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Dopo le elezioni europee

Ue ora: nell’Europa dei governi deboli, un’Italia più isolata

28 Mag 2019 - Ferdinando Nelli Feroci - Ferdinando Nelli Feroci

Con una affluenza alle urne (in media circa il 51%) complessivamente aumentata rispetto al 2014 (la più alta negli ultimi venti anni, anche se il dato è molto diversificato da Paese a Paese e l’Italia appare  in contro-tendenza), il risultato elettorale, a livello europeo, conferma complessivamente le previsioni delle vigilia.

Vanno  in questo senso registrati sia  il calo importante di consensi (e di parlamentari eletti) per popolari e per socialisti, che una crescita altrettanto significativa dei liberali  e dei verdi.  Queste forze politiche sono sufficientemente omogenee al loro interno (se si esclude il caso del difficile rapporto tra Fidesz e il Ppe) e non dovrebbero avere difficoltà a costituire gruppi  politici ugualmente omogenei. Se riusciranno a  coalizzarsi,  malgrado le differenze delle rispettive piattaforme politiche, questi partiti potranno dar vita ad  una alleanza  convintamente pro-europea, in grado di costituire a sua volta una solida maggioranza nel Parlamento europeo.

Le varie formazioni politiche  nazionaliste o sovraniste crescono complessivamente a livello europeo; ed in alcuni Paesi crescono in misura rilevante. Ma, sempre a livello europeo, non sfondano e sono destinate a rimanere una minoranza nel Parlamento. Non è chiaro come si posizioneranno rispetto alla creazione dei gruppi politici (strumento essenziale per il funzionamento del Parlamento); né è dato di prevedere allo stato in quanti gruppi si distribuiranno. Ma soprattutto la loro azione sarà condizionata da agende politiche differenziate, in alcuni casi addirittura divergenti o in conflitto fra loro (come ad esempio sulle regole in materia di disciplina di bilancio o di rapporti con la Russia).

L’Unione europea dei governi deboli deve fare il suo ‘tagliando’
Ciò premesso sarebbe un errore  concludere che non è successo niente di significativo; e che tutto può proseguire come prima. Anche soltanto rimanendo al dato aggregato a livello europeo, il successo, sia pure relativo e circoscritto,  di partiti che si definiscono come nazionalisti ed euroscettici,  dovrebbe far riflettere sulla circostanza che evidentemente nell’Unione europea, o perlomeno nella sua percezione da parte delle opinioni pubbliche nazionali, qualcosa non ha funzionato come doveva. E che  quindi un ‘tagliando’ s’impone se si vorrà riconquistare il sostegno dei cittadini europei. Sarà questa la grande sfida per l’Unione e le sue Istituzioni nella prossima legislatura.

Il dato però che deve più far riflettere è quello si ricava dal risultato elettorale nei maggiori Paesi europei. In Germania la modesta “performance” dei due alleati di governo (Cdu-Csu e Socialisti) e il successo dei Verdi rendono ancora più fragile un governo e una cancelliera  (alla fine del suo ciclo politico) che già dovevano fare affidamento su una maggioranza instabile. In Francia il successo relativo del Rassemblement National  indebolisce un presidente della Repubblica già in crisi di consensi sul fronte interno e privo di alleati credibili in Europa. Nel Regno Unito, vittima di una Brexit di cui non riesce  a definire un esito sostenibile, queste elezioni-farsa hanno decretato il tracollo dei conservatori, confermato la debolezza del Labor Party, e forse segnato la fine di un bipartitismo quasi perfetto,  che tutta l’Europa invidiava ai sistema politico britannico. Infine in Italia il trionfo  (ampiamente annunciato) della Lega sembra desinato a indebolire il Governo e a relegare  il nostro Paese in un ruolo marginale e minoritario in Europa. E  il brillante  risultato dei socialisti in Spagna, combinato con il modesto risultato di Vox,  non basta a compensare un quadro complessivo da cui emerge una diffusa debolezza dei governi dei Paesi più significativi.

La partita della scelta dei vertici delle Istituzioni
Ora in Europa si apre la partita della scelta dei vertici delle Istituzioni. Il primo appuntamento importante sarà la designazione del presidente della Commissione europea. Dovrà farlo il Consiglio europeo, il 20 e 21 giugno, con una decisione a maggioranza dei suoi membri. Ma il presidente della Commissione così designato, essenzialmente sulla base di una intesa fra Governi, sia pure tenendo conto del risultato elettorale , dovrà successivamente essere eletto dal Parlamento europeo, sempre a maggioranza dei suoi membri. E ai primi di luglio si dovrà eleggere il Presidente del Parlamento. Su entrambi questi passaggi si andrà a testare le tenuta delle alleanze  che i governi e i gruppi politici saranno stati in grado nel frattempo di realizzare in Parlamento.

La partita delle nomine si completerà con la designazione dei membri della Commissione (sono designati dai governi degli Stati membri  sulla base  del principio di un commissario per Stato membro, e previa intesa con il presidente della Commissione, ma dovranno essere confermati dal Parlamento dopo una audizione che in passato ha riservato qualche sorpresa). E infine il Consiglio europeo dovrà eleggere (sempre a maggioranza) il suo presidente e soprattutto il prossimo presidente delle Bce. Una partita complicata, nella quale conteranno le capacità dei singoli Paesi e Governi non solo di farsi ascoltare ma anche e soprattutto di saper stringere alleanze efficaci, in un complesso gioco delle parti in cui conteranno credibilità dei singoli Paesi e credibilità dei candidati alle varie posizioni.

Le prossime scadenze un banco di prova per l’Italia
Queste prossime scadenze europee saranno un banco di prova anche per l’Italia che è uscita dalla urne con un evidente successo della Lega, trascinata da un Salvini che ha saputo sfruttare al meglio le sue doti innegabili di comunicatore; con un pesante ridimensionamento dei Cinque Stelle, che pagano la disastrosa prova al governo del Paese; con una ripresa di consensi del Partito democratico, finalmente compatto dietro la leadership inclusiva del nuovo segretario;  e con la conferma di una ormai endemica debolezza di Forza Italia, cui non è bastata la discesa in campo di un ormai logorato Silvio Berlusconi.

Vedremo se, al di là delle dichiarazioni di rito delle prime ora del dopo voto,  l’innaturale alleanza giallo-verde, risultato delle elezioni politiche del marzo 2018, resisterà alla drastica  ridistribuzione di rapporti di forza fra i due partiti della coalizione. Ma nell’immediato il dato che emerge con maggiore evidenza è quello del rischio di un accresciuto isolamento dell’Italia in Europa.

Salvini ha vinto; ma resta pur sempre l’azionista di riferimento di un Governo indebolito dal risultato elettorale, e inevitabilmente condizionato da un alleato che lotterà con tutte le sue (ridotte) forze per recuperare consensi nel Paese. E sul piano europeo rimarrà pur sempre il leader di un partito fortissimo in Italia, ma isolato e minoritario nel Parlamento europeo, e ancor più isolato fra i governi degli Stati membri che restano, con l’eccezione dei Paesi di Visegrad, sostanzialmente e maggioritariamente europeisti  e  impegnati a sostegno di un progetto di rafforzamento dell’Unione europea. Certamente una situazione nella quale sarà molto complicato per l’Italia giocare un qualche ruolo, che non sia di sola interdizione, sia sulle nomine che sulla definizione della agenda dell’Unione per la prossima legislatura.