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69 anni fa l'atto di nascita dell'integrazione

Ue: 9 maggio, da Schuman a oggi un tempo da ricordare

8 Mag 2019 - Riccarda Lopetuso - Riccarda Lopetuso

La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi […]”. È l’incipit della Dichiarazione Schuman pronunciata al Quay d’Orsay nella sala dell’orologio dal ministro degli Esteri francese Robert Schuman: erano le 16 del 9 maggio 1950 e quella data, divenuta la Festa dell’Europa, è considerata la data di nascita dell’integrazione europea.

Sforzi creativi al servizio della pace
A partire della Dichiarazione Schuman, con il senno di poi, possiamo affermare che ne sono serviti tanti, di sforzi creativi, in quasi 70 anni di storia del progetto europeo, messosi in cammino quel giorno di maggio in cui Schuman compiva, a nome della Francia, il primo decisivo passo verso gli altri Stati europei e tracciava la rotta dell’integrazione e della cooperazione europea.

Qualche anno dopo, oltre agli sforzi creativi evocati da Schuman, servì la lungimiranza dei Padri Fondatori che a Roma firmarono i Trattati Cee e la tenacia di Sicco Mansholt, l’ideatore della Politica agricola comune.

Trent’anni fa, a compiere un ulteriore sforzo creativo è stato Jacques Delors,  riuscito a togliere l’allora Comunità europea dalla tiepidezza in cui era piombata negli anni precedenti e a renderla – grazie all’Atto Unico e al Trattato di Maastricht – il progetto di cooperazione regionale più riuscito di sempre.

Perché pur se criticata e talvolta rinnegata, l’Unione europea- che qui celebriamo, a due settimane da importantissime elezioni europee -, è oggi necessaria, come 70 anni fa. E se adesso agire assieme e condividere la nostra sovranità nazionale è vitale per rispondere alle sfide del mondo globalizzato, ieri, nei primi anni post-bellici, l’integrazione europea fu lo strumento atto primariamente a “servire la pace”, come recita un altro passo della Dichiarazione Schuman. Quella pace data oggi per scontata nel Vecchio Continente, ma legata ad un filo sottilissimo negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale.

Lo scenario post-bellico e la Dichiarazione Schuman
Terminato il secondo conflitto mondiale, la cortina di ferro era calata sull’Europa. La Germania, divisa in due, costituiva un dilemma per le nazioni europee. Nel 1949 nella Germania Ovest si erano tenute nuove elezioni e il Paese riacquistava standard democratici e forza economica. L’Europa si ritrovò ad affrontare il problema del riarmo tedesco con inevitabili timori francesi.

Furono gli Stati Uniti per primi a garantire agli altri Stati europei -che dai tedeschi avevano subito occupazioni – il loro impegno, auspicando però che la rinascita politica della Germania avvenisse in un quadro di cooperazione come era accaduto con l’Oece, organizzazione che aveva coordinato gli aiuti del Piano Marshall.

L’integrazione politica, economica e soprattutto militare della Germania accelerarono le spinte di chi pensava che solo in uno scenario unitario e cooperativo  potevano essere garantite all’Europa pace e un pieno recupero di tutte le nazioni, allontanando dal Vecchio Continente i pericoli derivanti dalla cortina di ferro e del riarmo tedesco. La Germania, infatti, dopo le elezioni che avevano eletto Konrad Adenauer cancelliere, pur se vietatole dal Trattato di pace, reclamava un esercito.

In Europa, ma soprattutto nella Francia aggredita dai tedeschi tre volte nei 70 anni precedenti, era tornata la paura. E fu proprio la Francia, spaventata dalla Germania che rialzava la testa, a compiere il primo, storico passo. Nei giorni precedenti al 9 maggio, Schuman e il suo consigliere Jean Monnet avevano preparato la dichiarazione destinata a cambiare per sempre la storia del Vecchio Continente; il cancelliere tedesco Adenauer conosceva già le intenzioni dei francesi e si era dimostrato subito concorde.

Qual’ era in sostanza la proposta di Schuman e Monnet che dava il via all’integrazione europea? Mettere in comune la produzione di carbone e acciaio franco tedesco – risorse vitali per l’industria bellica -, sotto un’Alta autorità, in modo da rendere un qualsiasi conflitto tra francesi e tedeschi impossibile ed impensabile. Fare diventare quindi europeo l’acciaio, questo è il primo atto che, partito dal gesto distensivo di Schuman, pone le fondamenta alla più grande Comunità della storia.

Firmato a Parigi il 18 aprile del 1951 da Francia Germania Italia e Paesi del Benelux,  il Trattato Ceca dava vita a un organizzazione a carattere regionale con scopi puramente economici, ma apriva anche orizzonti ben più ampi su altri settori, tra cui l’integrazione politica e la difesa comune.

Dal dramma antico dell’Alsazia e Lorenza al Trattato di Aquisgrana
Ripensare agli scopi originari dell’Europa unita non può non farci riflettere sul  calvario eterno dell’Alsazia e della Lorena, terre ricche di carbone e ferro contese da Francia e Germania per secoli. Oggi, 70 anni dopo, coloro che si affrontavano per le preziose risorse sono innegabilmente alla guida dell’agenda europea e sempre più decisi a ridare slancio all’Unione.

Francia e Germania, i vecchi nemici, sono tornati a stringere alleanze strategiche e a firmare un nuovo Trattato bilaterale, dopo quello storico del 1963 concluso all’Eliseo tra De Gaulle e Adenauer. 56 anni dopo c’erano Angela Merkel ed Emmanuel Macron a sottoscrivere nel gennaio scorso ad Aquisgrana – che fu capitale del regno di Carlo Magno nel cuore d’Europa – un nuovo trattato tra i due Paesi.

Un trattato bilaterale non in contrasto con l’Unione europea assicurano i contraenti ma che, indubbiamente, prevede rapporti bilaterali più forti nei settori economici, della difesa, e della politica estera. Il trattato, nelle intenzioni dei firmatari, ha lo scopo di rilanciare l’integrazione europea e fare da argine a populisti e nazionalisti che minacciano di indebolire l’Unione a partire dalle elezioni del prossimo 26 maggio.

Un’Unione che -grazie alla spinta dei fondatori, memori dei drammi del passato – prova a rifondarsi. Ma anche un’Unione in cui un altro fondatore, l’Italia, appare sempre più isolato e rappresenta ormai l’economia più debole.