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Perché la strategia di Trump non funziona

Iran: Instex, Hormuz e le falle della ‘massima pressione’ Usa

12 Ago 2019 - Ludovico De Angelis - Ludovico De Angelis

Le ragioni che nel 2015 spinsero la Repubblica islamica d’Iran a sottoscrivere il Joint Comprehensive Plan Of Action (Jcpoa), cioè l’accordo sul nucleare, con le potenze europee, la Cina, la Russia e gli Stati Uniti possono essere condensate in tre punti. In politica interna, il ritorno di un esecutivo maggiormente incline al dialogo con l’Occidente (governo Rohani I, 2013), pronto a cogliere i benefici economici e politici di un’apertura concreta verso l’esterno; in politica internazionale, una leadership statunitense (mandati Obama I e II) propensa a rifondare le relazioni con la Repubblica islamica secondo linee direttrici difformi rispetto a una tradizione pressoché omogenea basata su una costante pressione e un ostinato scontro; in economia, le sanzioni – specialmente quelle imposte unilateralmente da europei e statunitensi sin dal 2010 -, che hanno provocato una consistente riduzione del tenore di vita della popolazione.

Assieme al paziente lavoro europeo (ma anche grazie al tacito consenso della guida suprema Ali Khamenei), questi elementi – non esclusivi ma certamente significativi – hanno fornito “il giusto clima” per fare sì che i vari attori si potessero sedere al tavolo negoziale e barattare, in definitiva, la revoca delle sanzioni economiche a fronte dell’annullamento di qualsiasi pretesa nucleare a carattere militare della Repubblica islamica. Ciò anche tramite lo strumento – controverso per alcuni- delle cosiddette ‘sunset clauses’: queste variabili rappresentano ciascuna di per sé una condizione necessaria senza la quale il Jcpoa è destinato a fallire. Infatti, queste costanti – questa serie di intrecci – deve essere simultaneamente riaffermata se gli attori interessati desiderano preservare le conquiste in materia di denuclearizzazione compiute nel 2015.

Le questioni Instex e Hormuz
A fine giugno è divenuto operativo l’ Instrument in Support of Trade Exchanges (Instex) un meccanismo di compensazione creato da Eu3 (Germania, Francia, Regno Unito), il cui obiettivo è quello di mitigare – annullando di fatto le transazioni monetarie di natura diretta tra i partecipanti- gli effetti delle secondary sanctions. Tuttavia, questo ha per il momento fallito nell’offrire una risposta concreta alle necessità iraniane, specialmente in materia di commercio petrolifero.

Anche a causa di ciò, Teheran ha recentemente annunciato di aver aumentato il livello di arricchimento dell’uranio (4,5%) oltre la soglia minima (3,6%) pattuita nel Jcpoa, utilizzando il paragrafo 36 dell’accordo – che permette tali misure. D’altronde, sembra evidente che Instex debba/possa al più rappresentare un’espressione istituzionale-economica di una volontà più ampia che prevedrebbe, da parte europea, la ferma convinzione di rinsaldare di fatto i legami con l’Iran, specialmente sotto gli aspetti economici. In mancanza di questa volontà onnicomprensiva, le iniziative europee rischiano di stemperarsi in azioni velleitarie.

Altra manifestazione e ragione dell’acuirsi delle tensioni è stata la serie di eventi avvenuti nelle ultime settimane nei pressi dello stretto di Hormuz. Dopo la decisione britannica di inizio luglio di detenere una petroliera iraniana che passava per Gibilterra – destinata verosimilmente al governo siriano, sotto sanzioni europee -, Teheran ha risposto cercando di impedire a una petroliera inglese della BP di varcare lo Stretto (10 luglio) e poi sequestrando una petroliera di Londra il 19 luglio. Inoltre, gli Usa hanno recentemente affermato di aver abbattuto un drone iraniano, circostanza successivamente smentita dalla Repubblica islamica.

Questi sono esempi di come micro-conflitti locali di vario genere rappresentino una delle espressioni dello scontro in atto principalmente tra gli Stati Uniti ed Iran; pur non essendoci nelle premesse la volontà di andare a fondo, alcuni eventi di minor rilevanza ma dal grande significato politico (l’affondamento di una nave) potrebbero amplificare il conflitto, elevandone immediatamente il significato, offrendo giustificazioni (o pretesti?) per perseguire in attacchi dalla portata maggiore.

Ciò avviene parallelamente ai tentativi americani di aumentare la “pressione” esercitata nei confronti di Teheran. Proprio recentemente infatti, Washington si è fatta promotrice di un’iniziativa che punta a riunire in Bahrein – in una conferenza internazionale dedicata alla sicurezza marittima – i vari attori preoccupati dalle iniziative iraniane. Sebbene in prima istanza sembrerebbe interessare la sicurezza nello Stretto (si parla di una scorta armata alle navi) questa mossa americana trova la sua ragione d’essere nella speranza di poter avvicinare ulteriormente – tramite canali multilaterali – le proprie unità belliche alle coste iraniane: un escamotage di natura diplomatica che tenta, in maniera dissimulata, di intensificare la stretta sulla Repubblica islamica anche da un punto di vista militare.

L’importante messaggio del Congresso
Nonostante questa predisposizione, il Congresso americano ha votato recentemente (251-170) il National Defense Authorization Act, secondo il quale un attacco militare (military strike) contro Teheran dovrà essere necessariamente autorizzato.  Ciò diluisce la volontà dell’esecutivo di esercitare pressione sull’Iran e di perseguire una strategia di attacco militare diretto:  eventualità paventata, e mai effettivamente presa in considerazione, che svela la chiave di volta per comprendere la strategia di massima pressione.

L’incertezza dietro la possibilità di un attacco, le ambiguità narrative veicolate dai funzionari americani, i passi in avanti diplomatici dal chiaro sapore anti-iraniano (l’ultimo è la conferenza per la sicurezza marittima), le secondary sanctions, lo stanziamento di truppe addizionali in Arabia Saudita, sono figlie di uno stesso disegno atto ad esercitare pressione e a costringere l’Iran a rinegoziare i termini del Jcpoa, includendo i missili balistici e il supporto alle formazioni politiche/paramilitari regionali.

Ciò tuttavia è destinato a fallire, e non solo per l’orgoglio nazionale iraniano. La firma del Jcpoa è stata il frutto di un sentire comune, dell’idea di condividere una responsabilità in materia di denuclearizzazione, se non anche di godere di legittimi proventi economici.

In sostanza, la firma dell’accordo fu l’apice di un mutato clima di fondo, e gli attori partecipanti ne percepirono immediatamente i benefici. Al contrario, la fallacia dell’attuale strategia statunitense riposa su un abbaglio ideologico, e su un’imprecisione nei tempi d’azione. Gli Stati Uniti tentano di spingere coattivamente gli iraniani ad accettare le loro richieste tramite  “liste di domande” (particolare che ricorda un succedaneo grottesco della diplomazia tedesca degli Anni 30), sperando così di infondere una parvenza istituzionale al complesso delle relazioni con l’Iran.

Ma ciò vorrebbe dire credere che un accordo possa instillare fiducia “naturalmente”, quando in realtà è vero l’esatto contrario: la firma di un accordo è sempre il frutto di un vissuto più intenso raggiunto in precedenza. Infatti, la fiducia tra gli esponenti politici di due Stati non si può creare artificialmente ma è frutto di un lavorio profondo; ed accordi che non poggiano su queste basi sono destinati a fallire. In definitiva, sono proprio queste negligenze che, ad oggi, rappresentano l’ostacolo più grande alla ripresa dei rapporti tra Iran e Stati Uniti e le ragioni del fallimento della strategia della ‘massima pressione’.