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La morte dell'ex presidente francese

Chirac: alfiere della Vecchia Europa, tenne testa a Bush

27 Set 2019 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

Se n’è andato uno dei due alfieri della Vecchia Europa, lui, Jacques Chirac, il presidente francese, e Gerhard Schroeder, il cancelliere tedesco: entrambi dissero no all’invasione dell’Iraq decisa nel 2003 dal presidente George W. Bush e voluta dalla sua squadra di consiglieri neo-cons. E il segretario alla Difesa di quell’Amministrazione, Donald Rumsfeld, li bollò con l’epiteto di Vecchia Europa, mentre la Nuova Europa aveva la leadership parallela a quella statunitense di Tony Blair e l’adesione complice e gregaria della Spagna di José Maria Aznar e dell’Italia di Silvio Berlusconi.

Avevano ragione loro, Chirac e Schroeder: quell’avventura militare e ideologica, di cui ancora portiamo le conseguenze, ebbe costi immensi, umani e materiali, e un impatto disastroso. E dire che Chirac, da marpione della politica, era partito con il piede giusto con il presidente Bush: seppe farsi trovarsi a Washington, quasi fosse un caso, il giorno dell’insediamento di Bush jr, il 20 gennaio 2001, e fu il primo e unico leader mondiale a incontrarlo quel giorno. Pareva l’inizio di un’amicizia; e, invece, di lì a due anni, la Francia era più impopolare che mai a Washington: i ‘patrioti’ dell’America post 11 settembre trasformavano le ‘french fries’, come lì chiamano le patatine fritte, in ‘freedom fries’.

Momenti salienti tra la Francia e l’Europa
Chirac stava già vivendo il suo secondo mandato ed era già divenuto un sopravvissuto della politica. Perché le elezioni del 2002 non le avrebbe mai vinte, se la sinistra francese, con il vizio congenito alla sinistra in generale, non si fosse ‘suicidata’ al primo turno, dividendosi in rivoli e proponendo tanti ‘leaderini’, invece d’un unico candidato. Così, al ballottaggio, invece del premier socialista Lionel Jospin, favoritissimo, ci andò il leader e fondatore del Front National Jean-Marie Le Pen, padre di Marine. E, analogamente a quanto si sarebbe ripetuto nel 2017, la Francia ‘repubblicana’ confermò all’Eliseo Chirac, pur di non mandarci un esponente della destra xenofoba e populista.

Di Chirac, si può dire che divenne presidente senza mai smettere di essere ministro dell’Agricoltura – il ruolo che lo rese popolare -; che fu l’uomo della coabitazione, attiva – premier d’un presidente socialista sfinge e monumento come François Mitterrand – e passiva – ebbe come premier Jospin -; che visse da presidente l’ultimo settennato e il primo quinquennato della V Repubblica; che fu europeista (tiepido), ma che la scelta di sottoporre a referendum la Costituzione europea affossò quella crescita dell’integrazione. Luci ed ombre, processi e condanne, critiche e malignità, come accade a molti di coloro che attraversano la loro epoca da protagonisti.

La Tour Eiffel spenta, i francesi in coda all’Eliseo, l’eco nel mondo
In segno di omaggio a rispetto, la Tour Eiffel è rimasta spenta, giovedì sera, 26 settembre: Chirac, sindaco di Parigi per quasi vent’anni, dal 1977 al 1995, se n’era andato la mattina, a 86 anni, indebolito dalla malattia, ma “serenamente”, circondato dai suoi cari, nella casa parigina. E migliaia di francesi, all’ora in cui la torre simbolo della Ville Lumière piombava nel buio, stavano in fila fuori dall’Eliseo per manifestargli rispetto. Lunedì 30, sarà lutto nazionale in tutto il Paese: ci sarà una cerimonia a mezzogiorno a Saint Sulpice, perché Notre Dame è ancora chiusa dopo l’incendio di aprile.

“Perdiamo un uomo di Stato che ci amava almeno quanto lo amavamo noi”: dice in tv il presidente Emmanuel Macron. Chirac era “amore per la patria e apertura all’universale”: un capo di Stato che “ha saputo rappresentare il Paese nella sua complessità e nella sua diversità”. Macron ha in fondo riportato all’Eliseo un po’ della ‘grandeur’ persa con Nicolas Sarkozy e François Hollande, ma c’è l’impressione che un presidente così, “criticabile e incorreggibile, ma combattente e seduttore”, non tornerà mai più all’Eliseo. Dove, ricevendo i giornalisti per gli scambi d’auguri, a ogni 14 luglio, non mancava mai di scambiare una parola con i diversi gruppi nazionali, cortese e informato.

I francesi – scrive Tullio Giannotti, che da 25 anni racconta la Francia agli italiani sull’ANSA – “l’hanno criticato per i suoi difetti e per le sue bugie, ma l’hanno soprattutto amato quando si sedeva con loro al tavolo dei bistrot. Con un boccale di birra, la sigaretta, ordinando testina di vitello, il suo piatto preferito”.

Un ictus lo colpì nel 2005, ma lui rimase al suo posto fino a fine mandato. Jospin ricorda la loro lunga coabitazione dal 1997 al 2002, come “un privilegio”: “Abbiamo entrambi fatto in modo che, in politica estera, la Francia parlasse costantemente con una sola voce e venisse sempre rispettata sulla scena internazionale” – un riferimento all’invasione dell’Iraq -.

Nelle reazioni alla notizia della scomparsa di Chirac, c’è la consueta litania di meste banalità, accanto a guizzi di sincerità. La presidente eletta della Commissione europea Ursula von der Leyen invita a “onorare l’eredità” di “un grande leader, un grande europeo e un uomo che ha ispirato un’intera generazione”, “costruendo un’Unione più forte e più unita”.

L’uomo e il politico
Giannotti ci aiuta a mettere insieme elementi d’una biografia di Chirac, “anima del neogollismo”: “In lui, in quell’omone di un metro e 90, prestante e gioviale, marito per 60 anni, ma chiacchieratissimo amante sempre in fuga, nei suoi vizi e nei suoi difetti, i francesi si riconoscevano … La vita privata, il rapporto d’altri tempi con Bernadette, rampolla della nobiltà sposata a 23 anni, sono stati movimentati. Due figlie: una, Laurence, particolarmente sfortunata, morta nel 2016; l’altra, Claude, inseparabile braccio destro. Tante le love story che gli furono attribuite. Nel 2011, fu condannato, primo e unico presidente francese, a due anni con la condizionale per lo scandalo dei falsi impieghi al Comune di Parigi, quando era sindaco.

Una delle chiavi del rapporto di Chirac con la Francia era il legame con la terra, con quella Corrèze “che era diventata sua. C’era andato da bambino, a scuola nel paesino di Sainte-Féréole, dove suo nonno materno era maestro. E c’era ritornato per costruire il suo percorso politico, basato proprio su una relazione strettissima con gli agricoltori”.

Diploma all’Ena, servizio militare in Algeria, deputato nel 1967, più volte ministro negli Anni 70 e premier una prima volta del presidente Valéry Giscard d’Estaing, fondatore nel 1976 dell’Rpr, sindaco di Parigi per tre mandati, candidato alle presidenziali inizialmente sconfitto a tre riprese, poi vittorioso due volte. Già nel 2002, lanciava un grido d’allarme ambientalista: “La nostra casa brucia e noi ci giriamo dall’altra parte”.