IAI
Le comuni radici dell'antisemitismo

Islamofobia: una visione d’insieme per contrastare l’odio

21 Mag 2019 - Michele Valente - Michele Valente

La ‘Christchurch call to action’, ricevuta il 15 maggio all’Eliseo dal presidente francese Emmanuel Macron, insieme al primo ministro neozelandese Jacinda Ardern, si propone come uno spazio di discussione, a livello intergovernativo, sul contrasto ai fenomeni di estremismo e terrorismo online, a due mesi dalla strage dettata dall’islamofobia nella moschea della cittadina nell’Isola del Sud. “Un Internet libero, aperto e sicuro è un potente strumento per promuovere la connettività, migliorando l’inclusione sociale e consentendo la crescita economica”, si legge nell’incipit del documento finale di quell’incontro; al tempo stesso, i firmatari concordano “sull’urgente necessità di azione e rafforzamento nella cooperazione di un ampio raggio di attori”. Il contrasto all’islamofobia s’accompagna alla denuncia e alla condanna di ogni forma di anti-semitismo.

Tra i Paesi europei, oltre alla Francia e all’appoggio della Commissione europea, hanno risposto all’appello Germania, Italia, Spagna, Regno Unito, Irlanda e Svezia e sette tech companies incluse Amazon, Facebook e Google. Significativo il caveat degli Stati Uniti, affidato ad un comunicato: “La Casa Bianca è al fianco della comunità internazionale […], ma non si trova nella posizione di potere fornire il proprio appoggio”. Secondo indiscrezioni, a causa di divergenze interne all’Amministrazione statunitense sulla posizione da adottare nei confronti del de-platforming attuato dai social network: lo stesso Trump s’è scagliato contro l’eliminazione di pagine/contenuti pubblicati da profili riconducibili all’estrema destra su Facebook e Instagram.

Un fenomeno globale, diversi livelli di allarme
Divergenze e defezioni che, tuttavia, impediscono un approccio globale in materia, in particolare in risposta alle manifestazioni di islamofobia, cioè di odio contro individui e gruppi di fede musulmana, bersaglio di aperta discriminazione in molti Paesi. Sebbene peculiare, la dinamica dell’attacco terroristico nelle due moschee di Christchurch (50 vittime), lo scorso 15 marzo, non può essere esclusivamente isolata come il folle gesto del suprematista bianco Brenton Tarrant.

L’odio anti-musulmano è un fenomeno complesso dal punto di vista storico e sociale, spesso localizzato in aree ad alta conflittualità etnico-religiosa o caratterizzate da marginalizzazione e disagio sociale: dalle più volte denunciate ‘violazioni di Stato’ dei diritti umani nei confronti delle minoranze musulmane alle minacce fisiche e verbali. Tra i casi più gravi, la questione degli Uiguri rinchiusi nei campi di rieducazione (Laogai) nel nord-ovest della Cina, così come l’espulsione sistematica dei Rohingya, residenti nella parte settentrionale del Myanmar, fino alla scia di aggressioni a sfondo anti-islamico che, nel 2017, ha colpito Europa e Nord-America. I cittadini di fede musulmana sono divenuti obiettivo sensibile da proteggere dopo la data spartiacque dell’11 settembre 2001.

Lupi (non) solitari e ideologi pericolosi
L’imprevedibilità del ‘lupo solitario’, i suoi idoli e il ‘capro espiatorio’: Tarant si è apertamente ispirato, riportandone i nomi sulle mitragliatrici, al ‘cavaliere giustiziere’ norvegese Anders Breivik, autore della strage dei giovani laburisti nell’isola di Utoya nel luglio 2011, e all’italiano Luca Traini, autore della sparatoria contro gli immigrati a Macerata nel febbraio 2018.

Non devono, dunque, essere elusi legami e scambi d’informazioni con una vasta rete di militanti estremisti, compagine eterogenea negli ambienti reali e online dell’alt-right. La radici psicologiche e sociali dell’islamofobia, il pericoloso odio verso i presunti ‘invasori islamici’ – riporta l’Economist in un articolo sulla vicenda neozelandese –, si alimenta della “subcultura multinazionale del risentimento”.

La crescente ondata d’odio negli Stati Uniti
I dati sembrano confermare questa percezione. Nel rapporto Countering the Islamophobia Industry (maggio 2018), a cura del Carter Center, si segnala che, negli Stati Uniti, i gruppi anti-musulmani sono cresciuti da cinque nel 2010 a 101 nel 2016. Nello stesso anno, le statistiche della FBI sui crimini d’odio rilevano 307 ‘incidenti anti-musulmani’, circa il 19% in più rispetto ai 257 del 2015. Inoltre, dal 2017, è in crescita il numero dei disegni di legge tesi ad imporre restrizioni a persone e gruppi di fede islamica (217), convertiti, finora, in una manciata di Stati, tra cui Texas e Arkansas, come segnala uno studio citato dell’Haas Institute dell’Università della California.

Trend preoccupanti crescono nell’alveo dei crimini d’odio su base religiosa, stimati in circa 250.000 nel 2017 dal Dipartimento di Giustizia. Effetti imputati in parte, sostiene il rapporto, all’elezione alla presidenza statunitense di Donald Trump che, durante la campagna elettorale, ha duramente avversato i musulmani – basti qui ricordare l’allusione alla ‘quinta colonna’ islamica nell’Amministrazione USA paventata dall’allora campaign manager Steve Bannon – e che ha poi tradotto in atti formali questo sua atteggiamento con il cosiddetto Muslim-ban, due ordini esecutivi tesi a negare l’accesso negli Usa a persone provenienti da Paesi a maggioranza musulmana, quali Somalia, Sudan, Iran, Iraq, Siria, Yemen e Libia.

Insofferenza europea e segnali da non sottovalutare
Livelli d’allarme si segnalano anche in Europa: secondo una ricerca del Parlamento europeo (marzo 2018), le discriminazioni su base religiosa percepite dai musulmani sono cresciute dal 12% del 2010 al 25% del 2016, con circa un terzo di loro che, nel 2017, segnala problemi nell’ambiente lavorativo.

Nel Regno Unito, secondo il rapporto State of Hate (febbraio 2019) del gruppo di advocacy HOPE not Hate, si segnala un crescente sentimento anti-elitario che, dietro la rivendicazione di un discorso libero, nasconde una rappresentazione pregiudizievole della realtà, carica di rancore e radicalismo. Esemplificativa in merito, la partecipazione di circa 10.000 persone nell’estate 2018 alle dimostrazioni #FreeTommy a sostegno della scarcerazione dello scrittore e attivista di estrema destra Stephen Yaxley-Lennon, meglio conosciuto online come Tommy Robinson, autore di libri anti-islamici ed ex capo della English Defence League, movimento di destra radicale fondato nel 2009.  L’attivista, già pregiudicato e condannato a 13 mesi di carcere per aver trasgredito un divieto impostogli dal tribunale di Leeds, trasmettendo un video dall’esterno della corte via Facebook Live, sarebbe invece un “martire per la libertà”, secondo il leader del Partito per la Libertà olandese Geert Wilders e altri esponenti dell’estrema destra europea ed americana.

Negli scorsi giorni, YouTube ha posto restrizioni al suo canale che conta oltre 387.000 iscritti, mentre i suoi profili Facebook e Instagram sono bloccati da tempo: “Le ricerche del Pew research suggeriscono che l’81% degli utenti guarda i video consigliati – commenta un portavoce di HOPE not Hate –. Quindi girare il rubinetto per Lennon è un buon inizio. Ma la gente si chiederà giustamente perché YouTube fornisce una piattaforma d’incitamento all’odio”.

Così in Spagna, dove il tribunale di Valencia indaga su Javier Ortega Smith, segretario generale di Vox – partito di estrema destra fondato nel 2013 –, contestando il reato d’odio a seguito della denuncia dell’associazione Musulmanes contra la Islamofobia. Un video, girato in occasione di un comizio nel settembre 2018, mostra il politico spagnolo pronunciare la frase denunciata: “Il nostro nemico comune, il nemico dell’Europa, del progresso, della democrazia, della famiglia, della vita, il nemico del futuro si chiama invasione islamista”, una sorta di manifesto dell’islamofobia.

Reti d’odio e propaganda anti-musulmana
L’insufficiente cognizione del problema dell’islamofobia da parte degli Stati membri dell’Unione europea è un ulteriore ostacolo al contrasto all’odio religioso: la Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza (Ecri) del Consiglio d’Europa denuncia, in un monitoraggio su 47 Paesi europei, problemi legati ai discorsi politici intolleranti così come una generale tendenza anti-musulmana nella linea editoriale dei media e nei contenuti in rete.

Posizioni oltranziste proliferano soprattutto sui social network, polarizzando in questo modo il dibattito politico su migrazione e diritti di quarta generazione (aborto, privacy etc.), spesso fagocitati nel discorso anti-islamico e ‘terreno fertile’ di ideologie radicali – su tutti Gab, lanciato nel 2016 con l’obiettivo di promuovere il free speech, è oggi tra i principali incubatori d’odio –.

Facebook ha recentemente messo al bando contenuti di “elogio, supporto e rappresentazione del nazionalismo e del separatismo bianco”, rafforzando quanto già previsto nel Codice di condotta sull’illecito incitamento all’odio online siglato nel 2016 e frutto della collaborazione tra Commissione europea, Stati membri Ue e principali aziende del settore informatico. L’intervento mira a contrastare ogni trattamento discriminatorio su base etnica, razziale e religiosa usato nella retorica suprematista – si pensi alla facilità con cui Tarrant ha filmato e diffuso in diretta la strage –, affiancando agli operatori incaricati di sorvegliare il flusso di post, foto e live video su Facebook e Instagram anche strumenti dotati di intelligenza artificiale.

Le piattaforme social sono state progettate per ottimizzare velocità di caricamento e condivisione dei contenuti non adottando, al contempo, parametri di sicurezza adeguati alla diffusione di contenuti più rischiosi – argomenta Dan Patterson, producer di CBS News, a seguito della strage di Christchurch –, laddove sempre più utenti sanno “come funzionano gli algoritmi e che cosa induce le persone a fare clic e a condividere il contenuto”.