IAI
La parola al diritto internazionale

Isole Chagos: tappe di un tentato epilogo coloniale

4 Giu 2019 - Michele Tedeschini - Michele Tedeschini

Lo scorso 22 maggio, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione che invita il Regno Unito a cessare l’occupazione delle Isole Chagos entro sei mesi. Le isole costituiscono un residuo coloniale che Londra amministra come Territorio Britannico nell’Oceano Indiano, avendone deportato l’intera popolazione fra il 1967 e il 1973 per poter ospitare una base aerea statunitense sull’atollo principale, quello denominato “Diego Garcia”.

La risoluzione dell’Assemblea generale Onu – approvata con 116 voti favorevoli, 56 astensioni e soltanto 6 voti contrari, fra cui quelli di Stati Uniti e Gran Bretagna – è l’ultimo episodio di una disputa decennale a proposito della sovranità sulle isole, che soltanto di recente ha infiammato le aule della giustizia internazionale. Il 25 febbraio di quest’anno, infatti, è stata la Corte internazionale di giustizia a rilasciare un autorevole parere consultivo sulla questione. Ma prima di giungere di fronte ai giudici dell’Aia, il caso delle Chagos era già stato parzialmente affrontato da un tribunale arbitrale costituito ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare.

La contesa con Mauritius
Per poter analizzare brevemente queste due pronunce, è bene innanzitutto fare un accenno al contesto storico che fa da sfondo alla contesa. Nel 1965, emissari di Mauritius e Regno Unito si riunirono a Londra per negoziare la decolonizzazione del piccolo Stato africano. Le trattative sfociarono nei cosiddetti Accordi di Lancaster House, con i quali, da un lato, la Gran Bretagna separava le Isole Chagos dalla Repubblica di Mauritius, malgrado le due entità territoriali avessero fatto parte di un’unica amministrazione nel periodo coloniale. La separazione avvenne con il consenso di un Consiglio dei ministri formalmente rappresentativo di Mauritius, ma sottoposto in realtà al controllo di un governatore britannico. Dall’altro lato, il Regno Unito riconosceva a Mauritius taluni diritti di sfruttamento delle acque che bagnano le Isole Chagos, e si impegnava altresì a restituire queste ultime a Mauritius una volta venuta meno la necessità di utilizzare l’arcipelago per scopi militari.

Quando, nel 2010, la Gran Bretagna annunciò la creazione di un’enorme area marina protetta proprio intorno all’arcipelago Chagos, Mauritius si oppose instaurando un procedimento arbitrale in base alla Convenzione sul diritto del mare. L’area marina protetta, secondo i legali di Port Louis, violava i termini degli Accordi di Lancaster House, e di conseguenza anche importanti disposizioni della Convenzione sul diritto del mare rispetto all’utilizzo delle zone marine. Su questi punti, nel lodo dell’aprile 2015, i cinque arbitri si espressero in favore di Mauritius. Il collegio, tuttavia, ritenne di non avere giurisdizione su un’altra rivendicazione avanzata dallo Stato ricorrente, secondo la quale il Regno Unito difettava dell’autorità per stabilire un’area marina protetta. Ai sensi della Convenzione sul diritto del mare, infatti, tale autorità spetta solamente allo Stato costiero.

Nel caso di specie, Mauritius rivendica per sé tale prerogativa, ritenendo che il controllo esercitato dalla Gran Bretagna avvenga in virtù di meri poteri di amministrazione. Per il tribunale (che sul punto deliberò a maggioranza, visto il dissenso di due arbitri), la questione non riguardava l’interpretazione di norme della Convenzione sul diritto del mare, bensì l’attribuzione della sovranità sull’arcipelago, ed eccedeva quindi le competenze giurisdizionali del collegio.

La trafila giudiziaria
La discussione sviluppatasi in seno alle Nazioni Unite all’esito del lodo arbitrale spinse l’Assemblea generale a richiedere, nel 2017, un parere consultivo alla Corte internazionale di giustizia. Due i quesiti sottoposti ai giudici de L’Aia: in primis se nel 1968, quando a Mauritius fu riconosciuta l’indipendenza a seguito della separazione delle Isole Chagos, il processo di decolonizzazione poteva considerarsi legittimamente compiuto. In secondo luogo – e come conseguenza al primo quesito -, quali provvedimenti fossero richiesti dalle norme di diritto internazionale in relazione al permanente controllo esercitato dal Regno Unito sull’arcipelago, con particolare riferimento all’impossibilità, per la Repubblica di Mauritius, di permettere agli abitanti originali di fare ritorno sulle isole.

Nel parere rilasciato lo scorso febbraio, la Corte ha affrontato, in primo luogo, il nodo giurisdizionale che aveva impedito al tribunale arbitrale di esprimersi in materia di diritti costieri. Sul punto, i giudici hanno chiarito che le domande poste dall’Assemblea generale riguardavano il processo di decolonizzazione, e non incidevano quindi sulla disputa bilaterale fra Mauritius e Regno Unito in materia di sovranità sull’arcipelago. Sul merito, poi, la Corte si è espressa in maniera sorprendentemente univoca: quanto al primo punto, i giudici hanno ritenuto che, nel 1968, il diritto all’autodeterminazione dei popoli avesse ottenuto il rango di norma di diritto consuetudinario internazionale. Come spesso accade nei giudizi della Corte internazionale di giustizia, e salvo qualche riferimento a risoluzioni dell’Assemblea generale, il parere asserisce la conclusione, più che supportarla per mezzo di argomentazioni giuridiche.

Tant’è: stabilita l’obbligatorietà della norma in questione, la Corte deduce che il Regno Unito si è reso colpevole di una sua violazione, perché Mauritius non fu messa in condizione di esprimere liberamente il suo consenso alla separazione delle Isole Chagos dal territorio nazionale. Di conseguenza, la Corte risponde negativamente al primo quesito: quando la separazione avvenne, il processo di decolonizzazione non era stato completato in maniera legittima. Avendo così risolto il primo nodo della controversia, alla Corte bastano sei paragrafi per liquidare il secondo: la protratta amministrazione delle Isole Chagos da parte del Regno Unito rappresenta un atto illecito di carattere continuativo, e comporta l’insorgere di responsabilità internazionale. Pertanto, su Londra incombe l’obbligo di portare a termine l’amministrazione dell’arcipelago nel più breve tempo possibile, così da permettere a Mauritius di completare la decolonizzazione del suo territorio in conformità al diritto dei popoli all’autodeterminazione.

Il dato politico
È sulla base del parere della Corte, dunque, che l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato la risoluzione del 22 maggio. Ed è con quello stesso parere che le Nazioni Unite paiono aver finalmente scoperto le problematiche giuridiche legate al mantenimento di avamposti coloniali. È difficile prevedere se, e soprattutto quando, il Regno Unito deciderà di conformarsi alle raccomandazioni non vincolanti della Corte e dell’Onu: nel 2016, il governo britannico ha esteso la concessione dell’utilizzo di Diego Garcia agli Stati Uniti fino al 2036.

Resta da vedere, inoltre, se altre situazioni analoghe saranno sottoposte al vaglio della giustizia internazionale. Viene da pensare, ad esempio, all’isola di Mayotte, territorio d’oltremare francese rivendicato dall’Unione delle Comore: e forse non è un caso che, nel voto sulla risoluzione a proposito delle Isole Chagos, gli emissari di Parigi abbiano scelto di astenersi.

Foto di copertina © Alberto Pezzali/Pacific Press via ZUMA Wire