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Il rischio: alzare troppo l'asticella

Iran/Usa: Ali Vaez, il MO è oggi come l’Europa nel 1914

26 Lug 2019 - Francesca Caruso - Francesca Caruso

“L’amministrazione Rohani ha subìto un’enorme pressione interna sul fatto che fosse necessario rispondere alle politiche di Donald Trump. Ma oggi la mia preoccupazione è che gli iraniani alzino troppo l’asticella e sbaglino i calcoli. Il Medio Oriente di oggi è nella stessa situazione in cui si trovava l’Europa nel 1914: basta un singolo incidente per mettere l’intera regione a repentaglio”. Ali Vaez è il direttore del progetto sull’Iran dell’International crisis group (Icg) e insegna alla Georgetown University. Di origini iraniane, Vaez vive a Washington.

Ali Vaez - Iran - UsaDomenica scorsa, l’Iran ha sequestrato una petroliera britannica nello stretto di Hormuz.  La crisi tra gli Stati Uniti e Iran si sta trasformando in una crisi tra Occidente e Iran?
Ali Vaez – Non ancora. Ma ci stiamo avvicinando a questa possibilità anche se per il momento nessuna delle due parti sembra interessata ad aumentare le frizioni ma piuttosto a ridurle. In questo caso, ciò che gli iraniani hanno fatto è stato una sorta di “occhio per occhio dente per dente” per spingere il Regno Unito a liberare una petroliera iraniana che aveva sequestrato a Gibilterra due settimane prima.

Ciò detto le tensioni tra Stati Uniti e Iran sono ancora molto alte. Le possibilità di una guerra sono realistiche
Ali Vaez – Negli ultimi trent’anni non ci sono mai state così tante possibilità di un confronto militare come quelle che ci sono oggi. Il guaio è che fino a poco fa gli iraniani, di fronte alla “strategia della massima pressione” di Trump, avevano adottato la “strategia della massima pazienza” che era fondata su due convinzioni. La prima che se l’Iran si fosse impegnato a rispettare l’accordo sul nucleare e a contenersi in Medio Oriente, gli Stati Uniti si sarebbero trovati isolati a livello internazionale e le loro sanzioni economiche sarebbero state meno efficaci. Ma questa convinzione si è rivelata sbagliata: nonostante gli Stati Uniti fossero isolati, le loro sanzioni sono state ancor più efficaci di quelle che l’Amministrazione Obama aveva imposto con il sostegno della comunità internazionale.

La seconda convinzione iraniana era che Trump sarebbe stato un fenomeno passeggero, mentre adesso gli iraniani credono che nel 2020 Trump vincerà di nuovo le elezioni. Ciò li ha spinti a cambiare approccio perché se prima pensavano che, nonostante le difficoltà, la loro economia avrebbe retto fino al 2020, sanno che in queste condizioni non può reggere fino al 2024, ovvero alla fine di un secondo mandato. Ecco perché hanno messo da parte la loro “strategia della massima pazienza”, respingendo alcuni impegni dell’accordo sul nucleare, anche se fino ad adesso ciò che hanno fatto è abbastanza calibrato e reversibile.

Ma il problema è che ora si sono messi in una retorica che non permette loro di scegliere se continuare o meno questa escalation di provocazioni e ciò potrebbe portarli a violare materialmente l’accordo, spingendo gli europei a schierarsi dalla parte degli Stati Uniti. Il Medio Oriente di oggi è nella stessa situazione in cui si trovava l’Europa nel 1914: basta un singolo incidente per mettere l’intera regione a repentaglio. 

Quali sono le ragioni principali che hanno approfondito la crisi?
Ali Vaez – Il peccato originale è stato commesso a maggio 2018, quando l’Amministrazione Trump si è ritirata dall’accordo sul nucleare. Ma il problema è stato che un anno dopo, l’Amministrazione americana era sempre più frustrata dal fatto che nonostante l’economia iraniana fosse in grosse difficoltà a causa delle sanzioni economiche non vi era nessun segnale, da parte di Teheran, di cambiare le proprie politiche interne e regionali. L’Iran non ha mostrato nessuna intenzione di impegnarsi con gli Stati Uniti nel rinnovare un più ampio accordo sul nucleare e ciò ha spinto l’amministrazione americana a raddoppiare la sua politica della “strategia della massima pressione”, spingendo gli ultimi clienti del petrolio iraniano a tagliare le importazioni. E questo ha sostanzialmente ha fatto evaporare gli ultimi incentivi rimanenti a Teheran di continuare con la strategia della pazienza.

Questo cambiamento di strategia è anche il risultato di pressioni interne che il governo di Rouhani ha subito?
Ali Vaez – Assolutamente. L’amministrazione Rohani ha subito un’enorme pressione interna sul fatto che fosse necessario rispondere alle politiche di Trump. Ci sono state anche una serie di provocazioni americane senza precedenti, come quella dell’avere designato il corpo delle guardie rivoluzionarie iraniane come un’organizzazione terroristica.  Non era mai successo che un Paese attaccasse direttamente un organo ufficiale di un altro Paese. Le sanzioni contro il leader supremo Khamenei hanno poi aggiunto la beffa al danno. Tutto ciò ha spinto il governo iraniano a cambiare approccio, anche perché non aveva molti elementi per dimostrare alla propria popolazione che l’approccio della “massima pazienza” aveva portato dei risultati: gli europei hanno fatto molte promesse che non sono state mantenute.

Ora il rischio è che gli iraniani stiano arrivando alla conclusione che l’inadempienza e il respingimento sono stati più efficaci della moderazione e della conformità. Recentemente sette Paesi europei hanno aderito a Instex (il meccanismo finanziario progettato per permettere alle società iraniane ed europee di commerciare tra loro senza transazioni dirette di denaro, evitando quindi le sanzioni americane, ndr) e il presidente francese Emmanuel Macron ha mostrato di voler mediare tra le due parti. Ma la mia preoccupazione è che, in questa nuova strategia, gli iraniani alzino troppo l’asticella facendo calcoli sbagliati.

Cosa deve fare l’Europa per salvare l’accordo sul nucleare?
Ali Vaez – L’accordo è appeso a un filo e l’iniziativa di Macron e di altri di mediare è l’ultima speranza che rimane. Ma se questa iniziativa fallisce e l’escalation nelle provocazioni continua, credo che prima o poi vedremo il disfacimento totale dell’accordo. Ciò detto, gli europei hanno ancora delle carte importanti da giocare. Primo fra tutti, credo che dovrebbero rendere il meccanismo Instex funzionante il prima possibile. Ciò permetterebbe a Teheran di giustificare, a livello interno, la riduzione delle provocazioni e di tornare ad una totale conformità all’accordo. Per questo serve che Francia, Germania e Regno Unito consentano nuovamente credito alle esportazioni. E ovviamente, più Paesi europei aderiscono al meccanismo, più è difficile per gli Stati Uniti di sabotarlo.

Ma, oltre a questo, gli europei possono ancora fare moltissimo politicamente, andando a Teheran per incoraggiare i leader iraniani ad essere più pazienti e a ridurre le frizioni nella regione. In questa fase penso che l’unica soluzione realistica per evitare il disastro sia che i mediatori provino a congelare l’escalation. Perché questo accada, gli Stati Uniti dovrebbero tornare ad un approccio pre-maggio 2019, riducendo le sanzioni sulle esportazioni di petrolio iraniano permettendo così a Teheran di addolcire i negoziati per la liberazione di prigionieri americani detenuti in Iran. Anche perché in questo momento non credo che sia possibile un nuovo negoziato sul nucleare: le elezioni americane sono troppo vicine e gli iraniani non si fidano di questa Amministrazione. Ciò detto, anche se alcuni credono che sia inevitabile, la maggior parte degli iraniani non vuole un confronto militare. Ed è proprio per questo che accoglierebbero positivamente l’intervento di un mediatore che possa ridurre le tensioni con l’America.