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Von der Leyen presidente

Ue: UvdL, una donna al comando, adelante con juicio

18 Lug 2019 - Nicoletta Pirozzi - Nicoletta Pirozzi

La buona notizia è che l’Unione europea ha una nuova presidente della Commissione, la prima donna della storia, europeista e pragmatica. Ursula vor den Leyen, per molti ormai UvdL, ha ottenuto ieri il suo voto di investitura dal Parlamento europeo di Strasburgo, con una risicata maggioranza di 383 consensi sui 374 necessari e 327 voti contro: numeri che la collocano fra i presidenti meno popolari di sempre.

E qui iniziano le cattive notizie. La nuova presidente, che già non sembra godere di un forte sostegno in patria, comincia il suo mandato con un patrimonio di legittimità scarso al Parlamento europeo e nullo tra i cittadini europei, che erano andati alle urne pensando di votare per altri candidati originariamente indicati dalle famiglie politiche europee. La sua presidenza è invece il prodotto del negoziato politico a Bruxelles, e in particolare di un accordo tra i capi di Stato e di governo.

Il discorso alla plenaria
Il discorso di UvdL alla plenaria di Strasburgo ha inoltre convinto i parlamentari solo a metà, o più precisamente al 51%. Dal punto di vista dei valori, il suo intervento è stato calibrato e evocativo. Ha cominciato con un richiamo a Simone Veil e a tutte le altre icone femminili europee come muse ispiratrici della sua visione e antesignane del suo ruolo. E non sono mancati i rimandi alla sua identità di donna, madre e medico nei suoi circa 30 minuti di discorso in francese, tedesco e inglese.

Ha individuato le sfide più impellenti per l’Unione, dal cambiamento climatico alla digitalizzazione al cambiamento demografico, e rimarcato gli effetti che producono nella vita quotidiana dei cittadini. Contro le minacce collegate a regimi autoritari, influenza di potenze esterne e protezionismo, ha sottolineato la necessità di mantenere l’unitarietà europea, in difesa dei principi del multilateralismo, del commercio equo e del rispetto delle norme internazionali.

Tuttavia, per quanto riguarda la parte prettamente programmatica,  il suo menu di riforme è apparso fin troppo ricco per essere realistico. Le promesse della neoeletta presidente sono state giudicate troppo vaghe ed eterogenee, a causa di un chiaro tentativo di rispondere a tutte le molteplici aspettative di una maggioranza parlamentare europeista frammentata e divisa sui principali temi dell’agenda europea.

Ambizioni sociali e sui diritti per convincere socialisti e democratici
UvdL  sapeva di dover convincere in primo luogo il gruppo dei socialisti e democratici ed ha quindi presentato un programma estremamente ambizioso sul sociale e sui diritti. Tra gli obiettivi spiccano una web tax per imporre una tassazione equa nei confronti dei giganti tecnologici, e la strenua difesa dell’economia sociale di mercato, definita come economia in cui il mercato è al servizio delle persone e non viceversa.

L’impegno di von der Leyen per il rafforzamento del pilastro dell’Europa sociale è effettivamente andato al di là delle aspettative e contro alcuni tabù della sua stessa famiglia politica, quella dei popolari, quando ha promesso l’introduzione del salario minimo da definire attraverso la contrattazione collettiva, tenendo conto delle specificità nazionali e locali, e di uno schema europeo di sussidi di disoccupazione .

Altre proposte che vanno nella stessa direzione sono la garanzia giovani e la lotta alla povertà verso il rafforzamento dei diritti sociali. Ma, a giudicare dal numero di membri del gruppo S&D che non l’hanno sostenuta, molti sono rimasti scettici sulla credibilità di tali proposte e, soprattutto, sulla capacità di UvdL di trovare le risorse finanziarie necessarie a realizzarle.

I Verdi non vengono a miti consigli
È poi fallito il tentativo di UvdL convincere i Verdi con un pacchetto sul clima, nel quale spiccano le proposte per una legge sul clima che renda vincolante l’obiettivo delle zero emissioni nette entro il 2050, la formulazione di un Green New Deal nei primi 100 giorni di mandato e un Patto per la sostenibilità capace di mobilitare 1000 miliardi di euro. Le prime due rischiano di essere solo annunci e la terza solo una nuova modalità di riciclo di fondi esistenti.

Il forte accento della presidente sul tema dei diritti, in particolare per quelli delle donne, è lodevole e infonde fiducia per il futuro in un settore ancora troppo trascurato. Non soltanto ha proposto di lanciare una campagna contro la violenza sulle donne, che vorrebbe inserire nella lista dei crimini citati all’interno dei Trattati, e l’adesione dell’Unione alla Convenzione di Istanbul. Si è impegnata anche ad assicurare la piena parità di genere all’interno della sua Commissione, eventualmente chiedendo agli Stati membri di riconsiderare le loro nomine nel caso in cui dovessero esserci poche donne tra i candidati.

Inoltre, richiamando le origini delle storia europea e l’ancoraggio alla filosofia greca e alla legge romana, von der Leyen ha sottolineato la priorità della tutela dello stato di diritto e il ruolo della Commissione come guardiano dei Trattati e dei suoi principi ispiratori. Anche qui non ha fornito ricette specifiche, ma ha offerto una rassicurazione alle forze europeiste e un monito a quelle euroscettiche e populiste, che avevano individuato in Frans Timmermans – candidato alla presidenza della Commissione nel cosiddetto ‘pacchetto di Osaka’ messo a punto da Merkel e Macron a margine del G20 e poi affossato – il nemico giurato proprio per la sua lotta contro le violazioni dello stato di diritto e delle libertà fondamentali dei governi polacco e ungherese.

Migranti e politica estera
Sul fronte delle migrazioni, von der Leyen ha indicato le sue priorità nella riduzione della migrazione irregolare, la lotta ai trafficanti, la garanzia del diritto di asilo e la costituzione di corridoi umanitari. Ha sostenuto la necessità di un nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo che includa la riforma del sistema di Dublino e l’attuazione di un vero sistema comune di asilo. Ha richiamato la sua esperienza personale di accoglienza di un profugo siriano e l’ha presentata come un esempio positivo di integrazione da seguire.

Ma anche qui non ha fornito una roadmap, solo una sollecitazione, che sicuramente è servita come alibi per quei socialisti e democratici che erano intenzionati a votarla e ha creato qualche mal di pancia tra i conservatori, ma non ha posto le basi di una rivoluzione copernicana dell’Europa di fronte a una delle sue sfide più difficili.

Nel settore della politica estera, von der Leyen ha ribadito con forza l’approccio transatlantico e la necessità di più Europa a livello internazionale. Ha avanzato anche una proposta ambiziosa per l’introduzione del voto a maggioranza qualificata nelle questioni di politica estera, spingendosi ben oltre il suo predecessore Jean-Claude Juncker, che aveva proposto un approccio graduale di abbandono del meccanismo dell’unanimità cominciando dalle missioni civili e dai diritti umani.

Nella parte finale, si è soffermata anche sulla Brexit, una decisione di cui ci rammarichiamo – ha detto – ma che va accettata. Ferme restando le priorità della tutela dei diritti dei cittadini e la necessità di trovare una soluzione pacifica per la situazione dell’Irlanda del Nord, UvdL ha detto di essere pronta a concedere ancora più tempo al governo britannico dopo la scadenza fissata a fine ottobre, in un eccesso di zelo, potenzialmente controproducente nella partita sulla Brexit. Non una parola da parte dell’ex ministro della Difesa, e anche questo appare significativo, sulla cooperazione europea in materia di difesa.

Le concessioni di UvdL al Parlamento e le risposte
Il discorso si è chiuso con una serie di proposte dirompenti in materia di democratizzazione e parlamentarizzazione: una conferenza sul futuro dell’Europa da lanciare nel 2020 con il coinvolgimento dei cittadini europei, il rafforzamento del meccanismo dello Spitzenkandidat – idea che ha suscitato, per ovvie ragioni, l’ilarità degli europarlamentari -, l’introduzione di liste transnazionali alle prossime elezioni europee, e il diritto di iniziativa legislativa del Parlamento europeo. Su quest’ultimo punto, si è personalmente assunta il gravoso impegno di tradurre in iniziativa legislativa della Commissione i rapporti del Parlamento: con quali conseguenze, sarà da vedere.

Tra le forze politiche, il Partito popolare europeo ha da subito dichiarato il suo consenso unanime all’elezione di von der Leyen. I socialisti e democratici dell’S&D e i centristi-liberali di Renew Europe hanno prima richiesto maggiori garanzie per un’Europa sociale, sostenibile e solidale nel settore della migrazione, e impegni precisi per la difesa dello stato di diritto, poi nel pomeriggio hanno sciolto la riserva e dato sofferto sostegno, con alcune defezioni annunciate come quella della Spd tedesca. I Verdi hanno optato invece per una posizione intransigente soprattutto su clima, migrazione e stato di diritto.

No sono venuti anche dai gruppi euroscettici di Identità e Democrazia (Id), inclusa la Lega di Matteo Salvini, Conservatori e Riformisti europei, Sinistra Unitaria Europea e i non affiliati di Farage. Numeri alla mano, per UvdL sembrano stati cruciali i voti a favore del Movimento 5 Stelle, che hanno seguito la linea Conte e hanno appoggiato la candidata tedesca, forse nel tentativo di accreditarsi per un posto di peso nel prossimo collegio dei commissari.

Ha prevalso il buonsenso e l’esigenza di stabilità in un momento in cui la richiesta di cambiamento espressa alle urne a maggio dalla volontà popolare, la fragilità del progetto europeo e la situazione internazionale avrebbero richiesto maggior coraggio.