IAI
Strategie della tensione

Golfo: Iran/Usa, attacchi segnano svolta nei calcoli di Teheran

18 Giu 2019 - Roberto Iannuzzi - Roberto Iannuzzi

Probabilmente non sapremo mai con certezza chi ha compiuto gli attacchi alle due petroliere nel Golfo di Oman la scorsa settimana. L’Amministrazione Trump ha immediatamente puntato il dito contro l’Iran, adducendo prove che però sono state considerate insufficienti da più parti.

Certamente è possibile che Teheran sia responsabile, ma la realtà regionale è estremamente complessa e sfaccettata. Tutti gli attori coinvolti hanno contribuito ad inasprire l’attuale crisi, la cui origine va fatta risalire alla decisione unilaterale del presidente americano, nel maggio 2018, di abbandonare il cosiddetto Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa), l’accordo nucleare siglato tre anni prima.

‘False flag’: eventualità da non escludere
Se si vuole scagionare la Repubblica Islamica dagli attacchi della scorsa settimana, bisogna necessariamente ipotizzare un’operazione “sotto falsa bandiera”, cioè un’azione compiuta da nemici dell’Iran con il preciso obiettivo di accusarlo dell’accaduto al fine di inasprire il suo isolamento internazionale.

Fra questi avversari figurano l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti (Uae) e Israele. Si tratta di attori che hanno dimostrato la loro spregiudicatezza in conflitti come quello siriano e yemenita. Essi hanno compiuto ogni sforzo per isolare economicamente il loro rivale regionale e vedrebbero di buon occhio un cambio di regime a Teheran. Ma non al prezzo di un conflitto armato, che li coinvolgerebbe direttamente.

Secondo questa logica, la scelta di colpire una petroliera giapponese proprio mentre il premier Shinzo Abe era in visita a Teheran avrebbe avuto l’obiettivo di mettere in imbarazzo Teheran, stroncando sul nascere ogni possibile apertura negoziale nei suoi confronti dopo il recente inasprimento delle tensioni tra forze americane e iraniane nel Golfo.

Ira, pazienza finita, svolta strategica
E’ tuttavia possibile seguire un’altra linea di ragionamento, in base alla quale gli attacchi nel Golfo di Oman segnalerebbero una svolta nel calcolo strategico di Teheran.

Dopo l’uscita americana dal Jcpoa, l’Iran aveva adottato una paziente strategia di attesa, continuando a rispettare l’accordo nella speranza che gli altri firmatari avrebbero infine onorato i loro impegni. Gli europei si erano mostrati intenzionati a creare uno strumento finanziario (Instex) in grado di aggirare almeno parzialmente le sanzioni nuovamente imposte dagli Usa; e Russia e Cina avevano ventilato la possibilità di prendere parte a questo meccanismo.

Ciò avrebbe permesso a Teheran di limitare i danni economici fino alle presidenziali americane del 2020, che avrebbero sperabilmente segnato l’uscita di scena di Trump e l’arrivo di un’amministrazione disposta ad aderire nuovamente al Jcpoa.

A un anno da quella decisione, la leadership iraniana si è trovata a dover correggere le proprie previsioni. Il nuovo embargo statunitense si è dimostrato ben più duro di quello imposto ai tempi di Bush e Obama, provocando un’inflazione galoppante, una grave recessione e intaccando pesantemente il tenore di vita degli iraniani.

Le aziende europee sono fuggite dal Paese, mentre l’Instex è a tutt’oggi non operativo e sarà comunque limitato inizialmente ai soli “scambi umanitari”.

Dal canto suo la Cina, già impegnata con gli Usa nella “guerra dei dazi”, ha fino a questo momento preferito non sfidare Washington sul terreno delle sanzioni all’Iran. E intanto appare  concreta la possibilità che Trump venga rieletto nel 2020.

Fra i decisori iraniani la necessità di correggere la strategia della “pazienza strategica”, imponendo costi reali agli Stati Uniti e alle controparti dell’accordo nucleare per la loro condotta, ha perciò cominciato ad apparire stringente.

Accordo nucleare agli sgoccioli
Lo scorso maggio l’Iran ha comunicato la decisione di sospendere temporaneamente alcuni suoi obblighi relativi all’accordo nucleare, concedendo agli altri firmatari 60 giorni per onorare la propria parte dell’intesa prima di adottare ulteriori misure.

Pur compiendo questo strappo, la leadership iraniana si è mostrata inizialmente cauta – in particolare accelerando l’arricchimento dell’uranio a ritmi che avrebbero portato a un superamento dei limiti consentiti dall’accordo solo dopo alcuni mesi – ed attenta a ribadire la propria intenzione di non uscire dall’accordo, a patto però di ricevere finalmente la dovuta contropartita economica.

Neanche questa mossa ha ottenuto però gli effetti sperati: gli europei hanno genericamente promesso di moltiplicare gli sforzi per rendere operativo l’Instex, senza fornire alcuna scadenza precisa e diffidando esplicitamente l’Iran dall’abbandonare l’accordo.

Un messaggio analogo è giunto da Mosca, mentre Washington ha risposto inviando altri mezzi militari nel Golfo. Agli occhi di Teheran, l’Amministrazione Trump rimane determinata a strozzare economicamente l’Iran e ad assediarlo militarmente, con l’obiettivo di giungere a un cambio di regime nel Paese.

Tutto ciò potrebbe aver determinato un nuovo aggiustamento nel calcolo strategico dei vertici iraniani, che sarebbe all’origine degli attacchi che lo scorso maggio coinvolsero quattro petroliere, vicino alla costa degli Uae, e degli attacchi della scorsa settimana.

Fallimento della strategia Usa di “massima pressione”
Secondo questa logica, Teheran avrebbe deciso di rispondere alla pressione americana, e all’inerzia dei firmatari dell’accordo, imponendo una propria strategia di pressione. A più riprese i responsabili iraniani avevano ribadito che, se all’Iran fosse stato impedito di esportare petrolio dal Golfo, nessun altro lo avrebbe fatto.

La scelta di non colpire direttamente Washington, ma di provocare danni limitati agli asset dei suoi alleati nella regione, sarebbe finalizzata a scongiurare un’escalation militare americana. Allo stesso tempo, l’attacco a una petroliera giapponese segnalerebbe a tutti i Paesi dipendenti dal greggio del Golfo che accettare i “diktat” statunitensi comporterà dei costi anche per loro.

E’ poi interessante notare che gli obiettivi finora colpiti – incluso l’oleodotto saudita preso di mira a maggio dagli Huthi, gruppo sciita vicino a Teheran che combatte contro Riad nello Yemen – sono esterni allo Stretto di Hormuz. La selezione di questi obiettivi indicherebbe che l’Iran è potenzialmente in grado di paralizzare l’esportazione di petrolio dal Golfo anche senza chiudere lo stretto.

Se queste tesi sono corrette, significa che l’Iran ha deciso di rispondere asimmetricamente alla strategia della “massima pressione” voluta dall’Amministrazione Trump. Qualora Washington cadesse nella tentazione di imporre ulteriori costi a Teheran per aver compiuto questa scelta, il rischio di un’escalation militare diventerebbe concreto. L’unica via d’uscita dall’impasse attuale sta nella riapertura di un negoziato, che però l’Iran accetterà solo previo congelamento delle sanzioni che stanno strangolando la sua economia.