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Dopo le elezioni europee

Ue ora: indebolita, ma non battuta, l’idea europea va avanti

27 Mag 2019 - Gianni Bonvicini - Gianni Bonvicini

Cominciamo con una buona notizia. Nelle elezioni europee dal 23 al 26 maggio, l’affluenza alle urne nell’intera Unione europea è risalita di quasi 8 punti rispetto al 2014, collocandosi al 50,5 % rispetto a 42,6% della precedente tornata. Si è così interrotto un trend discendente di partecipazione elettorale che dal 62% del 1979, data delle prime elezioni, aveva visto allontanarsi progressivamente i cittadini europei dalle urne. Solo in Italia il dato è ancora in leggero calo, dal 57,2 del 2014 al 54,5 odierno (nel 1979 era stato dello stratosferico 85,6%). Questa inversione di tendenza significa forse un maggiore e rinnovato interesse verso il futuro dell’Unione? Non proprio.

La maggioranza pro-integrazione nel Parlamento europeo erosa
A leggere i dati elettorali è abbastanza evidente che la grande maggioranza in favore dell’integrazione europea del precedente Parlamento europeo si è piuttosto indebolita: se si mettono assieme i seggi di popolari, socialisti, liberali e verdi il risultato è di 504 rispetto ai 523 del Parlamento uscente.

Di per sé, quindi, una diminuzione quasi inconsistente, che non dovrebbe preoccupare più di tanto gli europeisti. In realtà, il dato odierno rende il gruppo dei partiti integrazionisti molto più equilibrato rispetto al passato, con una drastica diminuzione dei popolari e socialisti (che da soli raggiungevano la maggioranza assoluta dei seggi nel Pe) ed un aumento consistente di verdi e liberali, con l’aggiunta a questi ultimi dei ‘macroniani’ francesi. Questa ampia maggioranza rischia quindi di diventare molto più litigiosa e difficile da aggregare, poiché non vi sarà più come nel passato una spartizione di posti e responsabilità fra i soli due partiti leader, popolari e socialisti.

Le partite nazionali e il peso europeo
Per di più, a renderci scettici sul buon risultato del fronte pro-europeo vi è un dato strutturale da tenere presente. Per le elezioni europee, come è noto, non esiste un’unica legge elettorale, ma ogni Paese adotta il sistema nazionale che predilige. Ciò inevitabilmente porta l’appuntamento europeo a trasformarsi in un test nazionale, che segue argomentazioni e logiche interne, più che autenticamente europee. Già l’assurdità di non votare tutti nello stesso giorno è paradossale. La diffusione degli exit polls, prima che tutti i Paesi abbiano potuto votare, è un vulnus non secondario dal punto di vista della correttezza democratica.

Ma al di là di questa stravaganza c’è da chiedersi quanto il tema del futuro dell’Unione giochi davvero un ruolo rilevante. Si è sottolineato da più parti che questa è stata la prima vera elezione ‘europea’, poiché di Europa si è parlato molto. Vero, ma ciò è avvenuto incrociando il tema europeo con temi strettamente nazionali, diversi da Paese a Paese. Quindi alla fine nessuno ha ben capito quale sia il disegno di Europa proposto dai partiti filo-europei e tanto meno l’idea che hanno in testa i populisti e i sovranisti, che al di là dello slogan “cambiamo l’Europa”, non hanno fornito la minima traccia sul come. Quindi la battaglia politica nazionale è stata più che altro un posizionamento pro o contro l’Europa, ma tagliato su esigenze elettorali e di potere esclusivamente interne.

L’avanzata, non molto significativa, di sovranisti e populisti
Ritornando poi ai risultati delle elezioni, vi è da aggiungere che il fronte sovranista ha raggiunto ottimi risultati in Francia, Gran Bretagna, Italia e Ungheria, ma alla fine la sua forza numerica all’interno del Pe arriva a 171 seggi rispetto ai 149 preesistenti, mettendo insieme i ‘brexiteers’ di Nigel Farage, il gruppo della democrazia diretta e la destra di Europa delle Nazioni e Libertà. Rimane solo da vedere che posizione assumerà l’ungherese Viktor Orbàn con i suoi 13 seggi, oggi ancora in bilico all’interno dei popolari, ma a gran voce chiamato ad uscirne e ad aggiungersi alle altre destre europee.

Nel complesso questa grande avanzata dei sovranisti non si è vista, anche se tutti assieme potranno formare una consistente minoranza di blocco in tema di proposte per una maggiore integrazione europea. Quello che è certo è che, proprio a causa di questa notevole frammentazione, avremo un parlamento ancora più debole di quanto non lo sia già stato nel passato.

Il test degli ‘Spitzenkandidaten’ e le provocazioni di Salvini
La prima prova si manifesterà sulla questione dello ‘Spitzenkandidat’, dove il teorico vincitore di questa tornata elettorale alla testa dei popolari, il bavarese Manfred Weber, si proporrà alla guida della Commissione europea. Si aprirà allora un fronte di battaglia con il Consiglio europeo, che non ha mai realmente digerito questa procedura voluta dal Parlamento, e sarà allora interessante vedere come quest’ultimo, molto più diviso del precedente al proprio interno, riuscirà a resistere alla pressione dei capi di governo di ritornare al vecchio sistema di nomina dall’alto.

Tempi lunghi, quindi, anche per la decisione sui futuri commissari e sulle altre cariche in ballo. Su quest’ultimo punto va sottolineato il fatto che, vigente l’attuale norma di un commissario per Paese, ogni governo aprirà un fronte per ottenere le cariche più prestigiose e le competenze più importanti all’interno dell’Esecutivo di Bruxelles. L’Italia ha già avanzato la proposta di avere un posto di commissario all’economia: ci sia permesso di  obiettare che nessuna forza politica europea, sia essa sovranista o pro-integrazione (con l’eccezione forse dei Verdi), accetterà mai l’idea di mettere in dubbio le regole di disciplina fiscale dell’Unione europea, sia all’interno che all’esterno della zona Euro. Il fatto che Matteo Salvini, vincitore assoluto della tornata elettorale italiana, abbia dichiarato di volere sfondare la soglia del 3% del deficit sarà un elemento decisivo per negarci il portafoglio dell’economia. Nessuno nell’Unione vuole il suicidio dell’euro e dell’assetto finanziario comune.