forte impronta ambientale e sociale. Perché, tuttavia, non rimanga una mera lista di desiderata, è necessario individuare delle priorità e rendere espliciti i modi e i mezzi per realizzarle.

Al riguardo, se vorrà durare – come è nelle sue intenzioni – il Contebis dovrà marcare delle vere discontinuità rispetto al precedente, corrispondenti ad altrettanti suoi comportamenti virtuosi. Tre cambiamenti di fondo appaiono particolarmente rilevanti per un buon governo dell’economia.

Rilanciare l’economia con più efficienza ed equità
In primo luogo, sarà necessario fare ripartire l’economia. Non basterà galleggiare, come in quest’ultimo anno e mezzo. Ciò comporta una serie di misure e interventi: sia per rilanciare la crescita, affrontando ristagno produttivo e disoccupazione, a partire da quella drammatica dei giovani; sia per combattere diseguaglianze e povertà.  In altre parole, occorre perseguire insieme più efficienza (crescita) e più equità (coesione sociale).

E sì perché in Italia, durante la prolungata crisi dell’ultimo decennio, allo stallo della produttività si è associato una sorta di ‘stress’ sociale, dovuto alla stasi dei redditi, all’aumento della povertà e a un deciso abbassamento della coesione sociale. È da questo malessere diffuso che sono nate le fortune delle forze populiste.

Per contrastarle, serve avviare un processo di crescita ‘inclusiva‘ – come si dice oggi – in grado di contemperare ammodernamento e trasformazione del nostro apparato produttivo (in un quadro di sostenibilità ambientale) alla realizzazione di una rete di protezione e politiche sociali, che sappiano farsi carico dei tanti esclusi dai radicali mutamenti in atto. Se ne parla molto, com’è noto. Ma i primi passi concreti in questa direzione sono ancora tutti da fare. Anche perché è una sfida assai difficile da affrontare in termini politici.

Il precedente governo giallo-verde l’ha mancata clamorosamente, privilegiando misure ridistributive e assistenzialistiche a scapito della crescita e della capacità della nostra economia di produrre nuove risorse. Serve, dunque, una visione nuova con scelte efficaci e conseguenti del nuovo governo. Ed è su questo terreno – per quanto impervio – che si misurerà la capacità di durare del Contebis.

Dove trovare le risorse per finanziare le molte cose da fare
Il secondo importante banco di prova riguarda le risorse per finanziare le tante cose che il nuovo governo intende realizzare. Garantire e allargare i diritti sociali costa, ovviamente. Come costerà la manovra economica a sostegno della nuova legge di bilancio. Al riguardo, il presidente Conte nel programma presentato ha già citato tre obiettivi chiave da perseguire a breve: la sterilizzazione dell’aumento dell’Iva, l’abbassamento del cuneo fiscale e l’introduzione di un salario minimo.

Tutti condivisibili, ma enormemente costosi se realizzati congiuntamente, da qui alla fine dell’anno. A meno di non far salire – e di molto – il deficit pubblico, varando un bilancio inaccettabile per la Commissione europea e, quindi, per i mercati.  Ipotesi da escludere, anche perché era quanto si prefiggeva la Lega di Matteo Salvini. Né ci si può illudere sugli spazi di flessibilità aggiuntiva da negoziare con la nuova Commissione a Bruxelles (vedi più avanti).

In realtà, le risorse necessarie – a partire con gradualità dalla manovra d’autunno – potranno venire da un ‘mix’ di interventi, spalmato su un orizzonte triennale, di vera revisione della spesa e riequilibrio della struttura del prelievo. In direzione opposta, quindi, a quanto fatto dal precedente governo giallo-verde, marcando anche qui una netta discontinuità. Si dovrà riuscire a finanziare, da un lato, interventi e spese pubbliche produttive ad alto impatto moltiplicativo sull’economia reale, a partire dagli investimenti pubblici; dall’altro, riduzioni della pressione eccessiva sui redditi medi e bassi derivante dall’appiattimento delle aliquote verificatisi negli ultimi tre decenni.

Non è una missione impossibile, se guardiamo, ad esempio, a quanto fatto dal governo socialista in Portogallo negli ultimi anni. Certo, andrebbe anche eliminata la dispendiosissima quota cento e servirebbe una seria ed efficace lotta all’evasione, come fatto – anche in questo caso – da altri Paesi. In questo modo sarebbe possibile porre il debito pubblico su un sentiero chiaramente discendente, proteggendo così la nostra economia da futuri possibili shock sistemici.

Un nuovo rapporto con l’Europa
In Europa si è aperta una nuova legislatura con una serie di grandi sfide. La nuova presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha presentato un ambizioso programma ispirato alla necessità di ricompattare l’Europa a difesa dei suoi interessi vitali, mai così minacciati come negli ultimi anni. A partire dall’economia e dall’area euro.

Si aprono così prospettive nuove. In diversi casi potenzialmente favorevoli anche all’Italia e alla nostra economia, in termini ad esempio di investimenti comunitari, politiche di stabilizzazione, rinnovate e semplificate regole in tema di Patto di stabilità.  Opportunità che sarebbe molto importante sfruttare, anche a breve, per il Contebis. Ma nulla va dato per scontato. Servono abili mosse del nuovo esecutivo, innanzi tutto, in Europa. Dobbiamo tornare ad essere presenti là dove si decideranno le politiche e gli interventi più rilevanti, dopo la fase di isolamento vissuta nell’ultimo anno. E la nomina di Paolo Gentiloni a commissario europeo per l’economia potrà certamente aiutarci.

Ma altrettanto rilevanti saranno le scelte e le politiche del Conte bis a livello domestico. Dopo le confuse iniziative del precedente governo – unicamente finalizzate a richieste di flessibilità per aumentare il deficit pubblico – servono atteggiamenti responsabili e programmi di rilancio della nostra economia lungo le linee prima indicate.

A breve vi sarà un primo branco di prova. Di fronte al brusco e forte rallentamento in atto nell’area euro, che ha colpito soprattutto l’industria tedesca, oltre alle politiche monetarie espansive della Bce, serviranno politiche di rilancio della domanda interna in Germania e in Europa, a partire dagli investimenti pubblici. Saranno molto utili anche per noi, che dobbiamo cercare di uscire dall’attuale fase di ristagno, molto più di pochi decimali di maggiore flessibilità.

Ora, sia a livello di singoli Paesi membri, inclusa la Germania, sia a livello comunitario stanno maturando spinte in questa direzione per tutta una serie di ragioni, tra cui la perdurante difficoltà dell’export europeo. È evidente che il nostro governo se riuscisse ad evitare di chiedere solo deficit più alti (unendovi come al solito promesse di grandiosi aggiustamenti futuri) e mostrasse una rinnovata serietà e responsabilità di comportamenti, potrebbe significativamente contribuire al verificarsi di scelte in Europa nella direzione auspicata. E ciò vale su molti altri fronti. Anche in questo caso, una vera discontinuità rispetto al recente passato potrebbe generare consistenti ritorni per l’azione del nuovo esecutivo giallo-rosso, il Contebis, aiutando altresì la nostra economia a uscire dal tunnel dell’instabilità in cui è finita da troppo tempo.