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I Mashrou’ Leila, l'economia, i rifugiati

Libano: l’indie rock innesca un dibattito sull’identità del Paese

18 Ago 2019 - Stefania Sgarra - Stefania Sgarra

Per oltre una settimana, i social media libanesi sono stati il terreno di scontro tra detrattori e sostenitori della nota band indie rock Mashrou’ Leila, accusata dalla Chiesa e da diversi utenti social di blasfemia. Il 30 luglio il comitato organizzatore del Festival internazionale di Biblos ha preso la decisione di cancellare l’esibizione del 9 agosto del gruppo, al fine di evitare “spargimenti di sangue”. La notizia ha acceso i toni di un dibattito che si è intensificato al punto da divenire una discussione sull’identità stessa del Libano.

La crociata contro i Mashrou’ Leila e i precedenti
Il pretesto della crociata è stato un vecchio post del 2015: un’immagine della Vergine Maria con il volto dell’icona pop Madonna, pubblicata sulla pagina Facebook del cantante Hamed Sinno. È stato preso di mira anche il brano ‘Djinn’, apparentemente un’invocazione a Satana, e non sono mancati insulti a sfondo omofobico e minacce di morte.

La band, nata nel 2008 nel campus dell’American University di Beirut, ha acquisito fama internazionale e si è distinta per l’attivismo nell’ambito dei diritti Lgbtq. Non a caso, il governo della Giordania aveva già annullato un concerto del gruppo nel 2016 e, l’anno dopo, al Cairo, quello egiziano aveva fatto lo stesso quando alcuni fan avevano sventolato bandiere arcobaleno dagli spalti provocando una serie di arresti.

A finire sotto accusa però non sono solo censura e isteria religiosa, ma anche la mancanza di reazioni da parte dell’establishment politico. Se al silenzio su questa plateale violazione della libertà di espressione si sommano anche il generale degrado delle condizioni di vita nel Paese e l’acuirsi della discriminazione ai danni di siriani e palestinesi, il bilancio dei primi mesi del governo di unità nazionale è tutt’altro che roseo.

Economia e ambiente: un test difficile per il nuovo governo
Lo scorso febbraio, dopo un periodo di gestazione di nove mesi, un governo di unità nazionale ha finalmente visto la luce sotto la guida di Saad Hariri come primo ministro e Michel Aoun come presidente. Nel giro di trenta giorni, il nuovo Parlamento avrebbe dovuto varare una legge finanziaria che riducesse il deficit di bilancio e sbloccasse gli 11 miliardi di dollari in aiuti internazionali promessi al summit di Parigi dello scorso anno. Invece, il testo è stato promulgato dal presidente Aoun solo lo scorso 31 luglio, a riprova della distrofia di un governo diviso da innumerevoli interessi particolari.

Intanto, la situazione economica rimane disastrosa: il debito ha raggiunto nel 2018 il 150% del Pil e il tasso di crescita, all’8% prima della guerra in Siria, è collassato all’1%. Un terzo della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà e la classe media inizia ad avvertire i fendenti della recessione. Inoltre, l’arrivo di oltre un milione di rifugiati siriani, in mancanza di politiche di integrazione, continua a pesare su infrastrutture e risorse nazionali.

La sregolatezza della produzione energetica e industriale, il malfunzionamento dello smaltimento dei rifiuti, l’assenza di trasporti pubblici e di piani di sviluppo sostenibile sono poi alla base del graduale aumento di inquinamento e degrado ambientale. Esemplare è il caso della diga di Bisri: a maggio, c’è stata una manifestazione di protesta contro il progetto, considerato non ecosostenibile data la necessità di smantellare sei milioni di metri quadri di aree naturali e terre coltivabili.

Negli ultimi mesi, sono scesi in strada anche studenti e docenti, funzionari pubblici e veterani contro la legge di bilancio, definita da Hariri la “più austera nella storia del Libano”.  Si è protestato contro i tagli previsti su pensioni e salari, il congelamento delle assunzioni nel settore pubblico e l’aumento delle tasse. Peraltro, queste misure, oltre a compromettere il benessere socio-economico della popolazione, appaiono in larga parte palliative lasciando irrisolte le debolezze strutturali dell’economia libanese, la corruzione in primis.

Senza prospettive di ritorno né di integrazione, il limbo dei rifugiati in Libano
Al contempo, i numerosi rifugiati presenti in Libano hanno offerto un valido capro espiatorio a cui imputare disoccupazione e dissesto economico. Lo scorso giugno sono scoppiate una serie di proteste tra la popolazione palestinese nei 12 campi profughi del Paese, accompagnate da un’ondata di scioperi. A innescarle è stato l’annuncio del Ministero del Lavoro di un giro di vite sulle imprese che impiegano lavoratori stranieri senza contratto.

Nello specifico, la rabbia dei palestinesi è dettata dalle difficoltà nell’ottenere i permessi necessari, dalla mancanza di un quadro legale che riconosca e tuteli lo status di rifugiato e dalle già precarie condizioni lavorative. I palestinesi sono esclusi infatti da circa 70 professioni, trovando impiego soprattutto nell’ambito delle costruzioni e dell’agricoltura, possibilità che sono state però limitate dalla competizione con i rifugiati siriani.

Questi ultimi, a loro volta, sono stati oggetto non solo dei controlli del Ministero del Lavoro, ma anche di un numero crescente di raid e arresti. A maggio, 300 siriani sono stati deportati in Siria in seguito a una direttiva che impone il rimpatrio di coloro che sono entrati nel Paese dopo il 24 aprile 2019. Il rischio di rimpatrio tuttavia sussiste anche per i molti rifugiati arrivati prima di tale data, ma sprovvisti di documenti che provino il momento del loro arrivo.

Le azioni del governo sono la traduzione concreta di una narrativa xenofoba e nazionalista che contribuisce a polarizzare la popolazione senza sfociare in soluzioni costruttive che possano mettere fine al limbo in cui si trovano i rifugiati in Libano, senza possibilità di ritorno né di permanenza definitiva.

Tanto questi episodi quanto la censura di Mashrou’ Leila sono la prova che, nonostante il superamento dell’impasse politica, il Libano rimane diviso e preda di velleità settarie che rendono difficile tener fede proprio a quell’identità di tolleranza che potrebbe essere la chiave per evitare il baratro in cui si trovano i tumultuosi vicini del Paese.