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No-deal e Operazione Yellowhammer

Brexit: quel martello invisibile che incombe sul Regno Unito

9 Set 2019 - Laura Harth - Laura Harth

Sviluppato dal Civil Contingencies Secretariat (Ccs), un dipartimento dell’ufficio del governo responsabile della pianificazione delle emergenze, l’Operazione Yellowhammer ha lo scopo di mitigare, nel Regno Unito, gli effetti dirompenti della Brexit e dovrebbe durare per circa tre mesi. Per preparare al meglio i britannici all’eventualità di un’uscita senza accordo, era attesa la pubblicazione di estratti del documento martedì 3 settembre, proprio nel giorno in cui alla Camera dei Comuni andava in scena lo scontro tra la ormai defunta maggioranza del primo ministro Boris Johnson e l’opposizione – rafforzata da una ventina di voti di alcuni Tory ribelli – per impedire al governo di Sua Maestà di arrivare a una no-deal Brexit il prossimo 31 ottobre.

Durante il fine settimana precedente il voto, funzionari del governo avevano lavorato in modo frenetico alla revisione del documento Operation Yellowhammer: una tempistica che aveva fatto Michael Gove, ministro responsabile per la pianificazione di un’uscita dall’Unione europea senza accordo, di poterlo utilizzare pubblicamente per dimostrare che il governo fosse in controllo della situazione. Ma pochi giorni dopo, Gove e altri ministri hanno deciso di abbandonare l’ipotesi della pubblicazione di un documento “annacquato”. Fonti interne hanno rivelato che “la riunione non è andata bene; e lo scenario di no-deal delineato nel piano è stato giudicato troppo pessimistico”.

L’inferno di un’uscita senza accordo
Il mese scorso, il Sunday Times aveva pubblicato alcuni estratti dell’Operazione Yellowhammer secondo cui, in caso di una no-deal Brexit, la Gran Bretagna dovrà affrontare carenze di carburante, cibo e medicine, e tre mesi di caos nei suoi porti. Il documento, contrassegnato come “ufficiale riservato”, avverte che i camion potrebbero subire ritardi di due giorni e mezzo nei porti e che le forniture mediche potrebbero essere soggette “a gravi ritardi prolungati”. Affermava inoltre che il governo si aspettava il ritorno di un hard border sull’isola d’Irlanda.

Sebbene i funzionari che lavoravano alla riscrittura affermassero che il documento era stato deliberatamente neutralizzato, era ancora considerato troppo cupo per renderlo pubblico. Hilary Benn, presidente della Commissione Brexit alla Camera dei Comuni e primo firmatario della proposta di legge volta a bloccare un’uscita senza accordo il 31 ottobre prima della sospensione del Parlamento voluta da Johnson, ha dichiarato: “Una versione ripulita del rapporto Operazione Yellowhammer non sarà sufficiente. Il governo deve essere completamente aperto e trasparente con i parlamentari e il pubblico in merito alle piene implicazioni del danno che una Brexit senza accordo infliggerebbe al paese”.

Il Parlamento prova a reagire
Ricapitoliamo. Manca poco più di un mese a una possibile uscita senza accordo del Regno Unito dall’Unione europea, opzione a cui l’attuale governo guidato da Boris Johnson sembra propenso, anche alla luce delle innumerevoli indiscrezioni da fonti Ue e irlandesi secondo cui dal suo insediamento il governo britannico non ha avanzato alcuna proposta alternativa per un nuovo accordo. Tra pochi giorni scatterà – come deciso dal governo – la sospensione del Parlamento britannico, che nel frattempo si sta battendo con forza per prevenire lo scenario di un’uscita senza accordo il 31 ottobre, mettendo il premier in netta minoranza. Destino simile ha incontrato anche la mozione di Johnson per delle elezioni anticipate il 15 ottobre – un voto che sarebbe stato monopolizzato dal tema Brexit – così da “decidere chi andrà a Bruxelles due giorni dopo a trattare con l’Ue” .

In questa cornice, il governo si rifiuta di informare Westminster e cittadini elettori di quelli che sarebbero gli effetti della proposta di una no-deal Brexit che continua a difendere a spada tratta – e che sarebbero affrontati nei documenti dell’Operazione Yellowhammer – contro i sempre più numerosi “traditori della volontà popolare”, perché lo scenario è “troppo negativo”.

No-deal e diritto alla conoscenza
Al di là delle posizioni a favore o contro la linea governativa che uno può nutrire, è evidente, purtroppo, che poco si è imparato dalla decisione scellerata dell’allora premier Tony Blair di entrare in guerra in Iraq sulla base di informazioni “confezionate” e “riservatissime”, come rivelato in seguito dal rapporto Chilcot.

È difficile non vederne un disprezzo profondo nei confronti dei cittadini britannici che dovranno pagare il prezzo di questa ulteriore violazione del loro diritto a conoscere. Più che essere sepolto in qualche cassetto di Downing Street, il “martello giallo” pende sopra la testa del popolo sovrano.

Foto di copertina © Xinhua via ZUMA Wire