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Un discorso al Consiglio d'Europa

Guerra Fredda: trent’anni fa, Gorbaciov ne sanciva la fine

4 Lug 2019 - Francesco Bascone - Francesco Bascone

Trent’anni fa, Mihail Gorbaciov sanciva la fine della Guerra Fredda con un discorso al Consiglio d’Europa. In questo articolo, l’ambasciatore Francesco Bascone rievoca le circostanze e l’impatto di quel discorso.

Due mesi fa si sono celebrati, in tono minore, i 70 anni dalla creazione del Consiglio d’Europa (5 maggio 1949). Era il primo mattone della costruzione europea ma, mancando dell’elemento della sovra-nazionalità, venne presto eclissato dalle istituzioni di Bruxelles: Ceca, Cee ed Euratom. Oggi il Consiglio d’Europa, ignoto al grande pubblico e spesso confuso con il Consiglio europeo, è noto ai più informati come sede di elaborazione di utili convenzioni (sinora oltre duecento) e come custode dei valori occidentali di democrazia e di protezione dei diritti umani.L’entrata in funzione della Corte europea per i Diritti umani, la Cedu, nel 1959, ha aggiunto la dimensione della sovra-nazionalità, sia pure in un settore specifico, e aumentato la visibilità dell’organizzazione di Strasburgo.

A differenza dell’Osce, che pure promuove la democratizzazione e i diritti umani, ma accoglie per definizione tutti i Paesi europei (più Usa e Canada) quale che sia il loro regime, il Consiglio d’Europa subordina l’ammissione al rispetto di certi standards. Nell’estate del 1989 la prospettiva di un ingresso dell’Urss appariva irrealistica (si sarebbe realizzata per la Federazione russa nel 1996). Persino per la Polonia, che nel maggio 1989 aveva tenuto elezioni democratiche, chi alla Farnesina proponeva di patrocinarne l’ammissione veniva tacitato (entrò poi nel novembre 1991).

Gorbaciov e la ‘casa comune europea’
Mihail Gorbaciov scelse non a caso l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa (non il Parlamento europeo), in quanto luogo simbolico dei valori democratici, per dichiarare chiusa, il 6 luglio 1989, l’era della Guerra Fredda e chiedere fiducia verso il ‘nuovo pensiero’ elaborato da lui insieme ad Alexander Yakovlev e Eduard Shevardnadze, in sostanza una svolta in senso democratico, pacifista e occidentalista. Il concetto centrale, che subito fu raccolto dalla pubblicistica, fu quello di una “casa comune europea”.

Nell’articolarne i contenuti, il presidente sovietico mise l’accento soprattutto sugli aspetti di sicurezza: la riduzione delle spese militari, delle forze nucleari e di quelle convenzionali, il ritiro di tutte le truppe stazionate sul territorio di altri Paesi, lo smantellamento dei blocchi, la rinuncia alla gara nelle tecnologie militari, un graduale avvicinamento all’obiettivo della piena denuclearizzazione. 

Il messaggio che ebbe le più significative ripercussioni nei mesi successivi fu quello rivolto ai Paesi che nella Guerra Fredda chiamavamo ‘satelliti’: fine delle sfere di influenza, libertà di scegliersi il proprio sistema economico-sociale, inammissibilità di qualsiasi tentativo di limitare la sovranità di altri Stati, anche amici o alleati. Era una netta abiura della ‘dottrina Brezhnev’ che aveva ispirato l’invasione della Cecoslovacchia nel 1968 ma anche le pressioni sulla Polonia all’inizio degli Anni ’80. Ed era il semaforo verde alla scelta democratica già intrapresa, come accennato, dalla Polonia stessa qualche mese prima, e in gestazione in altri Paesi dell’Est.

La fine delle barriere e la rottamazione del dualismo
La visione di una ‘casa comune’ delineata da Gorbaciov contemplava anche l’abbattimento delle barriere commerciali e la cooperazione economica, scientifica, tecnologica e culturale. Ma più significativa è l’affermazione che il nuovo ordine dovesse ‘porre in primo piano i valori comuni europei’.

Era la rottamazione della tesi del dualismo fra una democrazia borghese e una democrazia socialista, e della dottrina della ‘lotta ideologica’ e sulla base della quale si erano sempre giustificate nella Guerra Fredda le barriere al libero flusso di idee e pubblicazioni.

Può sorprendere che Gorbaciov ribadisse allo stesso tempo lo schema dei due sistemi economico-sociali, quello socialista e democratico e quello capitalista, in competizione fra loro; e ciò proprio mentre all’altro estremo Francis Fukuyama, nel suo saggio su ‘la fine della storia’, proclamava la fine di ogni valida alternativa al sistema liberal-democratico.

La tendenza a restare in mezzo al guado
Era probabilmente un riflesso di quella tendenza a restare in mezzo al guado, che alla fine del 1991 costerà a Gorbaciov la detronizzazione ad opera di Boris Ieltsin che lo aveva salvato dai golpisti nell’agosto. Ma si potrebbe anche interpretare come espressione di ragionevole prudenza: proprio quel putsch poi sventato da Ieltsin sta a dimostrare che i timori di una rivincita dei reazionari non erano affatto infondati e consigliavano qualche concessione all’ortodossia.

Quel che conta è comunque la chiara scelta di considerare comune a tutta l’Europa, Urss inclusa, la cultura politica liberal-democratica dell’Occidente, di cui il Consiglio d’Europa era il custode.

Nella parte finale della sua allocuzione, Gorbaciov indicava nell’Atto Finale di Helsinki, approvato dal primo vertice della Csce, nel 1975, l’inizio della auspicata trasformazione delle relazioni internazionali in senso ‘umanistico’; e proponeva di preparare una nuova Helsinki per realizzare il progetto della ‘casa comune europea’ entro 18-24 mesi. Si trattava dunque di costruire, lungi dalla presunta intenzione di sganciare (‘de-couple’) gli Stati Uniti dall’Europa, una ‘nuova Europa’ comprendente a pieno titolo sia l’Urss che Usa e Canada.

Una “accelerazione della storia”
L’iniziativa del presidente sovietico diede impulso a quella che chiamammo, giustamente, una “accelerazione della storia”. Lo stesso Gorbaciov ne fu travolto, come si è visto nel corso del 1990 nei negoziati per l’unificazione della Germania, in cui fu messo con le spalle al muro dal presidente Usa Bush sr e dal cancelliere tedesco Helmut Kohl. Solo 16 mesi dopo il discorso di Strasburgo, nel novembre 1990, si riuniva a Parigi lo storico vertice Csce, una specie di conferenza di pace a conclusione della Guerra Fredda. La Carta di Parigi per una nuova Europa consacrava quei principi di democrazia pluralista, tutela dei diritti umani, libero flusso di persone, informazioni e idee che Gorbaciov aveva coraggiosamente abbracciato a Strasburgo.

Con il senno di poi
Venti anni dopo (1 ottobre 2009), tornato sul podio dell’Assemblea parlamentare, l’ultimo presidente sovietico ha da un lato rivendicato di avere messo in pratica quanto allora promesso, per poi lamentare che l’Occidente, affetto da un ‘complesso di vittoria’, non abbia fatto per intero la sua parte nel dopo Guerra Fredda: ha tenuto in piedi e allargato verso Est la Nato e ha continuato a sospettare a torto Mosca di mire imperialiste. Gorbaciov ha quindi auspicato una migliore disposizione ad esaminare la proposta russa (in seguito accantonata) di trattato su una “nuova architettura di sicurezza’’.

Queste critiche all’Occidente, ripetute da Gorbaciov in svariate occasioni (da ultimo il film-intervista diretto da Werner Herzog, maggio 2019) sono in linea con quelle espresse, con assai maggiore asprezza, dall’attuale presidente russo. Ma ciò non deve far dimenticare le fondamentali differenze fra i due in termini di democrazia: il Gorbaciov del 1989, come l’Alexander  Dubcek nel 1967, mirava a coniugare il socialismo con la libertà; all’opposto di Putin, che nell’intervista del 27 giugno al Financial Times propugna, nella scia del premier ungherese Viktor Orban, un capitalismo thatcheriano unito ad una democrazia illiberale.