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Dopo le elezioni europee

Italia-Vaticano: dialogo inevitabile tra Salvini e Francesco

31 Mag 2019 - Pietro Mattonai - Pietro Mattonai

Per capire che tra Santa Sede e Lega non ci sia mai stato un rapporto idilliaco – salvo una breve parentesi durante il pontificato di Benedetto XVI tra il 2009 e il 2011 – sarebbe bastato sintonizzarsi qualche anno fa sull’emittente di partito del Carroccio, “Radio Padania”. Spesso, infatti, sulle sue frequenze veniva trasmesso il rito preconciliare della Fraternità di San Pio X, casa della corrente lefebvriana, da decenni in contrasto con il potere centrale vaticano.

Oggi, lo scontro tra il partito di Matteo Salvini e i Sacri Palazzi sembra essere arrivato ad un punto critico. Tutto è cominciato con il giuramento sul Vangelo dell’attuale ministro degli Interni alla vigilia delle elezioni politiche dello scorso 4 marzo, con conseguente – ma sommessa – condanna da parte del mondo cattolico. Quindi, qualche giorno fa, poco prima del voto di domenica 26 maggio per il Parlamento europeo, Salvini ha non solo baciato il rosario, ma anche invocato il Cuore immacolato di Maria per affidarle le sorti del Paese e dell’Europa. Una strumentalizzazione dei simboli e del credo cristiano che, stavolta, ha ricevuto una risposta ben più decisa da parte della Chiesa cattolica: in prima persona si sono spesi il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, padre Antonio Spadaro, direttore de “La Civiltà Cattolica” e anche il fondatore della comunità di Bose, don Enzo Bianchi.

Dopo il risultato della Lega, divenuto primo partito in Italia con oltre il 34% dei voti alle europee, il cardinale Parolin ha deciso di esporsi, aprendo al dialogo con tutti, “soprattutto con quelli che non la pensano come noi e con i quali abbiamo qualche difficoltà e qualche problema”. Un passo importante, ma necessario. Non solo per la Santa Sede stessa, ma anche per Salvini stesso: due visioni politiche – e geopolitiche – completamente diverse, ma che in questo momento storico hanno bisogno di confrontarsi.

Due sguardi diversi sul mondo
Non c’è niente che divida la Lega salviniana e la Chiesa bergogliana più della Weltanschauung, intesa nel suo senso primigenio di “concezione del mondo”. Non c’è un dossier internazionale dove Santa Sede e Carroccio si trovino dalla stessa parte della barricata.

In primo luogo, naturalmente, le migrazioni. La Santa Sede – e papa Francesco in primis – ha avuto un ruolo fondamentale nella stipulazione del Global Compact sui rifugiati e di quello per una migrazione sicura, ordinata e regolare. Tra i 164 Paesi che hanno deciso di firmare l’accordo, non c’è tuttavia l’Italia M5S/Lega. E ancora, sul tema dell’ecologia, per il quale Bergoglio si è già esposto con la sua seconda enciclica, Laudato Si’, e che recentemente ha riportato all’ordine del giorno incontrandosi con il capo del popolo Kayapò, Raoni Metukire, in vista del sinodo sull’Amazzonia che si terrà ad ottobre. Non si può certo dimenticare, dall’altra parte, la solida alleanza di Salvini con il presidente brasiliano Jair Bolsonaro, promotore di una politica favorevole alle grandi aziende agroalimentari, che proprio nel polmone verde del Brasile troverebbero un’autentica miniera d’oro.

Non c’è, però, solo una differenza strategica tra Vaticano e Lega. Ma anche strutturale: all’internazionalismo di papa Francesco si contrappone, più forte che mai dopo il voto di domenica, il sovranismo di Salvini. Ma, come detto, il confronto inizia ad essere necessario per diverse ragioni.

Perché il dialogo conviene alla Lega
La profonda metamorfosi della Lega negli ultimi anni richiede un rapporto costante e stabile con la Santa Sede. Non solo per l’incredibile successo elettorale, che ha portato il Carroccio da poco più del 4% alle elezioni politiche del 2013 al 34,3% alle europee 2019. Ma perché la sua natura è cambiata radicalmente: da forza secessionista e regionale, la Lega è divenuta partito nazionalista e nazionale.

Quest’ultimo passaggio, nel nostro Paese, richiede l’instaurazione di un dialogo continuo con la Santa Sede. Difficilmente, infatti, una forza di governo in Italia può considerarsi tale senza un rapporto diretto con la Chiesa cattolica. Non obbligatoriamente positivo, questo è certo. Ma dev’esserci. E Salvini ne è ben conscio: poco dopo la grande affermazione elettorale, il leader leghista ha confermato che, in quanto a capo della prima forza politica italiana, dovrà premurarsi di “chiedere incontri ai massimi livelli istituzionali”.

Al di là di questo, per Salvini e la Lega diventerà sempre più fondamentale mantenere un canale aperto verso l’elettorato moderato. In uno scenario partitico dove due delle prime tre forze politiche si muovono verso le code della gaussiana, è logico che la differenza tra la vittoria e la sconfitta si ritroverà sempre più nella più sostanziosa parte centrale. E l’elettorato cattolico e moderato, per questo, diventerà fondamentale.

Perché il dialogo conviene (anche) alla Santa Sede
Sull’altra sponda del Tevere, il dialogo diventa importante per due ragioni. Innanzitutto, perché la Lega manterrà un ruolo preponderante nella vita politica italiana ancora a lungo. Uno stato di conflitto perenne con la prima forza partitica dello Stato che territorialmente avvolge il Vaticano non è né conveniente, né sostenibile nel lungo periodo.

In secondo luogo, perché la Lega, ad oggi, riesce ad avere una pressione che, probabilmente, nessun partito italiano era mai riuscito ad esercitare sulla Santa Sede. Il fascino elettorale del Carroccio sull’ala tradizionalista del mondo cattolico è innegabile: l’incontro della scorsa estate tra Matteo Salvini e il cardinale statunitense Raymond Burke, tra i più vivaci contestatori del pontificato di Francesco, non è certo una casualità. Continuare lo scontro significherebbe aggravare una frattura interna al mondo cattolico, indebolendo dunque lo stesso papa Francesco. La “Chiesa in uscita” di Bergoglio non ha avuto timori a spingersi ai margini del mondo: l’ostacolo leghista, in questo senso, non sarà insormontabile.