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Dal 2011 a oggi

Egitto: il nuovo esodo degli esiliati politici

26 Lug 2019 - Michele Dunne, Amr Hamzawy - Michele Dunne, Amr Hamzawy

Su gentile concessione del Carnegie Endowment for International Peace” pubblichiamo una sintesi in italiano di una più estesa analisi sull’esilio in Egitto dal 2011 a oggi. Qui la versione originale e integrale

Mentre per decenni gli egiziani sono espatriati per trovare lavoro all’estero, dal 2011 accade qualcosa di diverso: in migliaia si sono recati all’estero per ragioni politiche. Alcuni sono partiti per la percezione generale che il clima politico era diventato troppo pericoloso per loro, mentre altri se ne sono andati per precise paure dovute a processi, condanne, perdita del lavoro, attacchi ai media e minacce fisiche connessi alle loro attività politiche, giornalistiche, sociali e civili.

Durante il breve caos politico tra il 2011 e il 2013 in Egitto, a coloro che si opponevano al crescente ruolo degli islamisti era detto che, se la situazione non era di loro gradimento, sarebbero dovuti andare in Canada o negli Stati Uniti; poi, dopo il colpo di stato militare del 2013, fu la volta degli islamisti, invitati ad andare in Qatar o Turchia.

Un caleidoscopio d’identità
Al contrario delle ondate di migrazioni politicamente motivate tra il 1950 e il 1970, i migranti adesso hanno varie identità, incentivi, destinazioni ed esperienze di esilio. Anche se è difficile avere dati precisi, dopo il 2011 gli esiliati sembrano essere più numerosi, più giovani e più altamente istruiti rispetto a quelli del passato. La ragione di questa differenza è che molti più gruppi – gli islamisti come i cristiani, i liberali come le persone di sinistra, gli artisti come gli uomini d’affari, importanti intellettuali come piccoli attivisti – sono oggi a serio rischio in Egitto rispetto al passato, quando in pochi affrontavano in un certo momento la persecuzione politica e sociale.

L’esperienza suggerisce che ci sono state tre sovrapponibili ondate di egiziani andati in esilio: dall’inizio del 2011, alcuni uomini d’affari pro-regime e parecchi cristiani; dal 2013 numerosi fra gli appartenenti alla Fratellanza musulmana e altri islamisti; e dal 2014 in poi, dopo la recrudescenza della persecuzione nei loro confronti, anche un discreto numero di intellettuali laici e attivisti

La mappatura del fenomeno degli egiziani attualmente in esilio politico presenta vari profili problematici; molti esiliati hanno paura per la loro sicurezza, mentre allo stesso tempo il governo del Cairo non si rende conto che molti suoi cittadini “votano” andandosene. Ciò che è chiaro, comunque, è che ci sono migliaia di egiziani in esilio politico e che alcune delle loro attività – in particolare nei mass media e nella difesa dei diritti umani – preoccupano il governo egiziano per il potenziale impatto sull’opinione pubblica domestica e su quella internazionale.

Assenza di coesione una volta all’estero
Gli egiziani sono andati in esilio politico – a volte autoimposto, a volte con la coercizione a causa della discriminazione, dell’imminente carcerazione o della minaccia – in gran numero dal 2011 e in particolare dopo la metà del 2013. Molti sono arrivati in esilio traumatizzati dalla discriminazione, dalla violenza, dal carcere o dalla tortura. Alcuni hanno trascorso mesi a nascondersi o in fuga, incerti se il governo egiziano potesse ancora raggiungere loro o i loro cari. Molti esiliati egiziani (che siano copti, Fratelli musulmani o attivisti secolari) hanno lottato per trovare un luogo di residenza legale e qualche forma di impiego.

Quasi tutti hanno sofferto della profonda polarizzazione sociale e politica in Egitto, senza sapere di chi potersi fidarsi. Anche le reti un tempo coese, come i Fratelli musulmani, sono andate incontro a nuove divisioni in esilio, con i membri a discutere sul perché la transizione post-Mubarak sia fallita in modo così conclamato e su cosa dovrebbe essere fatto ora. Attivisti laici e difensori dei diritti umani hanno continuato a vedere la Fratellanza con diffidenza, soprattutto perché il movimento non è riuscito a offrire un resoconto critico del suo ruolo nella transizione democratica fallita dal 2011 al 2013.

Nel frattempo, i membri e i sostenitori della Fratellanza non hanno dimenticato il simile ruolo dei gruppi laici, liberali e di sinistra, nel sostenere la presa del potere politico da parte dell’esercito nell’estate del 2013 e in alcuni casi giustificare la sanguinosa repressione che ne seguì. I copti egiziani, che se ne sono andati temendo discriminazioni da parte degli islamisti, sono stati irremovibili nell’evitare qualsiasi contatto con la Fratellanza o altri gruppi dopo tali esperienze negative. Queste circostanze hanno tenuto gli egiziani all’estero divisi in piccoli gruppi omogenei da un punto di vista sociale e ideologico, all’interno delle quali si sentivano ragionevolmente al sicuro, impedendo l’emergere di sforzi di esilio ampiamente condivisi.

Il futuro di chi è andato via
Più di sette anni dopo la rivoluzione, cinque anni dopo il golpe militare e con la repressione che continua ad andare avanti all’interno del Paese, gli egiziani in esilio politico ora affrontano scelte dolorose. Rinunceranno ai loro sogni per un Egitto più libero e costruiranno una vita permanente in esilio? Rimarranno impegnati, osservando i segni di una potenziale nuova apertura, o addirittura usciranno dal loro isolamento e collaboreranno per offrire una visione alternativa per il loro Paese d’origine? Tutte queste scelte presentano benefici ma anche costi.

Foto di copertina © Xinhua via ZUMA Wire