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Incidenti fuori dallo Stretto di Hormuz

Golfo di Oman (quasi) in fiamme: Iran e Yemen, una sola partita

16 Giu 2019 - Eleonora Ardemagni - Eleonora Ardemagni

Cresce il senso di accerchiamento a Riad: Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (Eau) sperimentano direttamente gli effetti indiretti della politica trumpiana della “massima pressione” sull’Iran. Ovvero, l’aumento degli attacchi via mare, molto verosimilmente riconducibili a Teheran e al suo network transnazionale sciita (compresi gli huthi, gli insorti yemeniti alleati ma non proxy dell’Iran), contro obiettivi commerciali ed energetici nel Golfo dell’Oman e nel Mar Rosso Meridionale. E aumentano anche gli attacchi degli huthi, con missili e droni, contro obiettivi civili in Arabia Saudita. Perché le due partite, Iran e Yemen, si stanno inestricabilmente legando, poiché giocate, con modalità asimmetriche e da attori connessi tra loro, lungo il perimetro marittimo e aereo della Penisola arabica.

L’accerchiamento della Penisola Arabica
La tensione è sempre più alta a est dello stretto di Hormuz: il 13 giugno, un mese dopo i sabotaggi a quattro petroliere al largo dell’emirato di Fujairah (Eau), altre due petroliere, una norvegese, l’altra giapponese, sono state misteriosamente attaccate nel Golfo dell’Oman: equipaggi in salvo ma navi in fiamme.

Dunque, l’escalation prosegue, così come le accuse di Stati Uniti e Arabia Saudita all’Iran: dato il ripetersi di minacce e incidenti, la “routinizzazione” di uno scontro a bassa intensità nelle acque intorno alla Penisola Arabica (stretto di Hormuz, Golfo di Oman, ma anche Mar Rosso meridionale e Bab el-Mandeb, a causa degli attacchi marittimi degli insorti huthi dello Yemen), è già di per sé un fattore di rischio globale per la sicurezza marittimo-energetica e la libertà di navigazione.

Due incidenti, stesso schema
C’è una ricorrente sincronia fra gli attacchi missilistici degli insorti yemeniti, gli huthi, contro il territorio saudita e gli incidenti asimmetrici via mare a est di Hormuz. Dal mese di maggio, gli huthi hanno intensificato il lancio di droni e missili contro obiettivi civili (aeroporti, oleodotti) in Arabia Saudita. Il 12 giugno, hanno colpito con un missile l’aeroporto civile di Abha, nell’Asir saudita, provocando 26 feriti, il numero  più alto registrato finora. Poi, il 13 giugno, i nuovi attacchi alle petroliere nel Golfo di Oman.

Lo stesso schema si era verificato il mese scorso. Il 12 maggio, quattro navi commerciali (due petroliere saudite nella zona economica esclusiva degli Eau, una nave con bandiera emiratina, un’altra con vessillo norvegese) erano state sabotate al largo di Fujairah, nel Golfo dell’Oman, già Mare arabico. Nessuno aveva rivendicato l’azione. Le navi riportarono danni limitati e un’inchiesta coordinata dagli Eau riscontrò danni compatibili con l’uso di mine marittime, dietro cui si celerebbe, secondo Abu Dhabi “uno Stato”. Il 14 maggio, sette droni avevano poi colpito due installazioni petrolifere nell’area di Riad, provocando l’interruzione momentanea dell’oleodotto East-West (Petroline) per accertamenti. Il lancio era stato rivendicato dagli huthi, in ritorsione ai bombardamenti sauditi nello Yemen.

Certo, gli insorti yemeniti, attori con una genesi e un’agenda di politica interna, non sono proxy di Teheran, dalla quale ricevono però aiuti militari e addestramento. Tuttavia, la forte frammentazione del movimento degli huthi rende sempre più contraddittorie le loro mosse politiche (per esempio, tre giorni dopo l’inizio del ritiro da Hodeida secondo i piani dell’Onu, essi rivendicavano l’attacco alle installazioni petrolifere saudite) e ciò potrebbe favorire una convergenza fra l’ala più intransigente e militare (quella della famiglia Al Huthi di Saada) e la fazione dei ‘falchi’ iraniani.

I limiti della strategia saudita ‘oltre Hormuz’
I due incidenti marittimi inviano un segnalo univoco ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi: gli interessi delle monarchie possono essere colpiti anche al di là del Golfo stesso, nonché dello stretto di Hormuz. Quindi, non esistono “mari sicuri” intorno alla Penisola arabica. Il messaggio è insidioso: da un decennio, sauditi ed emiratini investono nello sviluppo di infrastrutture energetiche e commerciali “oltre Hormuz”, data la rivalità con l’Iran e il rischio di escalation. Un trend sempre più marcato, alimentato da una vivace geopolitica dei porti fra Golfo, Mar Rosso – Corno d’Africa e Oceano Indiano occidentale.

I principali progetti infrastrutturali e urbanistici dell’Arabia Saudita, legati anche a ‘Vision 2030‘,  fanno perno sulla costa occidentale: l’oleodotto Petroline convoglia il greggio della regione orientale del regno verso i terminal per l’export di Yanbu, Mar Rosso. Ma proprio il suo lembo meridionale, e prima delle operazioni militari emiratine in Yemen anche lo stretto del Bab el-Mandeb, sono stati teatro di attacchi marittimi (con missili, imbarcazioni-drone e mine) da parte degli huthi, anche contro navi commerciali. Nell’agosto 2018, dopo un attacco a una petroliera di Riad, i sauditi hanno sospeso per dieci giorni il loro transito petrolifero nel Bab el-Mandeb. Dunque, neanche la rotta occidentale può più essere considerata dai sauditi come un’alternativa sufficientemente sicura a Hormuz.

Un’iniziativa navale?
Dopo che le truppe filo-emiratine hanno strappato agli huthi l’area costiera del Bab el-Mandeb in Yemen, l’Arabia Saudita ha lanciato il progetto della Red Sea Alliance (con Egitto, Gibuti, Somalia, Sudan, Yemen e Giordania) per la sicurezza marittima nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden. Più a sud, l’ancora operativa EuNavfor (l’Operazione Atalanta dell’Unione europea) ha contribuito, insieme alla Ocean Shield della Nato conclusasi nel 2016, a ridurre il fenomeno della pirateria al largo delle coste somale.

Proprio un’iniziativa navale multilaterale per la messa in sicurezza dei principali snodi energetico-commerciali della Penisola Arabica potrebbe prendere forma ora: un possibile argine all’escalation che consentirebbe a Donald Trump di “battere un colpo” e mostrarsi solidale con gli alleati, ma senza aprire un conflitto imprevedibile a poco più di un anno dalle elezioni Usa. Con la consapevolezza, però, che quello marittimo è solo un aspetto, anche se il più pressante, del mosaico rotto del Golfo.